Jaeck The Bit
Psychedelic Bicycle 2006 - Elettronica

Psychedelic Bicycle

Jaeck è il classico sadico dell’elettronica. Sa mietere il pubblico. E lo fa partendo da cose semplici: strutture basilari che man mano si complicano. Si destrutturano. Si imbastardiscono. E buttano a terra i poveretti ancora in piedi. Ora, ci stupisce con un disco assolutamente tranquillo e leggero. Pochissime batterie, moltissima melodia. Il concetto alla base è quello del viaggio in bici – tributo a Albert Hofmann. Un ipotetico percorso diviso in tante tappe quante le tracce del disco. Un’esperienza psichedelica – almeno così la vuole definire lui – dal “bosco dei funghi” al forse non così voluto “ritorno alla realtà”.

Procede come di suo solito: parte da un breve loop di piano, synth o quant’altro e lentamente incomincia a complicare il tutto. Le melodie iniziano a intricarsi. A sommarsi tra di loro. A creare contrappunti e dissonanze. E il ritmo, spesso un solo blip o una percussione, inizia a impazzire. A rimbalzare scomponendo quanto poco prima era lineare e quadrato.

Ovvio, non sentire l’impatto che di solito ci si aspetta da lui è straniante. Si crea una tensione continua aspettando il peggio. Anche se questo non arriva mai. Ma aiuta a coinvolgere l’ascoltatore. Lo fa perdere in questi scenari e in questi continui mutamenti. In fondo è un disco ambient, anche se non si basa esclusivamente su quel tipo di suoni e non sceglie direttamente una forma così dilatata. Il suo pregio sta nel cambiare le parti con facilità. Ridurre tutto a colpi di luce e buio che si muovono veloci. Diventare imprevedibile dai primi secondi, e così per tutto il disco.

Da segnalare: “Notte Araba”. Inizia tra rumori e landscape spettrali. E finisce, inaspettatamente, in mezzo a loop di chitarre acustiche e voci filtrate. Robe che farebbero impallidire anche il buon Mattia Coletti.
In più, e direi la miglior cosa di questo disco, non si percepisce minimamente il possibile desiderio di far parte di quel movimento di destrutturatori “colti” (che per molti vuol dire far casino e basta). Jaeck segue un percorso del tutto personale. E in realtà non si riesce nemmeno a tracciare grossi paragoni con il resto dell’elettronica d’oggi (forse può assomigliare ai Plaid o ai dischi più “pop” di Bogdan Raczynsky). C’è originalità. Si può percepire un senso di poca completezza. Ma almeno non si sente la puzza di stereotipo. Odore classico della contemporaneità –a maggior ragione nell’elettronica.

Vedi la tracklist e ascolta le tracce sul player nella versione completa.