Petrina
Be Blind 2016 - New-Wave, Elettronica, Pop rock

Be Blind

Quello di Petrina è un pop-rock da salotto buono sminuzzato a dovere per farne coriandoli bluastri da gettare in pasto a imprevedibili folate di vento

Trasversalità ed eclettismo a prezzi di saldo – ma di comprovata qualità – quelli dispensati da Petrina. Dopo una miriade di camaleontici progetti, di blasonate collaborazioni (tanto per gradire vi butto lì quelle con David Byrne, John Parish e Paolo Fresu) e tre dischi autorevoli sul groppone l’artista padovana ritorna con un nuovo progetto interamente cantato in inglese che sminuzza certo pop-rock da salotto buono per farne coriandoli bluastri da gettare in pasto a imprevedibili folate di vento. Il valore aggiunto di “Be blind” risiede, per l’appunto, in quella sua apparente casualità creativa fatta di anarchiche traiettorie musicali (e concettuali) che si incrociano, quasi per caso, una volta soltanto, per poi assecondare fatalisticamente ognuna il proprio peculiarissimo destino.

Dieci episodi che si dimenano tra elettronica pulsante, chitarrismo psichedelico, misurati rigurgiti new wave, fregole cinematografiche, sottilissime ruffianerie melodiche, provvidenziali coup de théâtre e una voglia repressa di ’70 progressivi. Il tutto senza neanche la minima traccia di forzatura, grazie all’uso diversificato, ma non istrionico, della voce e alla ottimizzazione atmosferica dei numerosi strumenti coinvolti nel quadro orchestrale (archi, fiati, percussioni e sintetizzatori magistralmente innestati nel più tradizionale impasto rock di basso, chitarra e batteria). Nessuno stupore, dunque, per il passaggio dall’intruglio electro-progressivo dell’opener “November 10th” all’epica melò in odor di soundtrack di “Wild boar” (che nel boschetto della mia fantasia immagino sublimata dalle corde vocali di Shirley Bassey), per il balzo dagli umori björkiani della irrequieta “Paper debris” alle sberle hard-rock di “Miles” o il cambio di registro dal galoppo dissonante à-la Tori Amos di “Frog song” all’intimismo incendiario di “Broken embraces”, fino all’inafferrabilità katebushiana della conclusiva “The loony”, dove la Nostra, esaltata da un ammaliante vestito sonoro, sfodera una prestazione vocale da bacio accademico.

Nell’intento di Petrina il nuovo album voleva essere “un'esortazione provocatoria ad essere ciechi nella comprensione di una realtà sempre più complessa, sia nelle relazioni personali mediate da strumenti/schermi/barriere, sia nella lettura confusa o distorta delle vicende politiche e sociali che determinano la nostra vita”. E che le vuoi dire? Obiettivo raggiunto. Senza riserve.

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