Daniele Silvestri
Acrobati 2016 - Cantautoriale, Pop

Acrobati
07/03/2016 - 10:00 Scritto da Manfredi Lamartina

Daniele Silvestri conferma di essere importante per il cantautorato italiano.

Dopo vent'anni e più di concerti, analisi e storie, l'uomo col megafono smette di chiamare a raccolta i compagni e guarda meglio l'ambiente circostante. L'uomo col megafono suona qualche accordo alla chitarra per ripercorrere i vicoli del mondo e al tempo stesso illuminare piccole porzioni di vissuto personale e generazionale. L'umore dell'uomo col megafono è riflessivo, o quantomeno non così propenso alle filastrocche: che si tratti della Roma dei tassinari o della Parigi del Bataclan, c'è un'atmosfera strana nell'aria, poche facce disposte a scherzare e pochissima voglia di ripetere schemi per accarezzare l'opinione pubblica con verità cotte e mangiate. Gli slogan hanno un margine troppo ristretto per tenere a bada il corso degli eventi: così l'uomo col megafono si adegua. E cambia marcia.

Un merito che può essere riconosciuto a Daniele Silvestri è senz'altro quello di sapersi rimettere in discussione, anche quando le vendite e le tv gli dicono di non farlo, che le cose in comune sono più di quattromilaottocentocinquanta e che insomma va tutto bene così com'è. Invece no, non va tutto bene se si ha qualcosa di nuovo da dire. E dunque "Acrobati" inizia il suo lungo viaggio (diciotto canzoni: trovane una che sia uguale all'altra) mostrando un Daniele insolito, meno netto nella sua visione del mondo. "La mia casa" è un'introduzione attraversata da una sottile linea post rock. Nel mezzo non c'è denuncia e nemmeno rassegnazione: forse Silvestri vuole accogliere i suoi ospiti facendo un primo bilancio di ciò che è stato per capire meglio ciò che sarà. È un modo particolare di cominciare un disco, specie per chi è affezionato al Silvestri battagliero e fuori dai denti: quello arriva subito dopo con il singolo "Quali alibi", con tutto il suo elenco di contraddizioni sociali e politiche che nessuno ha la forza - o la voglia - di contrastare.

L’album però parte davvero con la traccia numero 3 e si capisce che per il cantautore romano si tratta di un pezzo fondamentale: "Acrobati" è un batticuore sommesso, simile per intensità e sentimenti in ballo a "Men of Station" dei 13 & God. L'arrangiamento indietronico sorregge senza sovrastare i pensieri espressi da strofa e ritornello, uno struggimento che non è quello del cantautorato italiano d'alta classifica ma è qualcosa di moderno, metropolitano, concreto. Poi c'è anche il Silvestri che pompa per farsi sentire chiaro e forte da tutti, ma proprio tutti. "La guerra del sale" è un rock pieno di calembour e autocitazioni, con Caparezza (uno dei tantissimi ospiti) che si agita nel suo modo tipico e frenetico. Oppure "Bio-Boogie", che parla di cibo e Terra dei Fuochi e che dal vivo sarà un coro tra i più cantati dal pubblico, complice la sfumatura funk dei Funky Pushertz.

"Acrobati" è un lavoro sincero, profondo e significativo. Restituisce all'Italia un artista tra i più anomali del pop nostrano, che ama fare zig zag tra le certezze di fan, giornalisti e - chissà - discografici. Non è l'album migliore di Daniele Silvestri, perché "Il dado" - simile ad "Acrobati" per respiro e ambizioni - resta più... tutto: più epico, più malinconico, più ironico. Eppure la qualità di questa raccolta è indiscutibile e Silvestri conferma di essere importante per il cantautorato italiano: vuoi perché sa come scrivere canzoni belle e raffinate, vuoi perché cerca continuamente di cambiare prospettiva al suo percorso artistico, pur essendo in generale ancorato a suoni ben precisi che lui stesso ha contribuito a codificare. È una sequenza di brani forse un po' meno militanti (distanti ma non distaccati dall'attualità) e sicuramente più personali, fessure aperte sul privato di un uomo che quando dice che "disobbedire alla gravità non credo che sia grave, non puoi chiamarla libertà finché non rischi di cadere", dimostra di aver imparato la lezione di Giorgio Gaber: "Per vivere davvero bisogna spesso andarsene lontano e ridere di noi come da un aeroplano".

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