Bachi da pietra
Quintale 2013 - Cantautoriale, Noise

Quintale

Il sasso che crea la valanga. Di dischi con questa forza ne escono un paio l'anno, quando va bene

"Io non mi evolvo, io sono" Questa frase di Pablo Picasso, mi risuona in testa da quando ho ascoltato per la prima volta "Quintale", il nuovo album dei Bachi da Pietra. Un percorso, il loro, scavato nella roccia, privo di facili sensazionalismi o cadute di stile, un percorso da artista che, in quanto tale, vive solamente nel presente. Un presente fatto di pesantezza, di distorsione, di una durezza senza precedenti.

Quello che molti hanno definito "il disco hard rock" dei Bachi da pietra, fonda il cambiamento su due inserimenti minimali: Giovanni Succi suona la chitarra col plettro e Bruno Dorella mette il charleston tra i tamburi. Evidentemente il carico di rottura che crea una valanga lo si può ottenere anche dal più piccolo dei sassi. Contribuisce non poco al suono di questo album Giulio Favero (Il Teatro degli Orrori) che ha inciso, letteralmente, il disco tutto in analogico. Ciò che prima era nascosto, oggi dirompe. I suoni taglienti e saturi all'ennesima potenza di "Haiti" mi evocano, senza paura di andare fuori tema, la deflagrazione propria degli White Stripes, l'energia liberatoria degli Eagles of Death Metal suonati dai primi, sgangherati e geniali Bad Seeds o da un manipolo di "Genialer dillettanten" berlinesi dei primi anni 80. "Brutti Versi" e "Coleottero" corrono di una autorità senza precedenti, una dietro l'altra. Arriva "Enigma" e la prosa di Succi rimanda ai C.S.I. Nel parlare di un enigma fitto ed apparentemente irrisolvibile, vengono citate tutte le persone coinvolte nella vita artistica dei Bachi, con omaggio speciale a Emidio Clementi, l'unico che "lo sapeva e non ha più memoria". "Fessura" e "Io Lo Vuole" si avvicinano addirittura alla metrica vocale dell' hip hop mentre la marziale "Mari Lontani" scomoda il cantautorato di Piero Ciampi come fosse suonato dai Grinderman.

"Pensieri Parole Opere" sorprendentemente per metà in inglese è potente come un pezzo dei Melvins, "Paolo Il Tarlo" si avvicina allo stoner dei primi Queens of the Stone Age, "Sangue" invece è abrasione lisergica. "Dio Del Suolo" e "Ma Anche No" concludono questo album con tempi vicini alla ballad rock, con le ovvie differenze stilistiche. A dirla tutta, entrambe mi hanno evocato un'immagine piuttosto strana, epica ed insieme sinistra, nella quale Mark Lanegan canta Vasco Rossi. La bonus track per il dowload digitale si chiama "Baratto" e descrive la moda tutta italiana di scaricare aggratis la musica. Nessuna retorica noiosa con l'arancia in mano, bensì un sarcasmo corrosivo, degno degli Uochi Toki. Influenze del tutto nuove, proto-rock'n'roll, roba che è proprio difficile classificare, fortunatamente.

Le parole di questo disco, tutte importanti, stavolta diventano prosa di strada, invettiva, delirio di onnipotenza degli dèi sepolti, cantautorato che cresce nel fango e nelle scintille, pugno nello stomaco, senza tanti fronzoli. Vi invito a farli vostri come si faceva prima, mandandoli a memoria a forza di ascolti. La diga è saltata e ha trascinato a valle tutto il marcio che per anni ha ristagnato nelle acque immobili.  

Di dischi con questa forza, in Italia, ne escono un paio l'anno quando va bene. Lavori così fanno la differenza, sono destinati a dividere in modo radicale, ma quando entrano, ci rimangono per anni. Mi fanno aver voglia di avere indietro la mia prima autoradio col tasto fast forward inceppato, che quando mettevi una cassetta, la dovevi ascoltare fino alla fine senza barare. "Per quello che non colgo al primo ascolto, concedimi un secondo."

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