Almamegretta - 4/4_tour - Vox (Nonatola - MO) Live report, 22/03/2000

25/03/2000 di



La ‘dub music’ degli Almamegretta è una delle più belle sorprese di questo primo trimestre, soprattutto se paragoniamo la tournée di "Lingo", prolissa e infarcita di inutile techno, a quella di "4/4", ricca di innumerevoli variazioni sul tema ‘dub’. Ascoltare (e vedere) per credere.

In un Vox sorprendentemente affollato, torna in scena una fra le band più controverse di questi ultimi anni: dagli ormai lontani esordi datati 1993, i quattro napoletani hanno ‘manipolato’ il proprio sound fino a renderlo, talvolta, anche troppo impersonale. Con l’ultima produzione discografica, invece, Raiss e compagni cercano di riappropriarsi delle loro origini, innestando decisivi elementi di techno che col tempo sembrano aver metabolizzato al meglio.

Il concerto di questa sera ne è la dimostrazione concreta, siccome le parentesi live sembrano la miglior opportunità per ‘dire’ ciò che nel disco si è taciuto. Singolare la partenza, affidata a 47, brano dal ritmo fortemente dub - non mi si voglia se questo termine ricorre troppo spesso, ma è l’essenza del sound Almamegretta - come i successivi 3 brani (Venus, Altà fedeltà e Brucia), quasi a significare che è meglio risolvere fin dall’inizio i conti con il passato, anche se i titoli risalgono all’anno appena trascorso. E’ quindi più che giustificato tornare ancora più indietro per recuperare ‘O bbuono e ‘o malamente, riletta in una versione che ha molti punti di contatto con le ritmiche rap. Da questo momento in poi, il gruppo comincia a macinare ‘bpm’: ecco così che O megglio d’a vita perde le sue connotazioni ‘à la Jobim’ per recuperare in velocità; cominciano perciò le prime ‘bass vibrations’, con Reeno a svolgere magistralmente il suo ruolo di cerimoniere, coadiuvato da una band che non sbaglia un colpo.

Il trittico Rootz, Black Athena e Sempreè forse lo spezzone migliore del concerto, quando tutti i presenti cominciano a ballare in maniera forsennata, tant’è che il Vox assume sempre più i contorni di una ‘dancefloor’. E si continua con lo stesso sound per quasi un’altra mezz’ora: Guru, Pé dint’ ‘e viche addò nun trase ‘o mare, Nun te scurdà e Oreminutisecondi conducono dritti dritti a un finale che, dopo tanta attesa, va a ripescare canzoni vecchie ormai di un lustro e qui riarrangiate col piglio degli Alma del terzo millennio. Scontato, poi, ribadire che il primo singolo è una canzone fra le migliori che la band abbia prodotto, soprattutto nella versione dal vivo, perché arricchita di un pathos che uno studio non riesce a trasmettere allo stesso modo.

Giusto qualche minuto e i 6 tornano sul palco, per un primo bis all’insegna della dance più sfrenata: Sainko’s blues, Riboulez le kick, Camisa doce, Mbikili e Suonno sono titoli che rendono in maniera palese l’atmosfera creatasi in questo frangente, dove forse il gruppo ha reso splendidamente, anche se non ha convinto del tutto la scelta di dedicare un set di 30 minuti a certa musica che finisce per essere troppo ripetitiva nei suoi ritmi. Fortuna ha voluto che si optasse per un secondo bis che si è concretizzato in un medley in cui si è pescato moltissimo da Sanacore, dai più considerato l’album migliore di Raiss & co. Il finale della serata, e della recensione, è affidato alle parole del vocalist: "This is dub music!".

Se per caso non ne foste convinti del tutto...



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