Il 25 marzo e io (e noi, e tu)

04/04/2006

Foto di Viviana Martucci

Impressioni. Pensiero libero. Divagazione sentimentale. Arrampicata sull'Idea. Ubriachezza molesta. Stanchezza assassina. Un pizzico di felicità. Varie ed eventuali. Ecco cosa spinge a rendere una festa qualcosa in più che una festa. Ecco cosa fa di una semplice serata una serata speciale



Roma, 25 marzo 2006

Un pensiero chiaro alle quattro di mattina.
di Margherita Di Fiore
Non credo di aver avuto mai tanto sonno. Sarà l’età, sarà il cambio di stagione (ricordare prendere vitamine) o piuttosto l’eterna ricerca di prospettive diverse che porta a un incontenibile stress post-adolescenziale, che dura almeno vent’anni (dipende da cosa ti aspetti).

Stanotte è una notte strana, si va un’ora avanti e questo mi avvicina al treno che prenderò, alle sette e quarantasei: sono solo le tre, ovvero le quattro. O qualunque altra ora buia e affogata nella folla e nel sudore, come unico riferimento le stelle, se ci fossero: nuvole. Ho visto Roma alle diciannove (tre ore di treno + quaranta minuti causa guasto tecnico), piena e vivace come uno di quei giorni di vigilia e d’attesa che tanto amo, con le luci che appaiono più luminose per te che hai qualcosa da fare, che non sei lì per caso, che non andrai a casa per cena e neppure per dormire. Le strade scivolano nel sabato come note di Charlie Parker, intensità e calore sono nell’aria, il primo morso di questa lunga notte già promette sapori nuovi.

Ed è così, arrivare al Circolo degli Artisti, e sentire chiaramente i propri battiti, perché c’è emozione nell’incontrarsi, conoscersi senza frequentarsi mai eppure sentire che siamo tutti là per lo stesso motivo. E da questo momento in poi non mi sono più fermata, ho attraversato le stanze e strisce pedonali, e aggirato pozzanghere, e sono rimasta seduta girando coi pensieri che continuavano inspiegabilmente a essere ispirati da musica jazz che non c’era, ma che mi parte nella testa quando divoro allegramente input. Le ore saltellano, si inseguono, ti prendono in giro mentre l’orchestra suona, c’è tanta gente, e una quantità di colori e sfumature che riesci a vedere solo in certe occasioni. Righe pallini quadrettini biancoenero rombi e tinteunite, Yuppie Flu, pizza e bruschetta, checaldochefa, Remo Remotti, lastanzagrandeelastanzapiccola, dovecchestaesattamentepratolapeligna, Studio Davoli, hoquasitrentanni, tuseiquellochehapresoingiroilmionome, iodivoisotuttomimancavasololafaccia, e piano piano cammina la notte. Immersa nella musica che mi trattiene dall’assumere una posizione orizzontale, con occhi fissi e utili solo a dimostrare (sento che devo farlo) a tutti quelli che passano che sono sveglia, alzo lo sguardo e vedo che l’ambiente si svuota, comincia a fare più freddo, sarà anche il sangue che circola più lentamente, noto già indistintamente che consumo meno ossigeno. E si avvicina l’alba, e si assopisce l’ansia che mi accompagna tanto spesso, e tutto è così dolce, e morbido, il pensiero di un letto che vedrò solo alle undici di mattina, eppure la gioia di esserci, incontenibile e piena, il senso di appartenenza, il clan, sensazioni comuni, associare volti a nomi.

Tutto così semplice, e bello, come incontrare due mucche dopo una curva e non chiedersi il perché.

E continuare ad andare. A scrivere e cantare e ballare, perché siamo questo, siamo l’aria respirabile che c’è stanotte, siamo una serena presa di coscienza che ci sarà sempre domani, e magari non sarà poi tanto serena, siamo i passi che facciamo per non essere troppo distanti. Siamo quelli di Rockit, orgogliosi di esserlo, orgogliosi di esserci.

