Chant Song Orchestra
Indie Mood 2007 - Rock, Jazz

Indie Mood

"Ho fatto cantare Aldo!" Dice, che c'entra? C'entra. Perché non è mica un Aldo qualunque, ma il cubo di 3. Aldo Nove. "L'ho fatto cantare!", ripete felice la voce. Ed io: "bè, dai, più che altro è un recitare melodicamente, un rappeggiare elegante." Mentre lo dico ho ancora in testa proprio quel pezzo, "Gusci a perdere", traccia 8 del disco di cui andiamo a raccontare. Miseria, come tira. E l'Aldo tiene alto il registro e declama stentoreo la condizione del precariato all'urlo di "Adecco". Procede in voce su tutti gli ottoni che si può. E la voce conclude: "Sai, questo progetto m'è molto piaciuto, hanno lavorato sodo tutti quanti ed anche chi all'inizio era dubbioso e scettico, ecco che alla fine si riascolta convinto." La voce è del coordinatore artistico, certo Mauro Ermanno Giovanardi. Capita che io ci parli per caso dopo aver scritto questa recensione, scoprendo atmosfere che vanno oltre l'ascolto.

Duke Ellington sosteneva che "il jazz è sempre stato simile al tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia". A Cremona, allora, c'è un intero gruppetto di sciupafemmine, dodici giovani strumentisti, dodici sciupafemmine del jazz diretti ed arrangiati da Igor Sciavolino (poliedrico compositore e saxofonista). È la Chant Song Orchestra, nata nel 2006 nell'ambito del Centro Musica "Il Cascinetto" di Cremona. Hanno avuto una pensata: "Indie Mood". Undici brani della scena indie rock italiano anni '90 riletti, ma che dico, resuscitati in chiave jazz con tocchi quasi fusion. Stilemi tipici del jazz misti a strumentazione rock, linee funk che modulano, castigano ed infine, clementi, riaccolgono i più tradizionali accompagnamenti jazz. A cambiare è un po' l'intera struttura dei pezzi. Non cover. Se la partenza è una sorta di scatola Lego, le conclusioni sono sempre nuove costruzioni. La fedeltà all'originale è più volte tradita come si conviene ad una novità. Questa big band va ad annusare gli esordi degli artisti e li fa anche divertire ad interpretare pezzi altrui. E allora mi siedo al tavolino ombroso di un ipotetico "Sunset & Sunside Jazz Club" in Rue des Lombards. M'invento un drink. Ed aspetto finché sul palco una diafana Cristina Donà dà il via a tutto, intonando metallica "Discolabirinto" (Subsonica/Bluevertigo), traccia tra le mie preferite, con annessa citazione nascosta da trovare. A seguire Frankie Hi Nrg in una frenetica "Disconnetti il potere" in versione acid jazz un po' troppo pompata. Incede poi Cristiano Godano che "jazza" la voce su una metropolitana "Lieve", dall'intro ampia ed enfatica. D'esordi parlavo ed allora come potrebbe Emidio Clementi esimersi dal recitare "Voglio una pelle splendida" (Afterhours), col sax che manda all'angolo la chitarra? Emidio che ripropone anche "Il primo Dio" dei Massimo Volume che invece non perde il noto riff di chitarra. Emo, Linea 77, col suo timbo riconoscibilissimo, cavalca i fiati e spara dritto una fragorosa "Forma e sostanza" dei C.S.I. Notevole "Balon combo" dei Mau Mau, solo strumentale, che sveste i panni folk e piacerebbe a Paolo Conte. Altro folk, "Caffè Macedonia", dai sapori dell'Est. Giò poi non si limita a far cantare l'Aldo e propone due brani, "Stelle buone" (Donà) ed un'ombrosa e tesa "Ninna nanna", molto convincente così riletta. La chitarra di Lorenzo Corti si tuffa "Sempre più vicino" (Casino Royale) sulla voce di Luca Morino. È Roy Paci a chiudere, sacerdote dell'orchestra che ondeggia per nove minuti sul mare agitato di una "Festa mesta" solo strumentale, in cui chitarre elettriche guerreggiano coi fiati, suddivisa idealmente in due parti, schianto-quiete-schianto alla MK, riprendere fiato come quando fai l'amore e ricominci.

Finito. Mi alzo. Bicchiere vuoto. Ho assistito a mani, voci ed idee che omaggiano le radici per sbocciare in germogli. Bell'albero.

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