Marco Dassi
First, Quake me 2013 - Psichedelia, Elettronica, House

First, Quake me

Un lavoro eccezionale, nel senso più proprio del termine.

Cioè che distingue il suono di Marco Dassi da molte cose del giro nu disco italiano al quale potrebbe essere associato, data l'etichetta responsabile dell'uscita (Hell Yeah!), è (scusate l'involontaria sinestesia) la visione. Ovvero, si capisce che lui guarda le cose da un'altra prospettiva; il che significa che in questo suo lungo album d'esordio – dopo una serie di ep per etichette varie – troverete certo il necessario bric-à-brac del genere (i fiati di “Les petites choses”, ad esempio, o i pad dell'iniziale “Be a Light”; il crescendo acid in slo-mo di “Fleeting Glances” o ancora i sintetizzatori dal sapore vintage del giretto leggero di “Swedish love”) ma anche i segni evidenti di una formazione musicale in ambito elettronico che prende a piene mani da techno, minimal techno e innesti tech house.

Questo discorso può valere sia per la scelta dei suoni, in particolare la parte ritmica (dal sapore digitale e molto in evidenza), sia per la presenza di determinati brani che offrono un paesaggio sonoro piuttosto articolato: “When she puts her hands around me” con le sue chitarre, quei sussurri intimi e spettrali, la sua ritmica spezzata, è la nu disco che incontra la dubstep. “Breaking dawn” è un bel trionfo di atmosferici glitch che solitamente non si ascolta in questo ambito e che dimostra la perizia compositiva di Dassi. “La Chute de L'Homme” è ancora un numero ciondolante che ricorda un Vangelis in chiave post-dubstep prima di virare verso una morbida interpretazione house, similmente alla successiva “Slow Norske” che pare di sentire i Motorbass passati attraverso echi dub. L'elenco potrebbe continuare con il bellissimo mosaico di voci pitchate di “Reloved” su robusti loop in 4/4 o della sorella dubstep “The Right Side”; o con la deep house bagnata nell'acid di “Acid Purple Weed” e la daftpunkiana (e magnifica) “Feel Like Flying”; o con la conclusiva, aphexiana, “Confabulous”.

Insomma: un lavoro eccezionale, nel senso più proprio del termine.

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