Stramare
obliquo. 2022 - Pop

obliquo.

Il debutto del cantautore piemontese si fregia di arrangiamenti sofisticati e una voce di una leggerezza terapeutica, finendo per portare in una dimensione eterea tutta da esplorare

Formazione: Alessandro Cau alla batteria, Marco Giudici a basso, tastiere e programmazione, Sebastiano De Gennaro al vibrafono. Basterebbero questi nomi a conferma di avere sotto gli occhi qualcosa di interessante. O meglio, qualcuno: lui è Matteo Palazzolo, in arte Stramare, cantautore classe '97 che arriva da un paesino vicino a Ivrea. La sua voce sgorga dal caos, un disordine controllato che sin da Preludio cerca di ricomporsi per reggere gli acuti e la leggerezza di un timbro così delicato da attirare subito l'attenzione.

Obliquo è un processo di crescita messo in musica, un mosaico astratto che riesce a ottenere un senso solo nel momento in cui viene guardato da lontano, con la consapevolezza che tutto ciò che scorre davanti è solo una particella minuscola di fronte all'universo e impossibile da collocare nel tempo e nello spazio. Gli episodi di vita rievocati vengono cuciti tra loro in un arrangiamento che sembra sempre nascondere qualcosa più di rivelare, come se il gioco fosse distrarre il più possibile dalla forza ipnotica di una voce che è nata per cantare. C'è una ricerca costante nei brani del disco, che non nascondono un certo gusto pop super contemporaneo, dove la sfida diventa scrollarsi di dosso ogni patina di già sentito per elevarlo a un qualcosa di nuovo, originale, collocato in una sua dimensione eterea, fatta di aperture ambient, echi metropolitani in cui l'estetica itpop/urban viene sfilacciata senza perderne l'essenza e una costante sensazione di divenire.

Stramare sembra giocare a scardinare alcuni dei cliché del cantautorato più recente per mostrarne una terza via, consapevole di tutti i suoi mezzi e allo stesso tempo capace di parlare un linguaggio immediato, decodificato. Il risultato è un pop che entra dentro senza ruffianerie o banalità di sorta, semplicemente manifestandosi per quello che è. E grazie a questo finisce per entrare, proprio in obliquo, sottopelle.

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