Tre date per fotografare il 1977, l'anno che incendiò la musica

06/09/2016 di

“L'anno che il mondo si sfasciò. L'anno che il mondo si tinse di rosso. L'anno che il mondo cadde a pezzi”
(David Peace, "1977")

Settembre è arrivato, ma senza farci prendere dall'ansia di fine anno possiamo già portarci avanti e cominciare a organizzarci per i compleanni musicali che festeggeremo nel 2017, che saranno tanti e importanti, visto che il 1977 è un anno che ha fatto la storia della musica in tanti di quei modi che non viene mai definito meno che “incendiario” ed “epocale”. Ho scelto tre date da celebrare, tre giorni per raccontare cosa succedeva in quei mesi in cui “i due sette si scontrano”, come cantavano i Culture. In cui tutto ciò che ribolliva più o meno silenziosamente e clandestinamente, alla fine esplodeva.

1 gennaio – Un capodanno punk

Fra le varie date di nascita che vengono attribuite al punk io scelgo il capodanno del 1977 al Roxy: nello storico locale di Covent Garden il concerto dei Clash inaugura un anno che vedrà esibirsi su quel palco Generation X, Heartbreakers, The Damned, The Stranglers, Buzzcocks, The Jam, Siouxie and The Banshees... Certo è ovvio, come tutti i fenomeni culturali il punk non è nato all'improvviso o venendo fuori dal nulla, ma sta di fatto che è in quest'anno che escono gli album di debutto di Sex Pistols, Damned, Clash, Stranglers.
Raramente”, scrive Jon Savage in “Il sogno inglese”, “un anno è stato tanto divinizzato. Come nel 1966, il numero ripetuto due volte veniva considerato un presagio da apocalittici di ogni sorta, da David Bowie agli artisti reggae, le cui voci riecheggiavano ovunque si riunissero i punk”.
Sicuramente è per via di questo senso di apocalisse che le vicende del caso editoriale di quest'anno, “Città in fiamme” di Garth Risk Hallberg, si svolgono proprio nei mesi che vanno dal capodanno all'estate del 1977, con il punk che gioca un ruolo cruciale, quasi fosse un altro protagonista del libro, ambientato nella New York del G.B.G.B., dei Ramones, dei Television, dei Talking Heads.
Strano a dirsi, quell'anno l'Italia non era in ritardo: sarà che l'intento dissacratorio e distruttivo del punk trovava terreno fertile in un momento storico dominato da austerity, terrorismo e disordini di varia natura, sta di fatto che mentre gran parte degli artisti internazionali si rifiutavano di venire in concerto nel nostro paese (c'era una certa tendenza politica che voleva "musica gratis") e Joe Strummer si faceva fotografare con addosso una t-shirt delle Brigate (anzi “brigade”) Rosse, anche da queste parti gruppi come Gaznevada e Skiantos davano fuoco alle polveri, e qualcuno guardava ancora più in là, verso la new wave che già incalzava.
Per questo, per il nostro simbolico capodanno, fra i dischi italiani che compiono quarant'anni scegliamo “Chinese Restaurant” dei Chrisma. Perché perfino qui ai margini dell'impero c'era qualcuno che dopotutto, nell'anno del “No future”, il futuro riusciva a vederlo.

 

 

22 aprile – Primavera disco

Maurizio Arcieri e Christina Moser non erano gli unici italiani ad essere avanti. Ma per un momento torniamo ancora a New York, dove il punk non era l'unica musica che infiammava i locali e le strade. Senza violenza, spargendo colori, luci, divertimento e una nuova liberazione sessuale, la disco music era protagonista delle notti di Manhattan e dintorni.
Il 22 aprile è il giorno in cui viene inaugurato il tempio di questa religione fatta di ballo, sudore, buone vibrazioni, soul, funk, febbre del sabato sera (a proposito, anche il film omonimo esce nel '77): apre i battenti lo Studio 54. Non che ci sia bisogno di spiegare cos'ha significato nei suoi pochi ma ruggenti anni di vita, prima che anche questa scena cedesse al suo lato oscuro, comunque tanto per citare qualche frequentatore abituale: Andy Warhol, Grace Jones, Michael Jackson, Madonna, Lou Reed, David Bowie, Salvador Dalì, Karl Lagerfeld, e potremmo andare avanti a lungo.
Nel frattempo anche in Italia si ballava e, come dicevamo, anche in questo campo c'era chi la sapeva lunga, tanto da innovare e cambiare le regole del genere: stiamo parlando di Giorgio Moroder, uno che non è mai rimasto dentro i confini, in tutti i sensi, e che nel '77 dava alle stampe quello che fra i dischi italiani sceglieremmo per festeggiare il trasgressivo quarantennale del locale: “From Here to Eternity”, dove la disco amplia i suoi orizzonti, indurisce il soul-funk con l'electro e suona di un'attualità quasi sconcertante, gettando le basi per diventare quella che è oggi la musica “da ballo”.

 

 

13 luglio – Estate hip hop

Siamo ancora a New York, stavolta per rimanerci mentre tutte le sue luci si spengono e una nuova musica (un'altra) illumina la scena. Almeno questo è quello che succede secondo i sostenitori della teoria per cui il famoso blackout che il 13 luglio 1977 tenne al buio la città per quasi ventiquattr'ore ebbe un ruolo cruciale nella nascita dell'hip hop. In che senso?
Ce l'ha appena raccontato Baz Luhrmann nella serie “The Get Down”, ambientata in un Bronx letteralmente in fiamme durante la calda estate del '77: nell'episodio sulla notte del 13 luglio, intitolato “Darkness is your candle”, i protagonisti si procurano gli strumenti per la battle che li vedrà coinvolti di lì a poco svaligiando un negozio di musica. Esattamente la teoria di cui sopra: grazie ai fulmini che mettono ko una centrale elettrica, tanti giovani senza prospettive si armano di turntable, mixer, e tutto quello che serve per costruirsele a botte di rime e scratching, emulando i nuovi eroi della cultura black quali ad esempio Grandmaster Caz, che quella fatidica sera si stava esibendo in un parco insieme a Disco Wiz.
Come si dice? Il momento in cui la notte è più nera è quello che precede l'alba. In questo caso, dall'oscurità più profonda all'alba di una rivoluzione musicale.

 

Tag: storie

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