Massimo Ruberti
Autour de la Lune 2010 - Strumentale, Elettronica, Acustico

Autour de la Lune

Un trip a suon di space e paesaggi sonori. Progressive rock, accenni jazz, disarmonicità dark-wave, sonorità sintetiche anni ottanta, intro space-ambient il tutto supportato dallo stile electro con un mood innegabilmente vintage. Un melting pot siderale per un viaggio post-romantico verso l'inflazionata luna.

E' questo quello che Massimo Ruberti, polistrumentista livornese dedito all'elettronica, presenta con il suo lavoro "Autour de la Lune", uscito per la netlabel russa Elpamusic.

Massimo Ruberti inizia a comporre per conto proprio dal 2003 sotto l'illuminante influenza di gruppi come Einsturzende Neubauten e la psichedelia di Syd Barrett, sperimentando forme elettroniche e producendo svariate performance. Di quelle da piccolo locale buio con squarci sonori che accompagnano proiezioni video-artistiche. "Autour de la lune" viene presentato come "Colonna sonora immaginata per un film immaginario" prendendo adito direttamente dalla fantascienza di Jules Verne e dai quadri cinematografici di Melies.

I timbri elettro-acustici, accostati alla linea melodica fatta di piano, voce, chitarra, sax, catapultano in un universo parallelo tutto teso verso suoni e gemiti introspaziali, adornati da un'armonica orchestrina. L'architettura musicale, come il viaggio verso un buio universale, tende ad un'imprecisato "oltre". Il basso seguito da glockenspiel e synth analogico aprono le porte a questo cammino astrale in "Columbiad", passando poi a pezzi più marcatamenti elettronici come "Gas" fino ad arrivare a strumentali acustici come "Stars ice cold", che risultano quasi più convincenti. Anzi, a tratti sorprendenti per la loro meticolosa semplicità.

Un pizzico di malinconia attraversa tutto il lavoro. E' la malinconia dell'uomo che parte, di quello che viaggiando scopre, per poi tornare al punto di partenza. Forse. O forse, più semplicemente, potrebbe essere il colore (fra il bianco e il nero) più adatto a disegnare questi eclettici paesaggi sonori. I rumorismi che tanto caratterizzano questi "brani della luna" sono riprodotti con classici strumenti della primigena era elettronica, come il Korg polysix o il Theremin.

Un progetto pretenzioso, a tratti forse troppo. Un tronfio sabato mattina. La brina del primo freddo. E la musica sideral-acustica-prog-elettronica di Ruberti sembra essere la soundtrack più adatta, in effetti. Ma ad un secondo ascolto, piccola parte dell'entusiasmo iniziale svanisce. Svanisce proprio perchè l'intero progetto lascia un non detto, un senso di incompletezza. Che sia volontà dell'autore o no, ci si aspetta che da un momento all'altro partano le immagini ad accompagnare il tutto. Puntare ad un obiettivo così arduo fa comunque onore, e va ad infoltire le fila di quello spaccato del sottosuolo musicale italiano che propone progetti interessanti. Insomma vale più che la pena ascoltare questa post-romantica opera dalle atmosfere tanto galattiche quanto intime.

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