The Whip Hand
Wavefold 2014 - Noise, New-Wave, Shoegaze

Wavefold

Album d’esordio bello, potente, teso e immerso nel ghiaccio: new wave e postpunk, rabbia e dolore.

Il confine sottile tra la rabbia e il dolore, per un’introversa come me, sta nei gesti minimi del viso che si contrae, nel cielo in cui non distinguo il grigio dai lampi, nei passi che si fanno carichi, lenti, pronti a esplodere ma sempre uguali, pieni fino all’orlo ma sempre uguali agli occhi degli altri. Sta nella musica che ascolto oggi, quel confine, una matassa oscura che mi ingoia e non lascia spazio a inutili tregue: affrontiamo il problema, spezziamoci il cuore, lasciamoci scoppiare per una volta, diamine, almeno una volta, perché di questo abbiamo bisogno e “Wavefold” sostiene la causa, incidendo con mano ferma proprio nel punto più saturo.

Nessun colore, niente sole, una distesa di pensieri neri e trame ossute, tanta new wave declinata nel modo più asciutto, chitarra/basso/batteria per trattenere respiri gonfi d’ansia, agitarsi un po’, crollare, riprendersi: dall’ “Intro” leggera che ti prepara al viaggio denso deflagrando alla fine, alla ritmica incessante e convulsa di “Like Water” che è spingersi avanti, i suoni profondi che pulsano dentro e una tetra e arrembante marea che monta e inabissa, cattiveria dark e scintille shoegaze, elettricità.

È buio e nel buio scorre “Try”, scorre come coldwave consolatoria perché ci trovi dentro un abbraccio mai dolce ma intenso, e arriva la parte migliore: “Eleven” e “Lost”, postpunk come bombe, luci strobo, scatti meccanici, pulsazioni accelerate, una forza che prima non avevi e allora affrontiamo il problema, facciamo a pezzi il cuore, lasciamo andare i nervi fino allo sfinimento, ancora e ancora, colpo su colpo. “Today” ricorda tanto quel modo di far ballate tragiche proprio dei Cure, quella sensazione di amore non corrisposto, di lotta vana, lo stare immobili e fissi mentre lo sguardo ha già superato l’orizzonte.

Ritorna il postpunk con “Falling”, secco, gelato e contratto, una spina nel fianco, un’idea malata che non passa, come pure “Arms”, sono prossima all’orlo anche se mi vedi sempre uguale, pronta a scoppiare, tensione crescente e nessun colore, soltanto nero, e il bianco necessario perché il nero non sia il nulla, il vuoto, ma una presenza reale e cupa e tangibile, perché sia quel confine sottile. Quando arrivo a “Whenever You Want” non ho più energie e mi faccio sopraffare dall’oceano di suoni che possiede: il freddo, i desideri consapevolmente irrealizzabili, la giusta cura che non arriva mai, l’amore che non torna, l’errore in cui continui a cadere. Ancora e ancora, colpo su colpo. Cedo, i passi sempre uguali, mentre qualcosa dentro si rompe e dilaga.

Album d’esordio bello, potente, teso e immerso nel ghiaccio: il confine sottile tra il dolore e la rabbia, tra la battaglia e la resa, nel momento in cui siamo più vulnerabili e al tempo saldi nei passi. Sempre uguali mentre la musica conquista, esplode, spezza il cuore. Almeno una volta, perché di questo abbiamo bisogno.

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