Nadir [Marche]
Nadir 2000 - Rock, Psichedelia, Dark

Nadir

Giusto quando iniziavo seriamente a preoccuparmi, quasi convinto di avere un’innata ed irreversibile avversione a quasi tutte le (emergenti e/o autoprodotte) voci femminili, ecco che arriva questo cd "Attraverso me dei Nadir a smentirmi, anzi, ad ammaliarmi! Certo, il sound non è quello di una produzione miliardaria, ma un plauso va comunque riservato (oltre che all’idea - forse non sviluppata al meglio, ma comunque valida - dell’artwork del booklet) all’intraprendente Freak Out! Records di Riccione.

Come ho potuto lasciare che questo dischetto giacesse di fianco al mio stereo senza dargli il tempo che merita ed entrarvi? Finalmente, l’ho fatto, e vorrei portarVi con me: si tratta di un quintetto di Pesaro, dedito ad un (hard) rock con (lievi) venature psichedeliche, con le chitarre che spadroneggiano e si cimentano anche in paurosi quanto efficaci assoli; poi… poi c’è Vally, cantante e autrice dei testi, ed ancora mi chiedo che cavolo avevo per la testa quando - durante il primo ascolto - annotai che in La resa sembrava Dolores O’Riordan dei Cranberries! Tempo dopo, la resa è invece mia: mi arrendo soprattutto alla cavalcata strumentale finale di questo brano, alle urla di Vally spruzzate di delay; alle trame che le chitarre intessono in Come può e al suo impenetrabile, ermetico e fascinoso testo, al wah wah di Soliludio col suo tempo dispari… ecco, è forse questa la prova vocale meno riuscita, ma è più che perdonabile allorchè si giunge agli arpeggi della seguente Automa e alle piroette che quivi compiono sulla sei corde Brubi e Ugo (forse, sin troppe).

A parziale discolpa del mio iniziale spiazzamento sta forse l’apertura di cd: Domani sembra(va) collocare i Nadir su un territorio più vicino al punk, sorta di ibrido fra (P)itch e Prozac+, che poi nel prosieguo del lavoro si smentisce con canzoni ben più articolate e studiate rispetto ai canoni punk, lambendo addirittura - come accennato - gli acidi territori de La resa. La conclusiva Attraverso me, che dà il titolo all’opera, è la Kashmir del lotto, con un incedere di basso degno davvero di una "Fuga da New York" di carpenteriana memoria, e Vally che conclude sussurrando a ripetizione "sono sopra di te"… non me ne voglia, se la sua voce me l’ha fatto desiderare ardentemente.

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