Dargen D'Amico
D'iO 2015 - Cantautoriale, Rap

D'iO
09/02/2015 - 09:00 Scritto da Francesco Fusaro

Dargen D'Amico, la voce irrinunciabile della musica italiana

La sequenza iniziale del nuovo album di Dargen D'Amico dice già in partenza di quale sia la prospettiva adottata dal rapper e cantante milanese per questo sesto album dal significativo titolo, “D'iO”: come in quella bellissima scena iniziale di “Burn After Reading” dei fratelli Coen, infatti, Dargen comincia con una grande osservazione dall'alto dei cieli sulla sua generazione (“La mia generazione”), per stringere poi rapidamente sulla sua città di appartenenza (“Amo Milano”) e sui meccanismi del destino (o Fato, o Dio, se volete) che spesso proprio nelle metropoli sembrano inverarsi nei simboli della nostra quotidianità (“La lobby dei semafori”).
Perfettamente in linea con la più antica tradizione letteraria del nostro Bel paese – dalla “Canzona di Bacco” a “Il sabato del villaggio” –, dopo la parentesi festaiola e godereccia del precedente “Vivere aiuta a non morire”, D'Amico torna insomma ad occuparsi di argomenti scomodi per una società che fa di tutto per dimenticarsi di certe cose, come ad esempio di sora nostra morte corporale («Io le dico che la morte è sempre giusta | è il dolore che secondo me è sbagliato», “La mia donna dice”) o della fratellanza universale («Se il primo uomo è stato uno | siamo parenti siamo fratelli di ognuno», “Parenti”). Due temi tipicamente dargeniani già affrontati ampiamente nella sua discografia (un esempio: «Il tragitto è un attimo | prima o poi tutti si scende», “Chiusi a chiave”).
Del resto lo aveva già detto in “Siamo tutti uguali”, sempre contenuto nel precedente “Vivere...”: «Cosa ci sia oltre la vita nessuno lo chiede più | a meno che non diano uno speciale alla tivù». Senza mancare di quella dose di leggerezza che aiuta ad affrontare alcune spinose discussioni (ce lo hanno insegnato grandi cantautori come Dalla e Gaber), Dargen prende l'iniziativa e comincia per primo ad offrire il buon esempio, come nell'intimo ottavo brano dell'album, “Io credo”, dove il rapper non teme di confrontarsi con una delle forme più alte di poesia adottando a sorpresa una prospettiva filosofica dichiaratamente schopenhaueriana («Io quello che credo è che tutte le cose che puoi toccare sono false»). Una posizione peraltro ribadita in un altro luogo del disco, “Modigliani”: «La morte è la vita vera, il sogno ne è un assaggio». In una nazione affetta da «provincialismo cosmico» (“L'universo non muore mai”), dove la religione o viene strumentalizzata per fini politici, o viene ridotta a sterile diatriba da stadio, chiedetevi quando è stata l'ultima volta in cui vi siete sinceramente posti domande di questo tipo («Immagina tutta la razza umana a confessarsi sinceramente in contemporanea», “Essere non è da me”). E poi chiedetevi quando vi è capitato di sentirvi chiamati in causa in questo modo da un cantante.
Ma, come dicevo, Dargen sa anche cambiare facilmente registro quando serve: “Las Vegas honey moon” suona come la versione godereccia di “Van Damme (Saddam)” (dall'album “CD'”), mentre i malinconici ricordi d'infanzia di “Amico immaginario” (per tutti gli amanti di “Calvin and Hobbes”) sembrano fare da contraltare all'amarezza espressa su quegli stessi ricordi in “Al Meccano” (da “Di vizi di forma virtù”). Per non dire ovviamente della già citata “La mia donna dice”, spassoso rovesciamento degli stereotipi machisti così amati da tanti colleghi del mondo rap (e in alcune rare occasioni anche dallo stesso D'Amico) che non può non ricordare “Ma tu te ne vai (Veronica)” (ancora da “CD'”).
In chiusura del disco la macchina da presa torna al punto di partenza con “Essere non è da me”, un brano dove si uniscono il personale e l'universale, quell'Io e Dio (scherzosamente?) uniti nel titolo di questa sesta prova che conferma Dargen D'Amico voce irrinunciabile della musica italiana, checché ne pensi lui («Io che mi ribello alla musica italiana sono un semaforo lampeggiante in qualche modo», “La lobby dei semafori”).

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