Be Forest
Earthbeat 2014 - Rock, Pop, Shoegaze

Earthbeat

Ciò che era freddo all'esordio, diventa calore esotico, enigma. La band italiana più affascinante.

Il ritorno della band italiana più affascinante coincide con l’ampliamento della loro formazione. L’ingresso di Lorenzo Badioli all’elettronica, dà al trio delle meraviglie del 2011 (Erica Terenzi, Nicola Lampredi e Costanza Delle Rose) una nuova forma per veicolare la propria musica. Paradossalmente, nonostante gli angoli di un triangolo siano spesso più acuti di quelli di un quadrato, la musica che scaturisce da questo disco è meno immediata, al primo ascolto più ostica, meno autoriferita e sicuramente evoluta. Ripetere “Cold”, per quanto fosse un esordio d’eccezione, sarebbe stato un errore ed i Be Forest non cadono nell’autocitazionismo facile. Croce e delizia comune a molte band di area pesarese, il suono e lo stile sono subito riconoscibili, ma spesso le canzoni finiscono col somigliarsi. E’ un falso problema, quella croce lì la indossa solo chi non conosce i dischi seminali di genere da cui le band di quest’area, ognuna a suo modo, prendono spunti e riferimenti. Il post punk, la new wave, lo shoegaze. La 4AD. Il dream pop e, ad un ascolto più attento, altri suoni che non ti aspetti.

Parliamo di “Earthbeat”, il ritorno dei Be Forest. Dei suoi due strumentali, il primo in apertura ed il secondo nel mezzo dell'album, a spartire le acque e cambiare l'umore. “Totem” con il suo incedere marziale, severo, di cadenza tribale e “Totem II” con quella chitarra simile ad uno shamisen giapponese, melodia così esotica che se chiudi gli occhi puoi sentirne il profumo. Con “Captured Heart” sembra di entrare dentro “Dolls” di Kitano. La voce eterea e sussurrata col piglio di Alison Shaw dei Cranes, la ritmica sottilmente afro, elaborata, il finale lynchano. Una meraviglia. La batteria sciamanica che ricorda alcuni episodi dei Tune-Yards, fa da colonna portante anche in “Lost Boy”, canzone sensualissima. “Ghost Dance” è un acquerello. Poche pennellate nelle quali gli esseri umani diventano spiriti. Incanta e seduce. In “Airwaves” bussano i Cure di “A Short Term Effect” ma la voce, vero traino in maschera dell’album, la fa fluttuare, mentre con “Colours” si torna ai primi pezzi dell’album: stesse ritmiche, stessa fascinazione per l’oriente. Cadenza perfetta per ballare con gli occhi storditi ed il corpo libero, con la grazia indolente che ha reso famosi i the XX. “Sparkle” è una “Hong Kong Garden” come fosse scritta a due mani da Siouxsie e Angelo Badalamenti e nel caso vi sentiate rapiti, “Hideway” vi riporta a casa. Un finale con le armonie più vicine a Ryuichi Sakamoto e Joe Hisaishi che non a tutte le band che si tirano in ballo a pappagallo quando si parla dei Be Forest. Un disco completo, compiuto, enigmatico, bellissimo.

“Earthbeat” si balla piano, come fa Audrey in Twin Peaks. Ha mille sfaccettature come La scatola di Lemerchand in Hellraiser. Per aprirla, bisogna risolvere il rebus che essa cela. La copertina è affascinante, i suoni dello Studio Waves rendono giustizia alle composizioni e ciò che intrigava nell’esordio, intriga ancora di più. Le aspettative per un disco del genere sono alte: il successo del debutto, le date all’estero, il tour coi Japandroids, la bellissima versione di “Persa” degli Altro (che bello sarebbe ascoltare altri pezzi in italiano). La prova viene superata a pieni voti con una leggerezza invidiabile. Ciò che fin dai colori era freddo all’esordio, stavolta acquisisce calore, materia, cuore, che batte 9 volte e poi, grazie al repeat, non muore mai.

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