Albedo
Lezioni di anatomia 2013 - Rock, Indie

Lezioni di anatomia

Un disco senza tempo, in una parola: bellissimo

L'arrancare nella bile del fegato, il tatto delle dita, da cui tutto passa e e che è il nostro primo contatto per esplorare il mondo, dopo gli occhi.

“Sono io che lavoro mentre dormi / Son io che ti ho fatto sussultare sulle scale / Sono io dalla memoria corta / Che sbaglio mille volte / Io, a sperare che lei passi / A sorprenderti per niente / Lascio che tu sia per una volta / Fingo che tu sia per una volta a scegliere” (“Cuore”)

Un concept sul nostro corpo. Non su come noi ci sentiamo in esso, ma su come lui si sente con noi. Organi interni, dita, gambe, occhi. Cosa ci direbbero se potessero parlarci? Se non dovessimo bypassare i segnali che ci mandano dalle frequenze, lassù, del nostro cervello?
E' chiaro il concetto che c'è dietro “Lezioni di anatomia”, forte di testi che potrebbero vivere di vita propria anche senza dipendere dall'idea del concept stesso. Sono poesie, sono parole che si impongono con una forza sorprendente, semplici e ricche d'immagini e che contengono a loro volta suoni: “Quante dita sono rimaste alle mie mani / consumate sulle porte chiuse per bussare / è così vero che sento ancora il legno scricchiolare”. Ma si supera la necessità delle parole nelle due tracce strumentali “Pance” e “Occhi”, brani dallo straordinario potere sinestetico. E i timbri sonorizzano i particolari, come la cassa/battito all'inizio di “Cuore” e l'incedere sospirante di “Polmoni”.
“Lezioni di anatomia” è un disco molto scritto, pensato, elaborato, ma la registrazione in presa diretta salvaguarda l'urgenza del rock e dell'espressione del sentimento e anche la pienezza degli arrangiamenti, di cui “Dita” rappresenta il punto massimo. La presenza forte delle chitarre e del pianoforte ingloba la lezione del post-rock; l'elettronica lavora ora alle ritmiche, ora oscilla, trema, orchestra; sulla voce per tutto il disco si fa uso (larghissimo, ma mai abuso), di riverberi e doppiaggi che la rendono interna e sentita, come se provenisse da un punto ben definito: è il suono che hanno i nostri pensieri. La ricchezza di particolari e sfumature di suono è talmente ampia che, anche ascoltando questo disco per mesi, si scopre sempre un nuovo timbro, un nuovo dettaglio, come se la stratificazione di suoni non finisse mai.

Gli Albedo costruiscono un suono senza tempo, al servizio di un disco che avremmo ascoltato volentieri dieci anni fa e ascolteremo ancora volentieri tra dieci anni, pop nelle melodie, rock nei suoni, autoriale nelle intenzioni: in una parola, un disco bellissimo. Gli Albedo sono attualmente la band che ha scritto il disco, sono piombati dopo due album rimasti un po' (a torto) in penombra, donandoci un album che parla di sentimento, fatica, speranza e disillusione con un linguaggio quotidiano eppure illuminante, parla di noi da una prospettiva nuova e inattesa attraverso musica bella e destinata a perdurare, che apre a sconosciute esplorazioni dei sensi.  

Vedi la tracklist e ascolta le tracce sul player nella versione completa.