1998 Fuga da Milano (2)

26/07/1998 di Massimo Del Papa



Ho letto l'articolo di Gipo, a proposito del modo d'intendere la musica a Milano, e m'ha preso un magone tremendo, a me vecchio milanese da 15 anni in esilio coatto: perché è dolorosamente sincero, quell'articolo, e fosse solo una questione di musicisti professionisti, di circuiti delle prove o di commessi di strumenti musicali supponenti! Combinazione, torno proprio da un giro nella mia vecchia città, vissuta come mai prima da appassionato di musica e di dischi, e l'impressione che mi sono portato appresso è quella di una desolazione invincibile, una divisione a blocchi come la deriva dei continenti, che una volta staccati si allontanano impercettibilmente ma inesorabilmente e nessuno ci fa caso, nessuno si preoccupa anche se la deriva si conclude poi col naufragio.

Nel tardo pomeriggio, quando gli impegni di lavoro mi lasciavano libero, me ne andavo in giro per negozi di dischi, di musica: non quelli istituzionali con la vetrina tappezzata di poster delle Spice Girls, no, andavo per negozi alternativi, conosciuti sulle pubblicità dei giornali specializzati, piccoli santuari per chi vien su dalla provincia contando di trovarsi in mezzo a qualcosa di familiare, sensibilità affini, entusiasmi condivisi, una cultura comune cui attingere. Ma niente: arrivo a un buchetto (niente nomi), specializzato in punk, ne vedo uscire due pischelli già marciti, fottuti a 16 anni; sbircio dentro, anche il padrone sembra un ectoplasma, magrissimo, emaciato in modo fin troppo evidente, a parlarci ti metterebbe quella soggezione che nasce dalla pena, dalla distanza di scelte che a te sembrano troppo incomprensibili per tentar di capirle. Tutto intorno, appiccicata ai muri, una tappezzeria di manifestini e foglietti e annunci e volantini dalle grafie allucinate, aggressive, sembrano messaggi in codice, forse lo sono, ma perché i posti dove circola musica debbano poi somigliare a delle drogherie mal mascherate questo proprio non riesco a capirlo, so solo che è una cosa che scoraggia, che fa incazzare, perché finisce per fare il gioco di quelli che, con malizia tutta cattolica, associano la musica alla droga, alla perversione e a tutte le altre bischerate che a loro fa comodo immaginare. Allora mi allontano, mi dirigo verso l'altro negozio, assai conosciuto, un'istituzione: ci arrivo, entro, ma per mezz'ora nessuno mi rivolge la parola. Cerco, faccio finta di frugare tra i cd ma mi sento una specie d'intruso, forse sarà perché per la prima volta quest'anno mi ritrovo a portare dei pantoloni con la piega, non lo so. Fattostà che scelgo qualcosa, abbozzo una conversazione ma dall'altra parte del bancone ti guardano come un minus habens, un troglodita, forse dipenderà dalle scelte, forse ho sbagliato a prendere quello che ho preso, magari li ho fatti inorridire perché loro sono i fissati del post-pop-space-skunk-trip-trock-low-bum. Insomma quel sacro disprezzo, quel fastidio anche se gli lasci i tuoi bei soldini, quel compatimento che troppo spesso hanno i venditori di musica "alternativa", come fossero i depositari della pietra filosofale, i custodi del Sacro Graal, gli eletti che hanno ereditato il Terzo Segreto di Fatima e non possono certo venirlo a rivelare a te, andiamo! Quanta distanza dalle ingenue Marche, dove però posso intrattenermi coi miei amici-negozianti di musica, Rino di San Benedetto, Domenico di Porto San Giorgio, senza sentirmi paria in una casta di bramini! Roba che ti vien voglia di andarti a stordire negli odiosi, anonimi baracconi del centro, il megastore Virgin, le Messaggerie, dove almeno nessuno ti compatisce mentre ascolti quello che ti pare dai distributori da cui pendono le cuffie messe lì apposta per farti comprare pavlovianamente le ultime novità. Certo non è un gran colpo d'occhio trovarti in faccia, mentre senti se davvero val la pena 'sto Chocolate Genius, una intera parete invasa dai dischi e i poster e i biglietti per il concerto e la pubblicità a grandezza murale dell'ultimo Korn, sì che viene in mente l'aforisma di Cris-Naro: "il Rock, poi, non esiste ed ho molti dubbi sul fatto che non sia stata l'invenzione d'una multinazionale nipponica". Ma almeno sei solo con te stesso, lontano dalla supponenza compatente e razzista di chi usa la musica non per unire ma, a modo suo, dividere.

