iVenus
Dasvidanija 2013 - Rock, Pop, Elettronica

Dasvidanija

Belli perché schietti. Grana grossa per palati fini.

Leggo alcune loro affermazioni: “Oggi come ieri sempre la stessa minestra. A quello che siamo, a quello che eravamo... e a quello che saremo: pischelli”.

“… Ecco, il nostro disco è una lunga chiacchiera da Bar Sport”.

Per quanto gli iVenus dicano già in apertura di “non voler vivere nel P.O.P.” (o Persistent Organic Pollutant), è proprio nel pop che trovano la giusta dimensione; va detto subito perché “Dasvidanija” è un disco che, più di tanti altri, necessita della giusta prospettiva per essere apprezzato come effettivamente merita. Io per primo c’ero cascato, lo ammetto. Perché il mix di punk, pop e sintetizzatori al primo ascolto travolge, al secondo lascia perplessi, al terzo ti cala le braghe. Poi però, pian piano… Si va a ritroso, si trova la quadratura del cerchio, si mette tutto in prospettiva. L’idea della chiacchierata da bar sport in questo senso mi è tornata particolarmente utile. Utile a chiarire i termini del discorso, utile a scrollarmi di dosso la ruggine della consuetudine per entrare nell’ottica del personale. Utile per arrivare ad apprezzare l’ironia di fondo così come i sintetizzatori in primo piano. Utile a capire questo insolito mix che con il passare del tempo si sta definitivamente assestando al meglio; “Ventricoli”, giusto per, “mashuppa” Max Pezzali e i Nirvana. Yesss!

“Dasvidanija”… “Dasvidanija” arriva a due anni da “Tanz!”, e di quel disco ne riprende il carattere fondante, affinandone però i tratti generali. La band è cresciuta dal lato produttivo, si vede e si sente; questa volta c’è addirittura quasi un concept alla base, l’idea cioè di mettersi a rappresentare in modo molto spigliato e senza fronzoli una serie di storielle e sensazioni “da bar” (e i personaggi che le popolano), il tutto in salsa pop punk. Che poi, come del resto già in passato, il pericolo di scivolare nel boybandismo sia spesso concreto è inutile negarlo, ma, come già accennavo in precedenza, è tutta questione di prospettiva. E di attitudine: se però l’idea è di andare in questa direzione con coscienza, e se ad questa idea subentra poi una realizzazione pratica di qualità, allora non c’è davvero niente di sbagliato nel proporsi in questo modo. Anzi! Anzi! Ed è questo che distingue un disco come “Dasvidanija” in primis, ma direi più una band come gli iVenus. Perché poi guardi bene e vedi che, per esempio, tutta la post-produzione synth è opera di Brian Burgan, sound designer ed electronic music producer di casa MagmatiQ. Non mio zio. E allora ben vengano pezzi chiari e tondi come l’ottima “Settembre” e “Rembrandt” (in rappresentanza del partito punk) o “Ces’t la vie, mon amie” (eletto nella sezione pop), un pezzo che neanche sotto sforzo ti esce dalla testa; o la titletrack, messa con stile in chiusura, ballata insolita - ma molto affascinante - nel suo incedere sintetico e soffuso.

Siamo talmente abituati a dover andare ogni volta a ricercare i significati nascosti nelle pieghe dei suoni per poter apprezzare le (belle) cose, che quando ce le sbattono amabilmente in faccia non riusciamo a riconoscerle. Pezzi come “Mangianastri” ad esempio, o “Gazzelle”. Belli perché schietti. Grana grossa per palati fini.

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