60° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica

10/09/2003



Fa un freddo cane: dovevo portarmi più calzetti e un giubbotto… non guastava proprio. Ogni anno preparo la borsa con un caldo bastardo e ci metto dentro solo magline a manica corta e sandaletti infradito, che scemo. Dimentico il vento che tira quando inizia l’autunno, qui al Lido di Venezia, nella Giamaica del nord-est. Nove giorni fuori dal mondo, immerso in sala col telefono staccato. In genere tengo botta per cinque film al giorno - il record resta di otto ma li ho scordati tutti. Panino quattro euro, birra quattro euro, caffè due: il bel mondo è seduto ai tavolini del ‘Pecador’ a sbafarsi pareri, con la bocca unta di polpette e di olive ghiacciate di sprizz all’aperol.

Vince Manoel de Oliveira o Tacheshi Kitano? Il primo fa addormentare senza farti sentire in colpa, il secondo è l’ennesimo capolavoro del cabarettista giapponese. Chissà? La giuria è divisa e Monicelli Mc dandosi tre colpi col pugno sul cuore ha giurato, indicando uno a uno i presenti, che favorirà il cinema italiano - mai e poi mai riproverò certi brividi, mai e poi mai, oh yeah. Certo che se non lo si spinge non va da nessuna parte, è chiaro: quando non ci danno un rigore sbrocchiamo, ma se si tratta di cultura si bara. Giusto. Io mi giro e m’indegno e getto la spugna con gran dignità; mio complice è un collega tedesco, anch’esso contrariato, che mugugna: “I soliti italiani”, ma ha paura a protestare visti i tempi.

C’è ben poco da fare per le commediole trite e ritrite, con ragazzetti innamorati di bellocce sul brano “I will survive” del film “Liberi”. “Basta! - urla la signora al mio fianco - fatele per la televisione queste cose… questo è un festival, vacca boia”. Il livello dei film in concorso è talmente basso che sono tentato ad andare in spiaggia, ma solo il freddo mi trattiene in sala e mi scorrono davanti schifezze degne di telenordest o rtr in orario notturno. “Segreti di stato” é sicuramente importante: una commovente ricostruzione dei fatti che portarono alla strage di Portella della Ginestra. Si accusa Andreotti con un ragionamento che incolpa anche Mogol, WaltDisney e il Papa. Anni bui funestati dalle collusioni tra servizi segreti-mafia-DC-Cia. Ci si chiede, però, se non sia il caso di aggiornarsi un po’… con Andreotti ormai se la veda il buon Dio.

“Bongiorno, notte” é piaciuto a tutti, e qualcuno lo vorrebbe premiato col massimo riconoscimento. Ancora la storia d’Italia nel periodo del compromesso storico, altro film sul caso Moro ma con altro sguardo; la ricostruzione politica della tragedia lascia il posto al sentimento di chi per convinzione ha operato una scelta radicale, cambiando le sorti del bel paese. E mastichiamo un briz taylor, panino con frittata e brie, in una nuova fila, ripensando a quanti figli non trovano un dialogo con genitori che hanno fatto il ‘68, ma ne sono usciti lesi o sono rimasti a casa per paura di scheggiarsi le unghie laccate oro. Si fanno di tutto gli adolescenti, ovunque nel mondo, seghe ancor prima di lavarsi i denti, droghe strambe, si fanno pure tra loro senza neppure un “Ciao, come ti chiami?”, oppure si massacrano di botte.

Degrado urbano, degrado sociale. Si, certo. Beh, allora Ciprì e Maresco che ne sono i più grandi esperti: “Il ritornodi Cagliostro” é stato accolto con un successo estasiato, commosso, divertito fino alle lacrime. Fin dalle prime battute accostano, in un gioco di metafore, il cinema italiano dei nostri anni ad un gregge di pecore; Freddy Krueger, l’incubo di Nightmare, é l’attore protagonista, mentre Palermo centro del rinascimento cinematografico. Il ‘68? Allora “Dreamers” di B. Bertolucci, splendido racconto di tre amici, come Jules et Jim sperimentano un intenso rapporto, attraversato dallo scenario di una rivoluzione che ha lasciato un segno che sta svanendo. Dalle polemiche che hanno accolto l’uscita in sala si capisce come ci siano diversi piani di lettura e le critiche ne inspessiscono il messaggio. Seghe, molte seghe, in film che parlano lingue differenti ma accomunati dall’auto-soddisfacimento. Film ‘onanistici’ che mentre li guardi pensi a chissà, chi sa chi sei, chissà che sarà, chissà chi li avrà scelti.

Si attende un miracolo, per cambiare la tristezza di ore perse ad aspettare qualcosa, qualcuno, a vedere cose inutili… e ‘il miracolo’ arriva. Porta la firma di Edoardo Winspeare e racconta la favola del piccolo principe ambientata a Taranto, dove un ragazzino addomestica la volpe perché i genitori sono impegnati a strozzarsi di risentimenti e debiti. Ancora figli ne “Il ritorno”, film russo in concorso, bello come un tuffo in un mare trasparente e gelido, dove un padre torna a casa dopo 12 anni - dico12 - e non si sa cosa abbia fatto in tutto questo tempo; fatto sta che incontra per la prima volta i suoi due figli nati nella nuova Russia, viziati e mammoni, così lontani da lui che puzza di U.R.S.S.. I russi parlano poco ma regalano emozioni forti, mentre i francesi parlano tanto e non me ne ricordo nemmeno uno.

Pausa, sprizz al Pecador dove si raccolgono inviti per le feste serali, s’incontrano gli amici ogni giorno più silenziosi, cullati dalla pressione bassa che fa sentire sempre in vaporetto. E ci si sente sempre più soli in sale sempre più piene. “Bu San - Goodbye dragon hill” del cinese che vinse anni fa con “Vivel’amour”, in concorso, mostra una sala vuota perché il suo é un film nel film, l’ultima sera di un cinema che chiude e si vedono poche facce e molte poltrone vuote affacciate allo schermo - che poi é come quello che ho davanti.

“Il cinema é popolato da spiriti” dice uno spettatore del film e io annuisco nel buio della sala vera che fra qualche ora chiuderà, per riaprire l’anno prossimo.

Willy (malto:reset@sherwood.it)



Un inviato speciale alla 60° edizione della Mostra del Cinema di Venezia: il caro amico Willy, direttamemte da Radio Sherwood, riporta le impressioni della settimana trascorsa nella città lagunare alla ricerca di film interessanti (?).

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