Ahi Milano un tempo ecumenica capitale di tante cose, Milano dove tante cose sono cominciate, compreso un certo modo di far musica, Gaber & Fo, Enzo Jannacci, Celentano che cantava Conte, Milano come ti sei ridotta! Anche i locali sembrano riserve indiane, alle Scimmie si fa solo jazz, allo Zelig, che poi è il Derby di oggi, Paolo Rossi che suona con Cochi Ponzoni per una folla di quarantenni e cinquantenni nostalgici mette quasi l'angoscia dei pellerossa ridotti ai numeri da circo. Gli altri locali e localini debbono essere in certo qual modo sopra le righe anche nell'andar sotto, alternativi anche nell'alternativa, e finiscono così per suonare falsi, artificiosi. Nelle periferie paludose attorno all'Idroscalo ti propinano ancora Jeff Beck. Certo, qualche enclave del buon gusto c'è, come "Le Trottoir" di corso Garibaldi, conosciuto perfino a Buonos Aires e con ragione, perché qui, sprofondato nella penombra viola, blu puoi bere e parlare di letteratura ascoltando le ultime follie elettroniche inframmezzate magari a Gomez e Scott 4, ma queste sono oasi nel mare d'indifferenza, ed è fatale che restino tali.

Per il resto Milano è invasa da musichette inconsistenti come la sua cultura, la sua curiosità ormai sfinite, specchi del Naviglio che un'anima grande e libera come Alda Merini vede "stanco, riottoso, difficile, antico, stracarico, colpevole, puttanesco, drogato di sogni, ritoccato dalla mano sapiente del consumismo, oggi sembra un'enorme prostituta ballonzolona". Canzoncine nevrotiche e fatue, inconsistenti come modelle anoressiche, adatte per gli spot di aperitivi, sottofondi da atelier dei grandi stilisti dove la odiosa Milano da bere non ha mai smesso di bere, Tangentopoli o non Tantentopoli, giudici o non giudici, e dove non sei gradito ospite se non fai parte del giro: qualcosa di simile ai negozi di dischi. Rifacimenti beceri rimbalzano da Brera fino in periferia, come quello che gira adesso, "Se telefonando" di Mina, o l'altra canzone della Marcella Bella, quella dove lei smaniava perché non aveva pronto un uomo a sfamarla: volgarotta, ma almeno una sua ribalda freschezza ce l'aveva, adesso il "remake" affoga tra basi raccogliticce, elettronica d'accatto e voci anonime, da supermercato, da non prendere sul serio neppure per un attimo. Si salvano i Massive Attack ma solo perché sono diventati la sigla di uno spot televisivo, sono trendy, però nessuno sa veramente chi siano i legittimi proprietari di quella musica così eccitante. Certo, la loro parte di colpa ce l'hanno anche i grandi network radiofonici dove il tempo viene lottizzato come un'area fabbricabile, dove le case discografiche comprano pagandoli a peso d'oro dieci, venti passaggi al giorno per trasmettere a mitraglia sempre le solite cinque o sei ciofeche da infilare nei cervelli già deboli delle dodicenni, dei post yuppies che pensano così di essere alla moda. Ma incolpare di tutto le radio sarebbe puerile, Milano ha almeno duecentomila extracomunitari tra regolari e clandestini: filippini, egiziani, marocchini, gabonesi, camerunensi, indiani, cinesi. Un simile melting pot dovrebbe riflettersi anche nella musica e invece dove sono i ritmi algerini, le melodie egiziane? Per ascoltare musica Klezmer devi fare ricerche da caccia al tesoro, la tradizione africana o è inaccessibile o è annacquata in qualche discoteca, dove notoriamente non passano i retaggi, le culture che l'hanno prodotta. Ognuno si canta la musica sua, tutti divisi e a se stanti, incomunicanti come le monadi di Leibniz. Parlo con alcuni amici che svolgono le professioni della Milano di fine millennio, broker, funzionari di assicurazione, di case editrici, e rischio la raucedine per far capire loro che esiste un gruppo chiamato Belle & Sebastian, che vale la pena di sentirlo, debbo anche raccomandarmi di ascoltarlo con pazienza, più volte, perché è un po' diverso dal solito, non c'entra niente con gli 883 e gli Articolo 31. Mi rispondono che gli Articolo 31 non sono male, hanno dei bei testi, a loro piacciono. E sono persone con cui condividevo i Police nel '79!, i testi barricaderi e poetici di Finardi, addirittura il punk: UK Subs, Antipasti.

Tiremm innanz caro Gipo: è già una fortuna che il Piazzolla, pur ficcandolo in Italia, l'abbiano ancora riconosciuto qual musicista. Con quel nome lì, potevano benissimo prenderlo per un direttore di banca con l'hobby della fisarmonica.



Questa è la lettera di un lettore di Rockit, in risposta alla prima lettera di Gipo sull'argomento.

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