iron Mais
WOODCOCK 2020 - Punk, Cover, Country

WOODCOCK
11/03/2020 - 17:58 Scritto da Sergio Sciambra

Dai Manowar ai The Offspring, le cover country degli Iron Mais hanno uno spirito punk che le distingue dalla maggior parte degli album di rifacimenti improbabili

Fra fine anni ‘90 e inizio 2000 uscirono due album che nessuno ricorderà come capolavori, ma che hanno influito parecchio sugli ascolti degli anni successivi, almeno su quelli “passivi”: ‘In a Metal Mood: No More Mister Nice Guy’ di Pat Boone e Rock Swings’ di Paul Anka. Erano i primi album con cover jazz e derivati di classici del rock e del metal. L’idea di riarrangiare brani del genere eliminando le distorsioni e inseguendo sonorità più antiquate era una sorpresa e una novità divertente, che presto ha fatto scuola e altrettanto presto ha lasciato il posto alla sensazione di già visto. Il vaso di Pandora però ormai era aperto, e negli anni successivi, complici i social, abbiamo sentito qualunque successo vecchio e contemporaneo rifatto in qualsiasi genere. Questa lunga premessa per dire che è difficile oggi stupire, ma anche solo intrattenere con album di cover improbabili di classici del rock. Dipende però dai contesti: se negli USA sono frequenti cover in stile country e bluegrass, legate ironicamente o meno ad un certo immaginario redneck, in Italia è ancora possibile sorprendere con un approccio così ‘poco italiano’. Lo hanno fatto per esempio gli Iron Mais, che all’edizione di X-Factor di qualche anno fa portarono il loro repertorio folk, country, bluegrass e western. ‘Woodcock’ è il loro nuovo album, e mette insieme un inedito quasi country-metal (’Sole’) con una selezione di cover che va da classiconi del rock di varia estrazione ( ‘Smoke On The Water’, ‘Whole Lotta Love’ con intro di ’Kashmir’, ma anche ’Jump’ e ’Final Countdown’) al punk classico e moderno(’Come Out And Play’, ‘Bro Hymn’, I Fought the Law), passando per un paio di pezzi pescati qua e là. C’è da dire che il paragone con le cover lounge, swing e jazz, se ha senso dal punto di vista filologico, ne ha poco da quello musicale: country e bluegrass si prestano bene ai ritmi veloci, alla commistione con chitarre crunch e in generale ad un approccio punk, come insegnano ’16 Horsepower’ e simili. Così, se ’Jump’ viene trasformata in una cavalcata bluegrass mantenendo il suo spirito da pop song, ’Come Out And Play’ mantiene tutta la sua carica punk e sembra quasi scritta per essere suonata con quel riff di violino, mentre l’inno ribelle dei The Clash risulta credibile e selvaggio al punto giusto. Più banali, invece, le interpretazioni di ‘Smoke On The Water’ e ’Final Countdown’, melodie già troppo abusate, o di Thriller’. ‘Woodcock’ sembra dirci che la strada da battere è quella lontana da classiconi già sentiti in ogni salsa, e che passa invece per gemme nascoste di rock e punk, o per l’imprevedibilità di recuperi come quello dei Manowar e della loro ’Kings Of Metal’, che nella versione country mantiene intatta tutta la sua carica epic-metal e quella tamarraggine che, in fondo, da un progetto come Iron Mais possiamo permetterci di cercare.

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