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Another Loser Blues - EP 2012 - Elettronica, Blues, Alternativo

Another Loser Blues - EP

Un blues metropolitano ben suonato, ma c'è ancora della strada da fare per arrivare agli inferi preparati.

C'è, in un racconto di Jonathan Lethem, questo magnifico passaggio descrittivo di un personaggio in bilico tra paradosso e consequenzialità: "Aveva un aspetto orribile: i capelli arruffati, la bava che gli colava sulla manica del maglione, gli occhi gonfi come quelli di un bambino con la febbre; proprio quell'insieme di infelicità e vizio che una donna avrebbe trovato irresistibile." E probabilmente è tutta qui l'essenza del fascino delle rockstar, o dei poeti maledetti. Ciò che rende intramontabile il concetto di "bello e dannato". E che contraddistingue anche quel primo frutto primordiale dell'allora neonata chitarra elettrica: il blues. Il genere maledetto e ammaliante per eccellenza. Il motivo per cui sono stati siglati leggendari patti col diavolo sulle rive del Mississippi.

E lo sanno bene anche gli In The Wrong Place, che di inferno e dintorni hanno fatto il leitmotif e l'ambientazione di questo primo EP. Un inferno, il loro, che è la realtà di tutti i giorni, il "posto sbagliato" in cui sono costretti a vivere in quanto esseri umani nel XXI secolo. Narrano di quotidianità urbane, angosce e psicastenie già divenute abitudine in un mondo di automi (in)consapevolmente affezionati alle proprie routine. Gesti reiterati in loop, come un interminabile blues, o una pena dantesca, da cui non c'è scampo. Atmosfere sordide e opprimenti, dunque, popolate da riff ossessivi e rugginosi, una drum-machine, frequenti innesti elettronici e, a sovrastare il tutto, una voce un po' Manson-wannabe, quasi parlata, e sdoppiata in una miriade di echi demoniaci, che sembrano intenzionati a soffocare l'ascoltatore, stordirlo. Peccato per la pronuncia, decisamente troppo italiana.

Un sound metropolitano lo-fi, essenziale e tragico, su cui si impongono parole altrettanto drammatiche. "Another Loser Blues" è la storia di personaggi (con)dannati, e della loro ordinaria prigionia. Inizia in medias res, catapultando l'ascoltatore in una giostra di gironi infernali, con una sola domanda a risuonare nell'aria, quasi come una minaccia: "Can you see my damnation?". Una dannazione che si rivela essere la quotidianità, in un mondo di tentazioni ignorate, di (m)a(ledi)zioni ormai sfociate nell'automatismo e fantomatiche redenzioni impossibili da conquistare. E qui si apre un altro quesito, una presa di coscienza e relativo interrogarsi sull'identità del burattinaio che governa questo inflessibile circo planetario: "if I'm a rat, who's the cat?".
E su questa stessa via si prosegue anche nei pezzi successivi, tra sconfitti dichiarati e rassegnati a scavarsi la tomba ("Another Loser Blues"), automi vocoderizzati che raccontano in prima persona la propria illusione di libertà ("Robot Song"), e l'ultima, universale condanna: l'amore, in "In The Wrong Place". L'amore come prezzo da pagare, l'amore di anime (dis)perse nell'impossibile ricerca di casa, di una rassicurante prigione in cui rinchiudersi.

Quattro brani carichi di buone intenzioni, e che straripano sostanza, ma nei quali la forma risulta ancora un po' carente. C'è sicuramente da lavorarci, sia a livello di pronuncia che di suoni, ancora troppo grezzi e meccanici, ma s'intravedono senz'altro buone prospettive di miglioramento, di redenzione, di fuoriuscita dall'inferno. May the devil be with you.

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