Il cervello esploso di Rockit.
di Simone Cosimi
Il cervello esploso di Rockit – cioè tanti stondati e pulsanti emisferi destri e sinistri spalmati in tutta Italia. Di nuovo compresso in un’unica serata. Insieme a Remo Remotti – sempre più verso l’abisso, sempre più tragicamente reale. Insieme a StudioDavoli e Yuppie Flu – cioè allo Stile. A mangiare insieme. A far tutto insieme. Con un paio di labbra affianco da far paura – per quanto sono soffici e rosso morte. E un sacco – quanta? Boh, è il mood che conta – di gente lì, a spalare carbone per la musica indie. Non amo i cori russi. E nemmeno i panegirici ossequio-celebranti. Semplicemente, rimangono due dati di fatto della Notte del 25 marzo 2006. Primo: Cultura. Questo, tutto quel che leggete e linkate e gradite o su cui sputate, è Cultura. Ad opera degli emisferi che ci stanno dietro. Ma grazie anche a chi, con quei cervelli, entra in collegamento e dà significato ad un tiro ai dadi lungo nove anni. Rete. Amicizie. Musica Leggera. Pesante. Popolare. Di certo non Troia. Magari anche un po’ Puttana, via. Ma decisamente poco Mignotta. Insomma: una scintillante scommessa stravinta. E starci dentro – online/offline – è l’unico modo, coerente, pacifico e costruttivo, di fare la Rivoluzione dei Costumi. Di distribuire Scelta, Conoscenza – è questo che manca davvero, oggi. Come samaritani del pop, ma cominciando a schiarirsi la voce. Anche se poco, in crescendo. Anche se sul lungo periodo, come si usa dire nei costumi attuali. Sticazzi. Secondo: Ricchezza. Di quanti entrano in contatto con te solo perché c’è la Cultura a fare da ponte. C’è la Passione di voler scrivere anche del proprio vicino che suona il basso-tuba. Di chi vendeva i giornaletti costruiti staccando i fogli centrali dei quadernoni. Al posto delle foto, le figurine. E li rivendeva a mamma e papà: costo 500 lire. Rockit è tutto questo. Ed ho scartato tutto questo in quel ciclico momento che è bersi una birra affianco ad uno che tre giorni prima stava a Berlino, ieri sera a Milano, stasera a Roma. Per/con/di/Rockit. O dietro a quell’altro che abita a mezz’ora da casa tua. Ma che – senza la Cultura, che è Legame – sarebbe morto senza che tu l’avessi mai incrociato. Ecco: gli incroci. Gli scontri. Crash. Dice bene Paul Haggis: “Ci scontriamo quotidianamente ignorandoci”. La Festa di Rockit è servita e serve a questo: a fare in modo che la prossima volta che ci scontreremo – con la Musica, con Noi, tutti, con un Modo di vedere le cose - non ci ignoreremo. Rockit VIVE. Davvero.

Bella bestia baciami.
di Andrea Borraccino
Ho un’immagine della serata di Roma. Quando gli Studiodavoli avevano aperto la serata con leggerezza e gli Yuppie Flu non avevano ancora infiammato il Circolo, c’era Remo Remotti che parlava della fica. Io stesso in dolce compagnia vedevo le coppie attorno a me compiere gesti uguali: guardare negli occhi il proprio partner, sorridere con malizia, regalarsi un bacio leggero e sfuggente sulla guancia. Darsi un abbraccio. E sentire: “… Patrizia sei una bella bestia! Sei piena di carne, di peli, di setole… ”. Remo aveva portato dolcezza e complicità. Come un nonno un po’ invadente, sembrava voler darci degli insegnamenti di vita. E noi, davvero, avevamo tutto da imparare.



I nostri contributi:

Milano-Roma costiera 130 all'ora, di Carlo Pastore

Puttane e superalcolici, di Sandro Giorello

Dal diario di Sara, di Sara Scheggia e Sara Loddo

Il 25 marzo ed io (e noi, e tu), di Margherita Di Fiore, Simone Cosimi e Andrea Borraccino

LA GALLERIA FOTOGRAFICA (di Marco Becker, Davide Bez, Ivan Rachieli, Giulia Bertelli, Viviana Martucci)

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