Martyr Lucifer
Gazing at the Flocks 2018 - Gotico, Dark, Alternativo

Gazing at the Flocks

Un non abbastanza umorale concept gothic-rock che a una provvidenziale mutevolezza atmosferica preferisce un monolitico protagonismo chitarristico.

Se la copertina dai tratti vagamente timburtoniani di “Gazing At The Flocks” sa dispensare, subito d’acchito, tetre suggestioni favolistiche, e se parimenti intrigante risulta il suo intento di dipanarsi lungo un percorso narrativo curiosamente articolato sulla criptozoologia, non si può affermare altrettanto del suo contenuto musicale il quale – al contrario – non sempre riesce a ripagare le aspettative per quel suo restare confusamente inchiodato su partiture oltremodo collaudate.

Il buon Martyr Lucifer archivia parzialmente le fascinazioni marcatamente metal degli esordi per sintonizzare il suo terzo album su ben più darkeggianti registri, i quali però non si spingono oltre un certo chitarrismo prorompente – vero baricentro atmosferico del disco – che miscela gothic rock e (post)grungerie varie. Nonostante il fattivo supporto di un valente manipolo di collaboratori (composto dalla vocalist ucraina Leìt, lo svedese Adrian Erlandsson ex Paradise Lost alla batteria, l’ungherese Nagaarum alla chitarra e Simone Mularoni al basso) il musicista emiliano non riesce a deflagrare a pieno quella provvidenziale alternanza umorale che un concept di siffatta natura – narrativamente incentrato su una immaginifica realtà parallela – avrebbe invece preteso.

“Gazing At The Flocks”, in definitiva, stenta a raggiungere la massima apertura alare laddove all’auspicabile mutevolezza atmosferica del caso preferisce un protagonismo chitarristico monoliticamente ancorato alle sciabolate hard-rock dei Cult (“Wolf Of The Gods”), a quelle metalliche dei For My Pain (“Veins Of Sand pt.2”) e a quelle più piacione dei 69 Eyes (la rilettura di “Somebody Super Like You” di Paul Williams tratta dal film “Phantom of the Paradise”) quasi mai riuscendo a capitalizzare le molteplici vie di fuga prospettate dall’elettronica e dall’alternanza vocale tra Martyr e Leit, salvo piacevoli eccezioni quali la più ottantiana “Leda And The Swan pt. 1” o la più epic-oriented “Spiderqueen”.
Peccato anche per alcune intuizioni più votate all’asimmetria ritmico/melodica (quella “Benighted & Begotten” dinamicamente in bilico tra Katatonia e Tiamat) che invece di dettare la linea maestra dell’intero progetto rimangono isolate pecore nere all’interno del gregge.

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