KoMaRa
KoMaRa 2015 - Progressive, Industrial, Alternativo

KoMaRa

Per sonorizzare una detective story particolarmente cruenta una tromba tentacolare si fa largo tra turbolenze prog-metal-industriali.

Il bello della musica strumentale, alla fine, è proprio quello di indurre l’ascoltatore a fabbricarsi da solo immagini e parole come in una sorta di personalissimo film immaginario. Questo il motore concettuale che ha spinto tre talentuosi musicisti di caratura internazionale a convogliare le rispettive esperienze all’interno di un progetto comune dalle disturbanti (nell’accezione positiva del termine) connotazioni cinematografiche. Il batterista statunitense Pat Mastelotto (King Crimson), il chitarrista slovacco David Kollar e il trombettista italiano Paolo Raineri fondono in un corpo unico il loro estro (iper)tecnico per trasformare in musica le inquietanti suggestioni di una detective story particolarmente cruenta.

Autoreferenzialità a parte i dieci episodi di “KoMaRa” si dipanano lungo riconoscibili binari progressive-jazz, tanto arcigni e impegnativi quanto pronti a evocare una straniante dimensione ultraterrena per quel loro contaminarsi di umori metal-elettro-industriali. Sganciato da qualsivoglia esigenza di fluidità orchestrale (ed emotiva) il debutto di questo trio delle meraviglie trova la sua ragion d’essere nei cambi di registro, soprattutto nella convivenza destabilizzante tra l’aggressività di alcune partiture e la tromba tentacolare di Raineri, unica depositaria dei momenti decongestionanti - e contemplativi - del quadro sonoro.

Forti degli insegnamenti crimsoniani quanto proseliti delle acrobazie soniche dei Tool e delle evanescenze cosmiche di Eivind Aarset i KoMaRa si dimenano in un tripudio di tempi dispari, rinterzi rumorosi e improvvisazioni selvagge, rasentando a tratti momenti di vera e propria trance agonistica (come nel finale annichilente di “Afterbirth”). Pur all’interno di una condivisa cornice tensiva ogni brano riesce a preservare una propria identità stilistica e peculiari soluzioni (dis)armoniche: su tutti svetta la bellezza arcana, dalle sfumature etniche, di “Pasquinade”, gradatamente fagocitata da una strabiliante nuvola avant-jazz.

L’art work granguignolesco del chitarrista degli stessi Tool, Adam Jones, infine, preparerà anzitempo a un ascolto per nulla semplice che saprà, comunque, ripagare le orecchie più attente e indagatrici.

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