Lento
Earthen 2007 - Strumentale, Psichedelia, Noise

Earthen

Un’eruzione. Dopo il (falso) esordio in coppia con Ufomammut (“Supernaturals: Record One”), qualcosa di ben più grosso era nell’aria da mesi. Supernatural Cat presenta… “Earthen”. Roma. Tre chitarre basso batteria. Tanto volume, tanto rumore. Fascinazione per il post-core d’oltreoceano e la sperimentazione in chiave oscura. Alle spalle tutto ciò che poteva essere profondo, pesante e psichedelico (stoner o hardcore?). Davanti il territorio sconfinato dell’ambient e la violenza psicologica del drone. In mezzo il faro inudibile del vecchio post-rock, soffocato con garbo tra risonanze e accenni sommessi a un decennio di sperimentazioni. Feedback e sudore, pastoni sintetici come colla da inalare; i disegni a tiratura limitata di Malleus.

E non posso nascondere tutto l’amore per “Currents”, una delle perle del disco: come (e perché) coniugare marciume sludge al dondolamento ripetitivo e (qui) accelerato del doom, con l’invenzione di una melodia di vocoder/synth che sembra estraniarsi da un loop dei primi Sigur Ròs. Un episodio solo che quasi è sufficiente a rappresentare le due splendide facce di “Earthen”, quella prettamente ambientale e l’altra, predominante, del post-core atmosferico e multi-sensoriale. Drumkit vario e poderoso rompe l’assopimento che il wall of sound di un album interamente strumentale può suscitare. Il resto è qualcosa che in Italia è ancora raro cogliere: un suono. Vecchie carcasse a valvole e coni sfondati sono quanto di più libidinoso il combo romano potesse estrarre dal cilindro; perché c’è poco da aggiungere, questo disco suona come dovrebbe suonare. Apocalittico. In linea con le produzioni di riferimento americane (più legate ai toni corrosivi del post di anni fa che a una certa pulizia odierna) ma con un savoir faire e un gusto personale convincente. Le oscillazioni ancestrali e pittoriche dell’evocativa “Emersions of the islands” sono poi le stesse, ma molto più pesanti e ossessive, della magmatica “Hadrons”. Il citazionismo non manca (Pelican, Isis), ma nemmeno disturba. Poi c’è lo spazio per l’immaginazione e le allucinazioni. “Need” tirata, satura, visionaria, si arrotola e si dispiega sulle solite chitarre prima di collassare nell’oceanica suite “Subterrestrial”, con richiami ad ambient e non solo (la tensione dei Neurosis). Un cunicolo verso stratificazioni drone e paesaggi sonori inesplorati.

Stupisce in definitiva questa prima prova, pur intravedendo buoni margini almeno a livello compositivo. Un lavoro da esportazione. Se potete, andate a vederli dal vivo.

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