ALL ACCESS PHOTO / HOW TO / 05 PROGETTI FOTOGRAFICI Rubrica

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25/06/2014 di

“Io ho cercato di costruire e progettare interi lavori, e costruire lavori interi, o progetti, significava pensare a una forma di narrazione per immagini anzichè alla costruzione di singole immagini.” Luigi Ghirri

Questa frase del fotografo italiano Luigi Ghirri ci aiuta a capire cosa vuol dire pensare alla costruzione di un progetto fotografico, ad una serie di immagini che dotate di una continuità hanno una coerenza tematica, formale e tecnica.
E’ interessante per chi inizia a fotografare affrontare questi discorsi da un primo momento cercando di approfondirne le problematiche relative. Un progetto fotografico è il risultato di un lungo lavoro che prevede diverse fasi, dalla pianificazione alla realizzazione ai cambiamenti durante il proprio percorso causati dai nuovi stimoli e all’editing finale.



HOW TO / INTERVISTATI

Carlotta Cardana

http://www.carlottacardana.com/

Mattia Zoppellaro
http://www.mattia-z.com/

Verena Stefanie Grotto
http://www.verenastefaniegrotto.com/



01. Quanto è importante per te la pianificazione del progetto prima di andare sul campo a fotografare? Che tipo di ricerche fai?

CARLOTTA CARDANA / La pianificazione è fondamentale per dare una struttura al progetto, per avere un’idea di quello che si vuole fotografare una volta che si è sul campo, le persone da incontrare, i posti da visitare... Detto questo, per me è fondamentale lasciare molto spazio alla casualità. La pianificazione la uso per non sentirmi persa, ma se diventa eccessiva può essere limitante, mentre invece è molto importante essere flessibili e pronti a percorrere strade nuove una volta iniziato il lavoro. Quando comincio a lavorare ad un progetto, mi documento sull’argomento, soprattutto dal punto di vista storico e sociale. Dò un’occhiata veloce ai lavori fotografici che sono stati fatti in precedenza sull’argomento, giusto per farmi un’idea dell’approccio, ma cercando di non farmi influenzare.

MATTIA ZOPPELLARO / La pianificazione è importantissima. In genere pianifico un tema che mi colpisce, che mi affascina. Tendo ad appassionarmi alle dinamiche che spingono la gente ad aggregarsi negli ambienti (sub) urbani, uniformandosi nelle cosiddette tribù e andando contro la natura (individuale) umana… è per questo che ho seguito il movimento dei ravers europei, i punk messicani, i rapper di Dakar. All’inverso un’altra situazione che mi stimola fotograficamente è la dinamica inversa, ovvero la gente che forzatamente si ritrova parte di una comunità di cui è talvolta “prigioniera”. Di questa categoria fanno parte i reportage sugli Irish Travellers, gli homeless dell’East End londinese, le prigioni di massima sicurezza del nord est italiano.

VERENA STEFANIE GROTTO / Riguardo i progetti che faccio io e in generale, non penso ci voglia troppa pianificazione riguardo a come il documentario deve essere fatto, ma più una organizzazione di logistica, tempistiche, stile e idea generale di base.
Quando si documenta qualcosa non si può programmare troppo perché essendo che si fotografa una realtà che da noi non può essere controllata, il tutto cambia sempre, e ci si può ritrovare o delusi o persi in questi cambi drastici. Io ricerco magari su quel che è già stato fatto, per riuscire a portare qualcosa di diverso che non è mai stato coperto da alcun fotografo, videografo o giornalista che sia…


Modern Couples di Carlotta Cardana, per gentile concessione.

 

02. Puoi raccontarci com'è la tua modalità di lavoro?

CARLOTTA CARDANA / Mi aiuta molto scrivere un testo sulle mie intenzioni, per mettere a fuoco i pensieri e cercare di capire che cosa esattamente voglio comunicare e quindi fotografare. Realizzare un progetto fotografico per me significa intraprendere un cammino educativo, conoscere situazioni, persone e luoghi nuovi. Non mi interessa dare una visione imparziale di quello che mi sta davanti, al contrario. Attraverso il mio lavoro cerco di esprimere la mia opinione personale su quello che mi sta davanti, senza compromessi o vie di mezzo. La mia opinione sull’argomento è abbastanza formata prima di cominciare un lavoro, ma viene approfondita e sviluppata “per strada”.

MATTIA ZOPPELLARO / In genere mi piace entrare a conoscere l’ambiente che fotografo da solo, cercando di assorbire le sensazioni del posto, magari astenendomi dallo scattare per un paio di giorni. Poi cerco di essere sempre positivo sul “set”, instaurando rapporti con la gente, parlando con loro, mostrando loro le foto sul display della macchina, e se c’e’ tempo regalando loro delle stampe. Credo che il rispetto nei confronti di ciò che si sta fotografando sia importantissimo, a tal proposito non fotografo mai se mi viene chiesto di non fotografare (regola non sempre da me seguita in passato…). Anche se può sembrare un tantino “hippie”, cerco di sorridere sempre… l’attitudine nei confronti del soggetto è fondamentale, non solo eticamente… aiuta a realizzare foto migliori!

VERENA STEFANIE GROTTO / Di solito, lavorando con culture completamente diverse dalla mia, cerco sempre di far sentire la persona a proprio agio quando è intorno a me o quando io ‘entro nel loro territorio’. Poi cerco di fare in modo che la gente o chi sto fotografando si abitui alla mia presenza quasi da dimenticarsene, quel momento è quando posso iniziare a scattare ciò per cui sono lì cioè fotografare la realtà, le persone intorno a me si dimenticano della presenza della macchina fotografica e iniziano a comportarsi come farebbero normalmente, e qui entra la bellezza della realtà e del documentario.


03. Durante il lavoro ci si trova ad aver a che fare con tanti imprevisti e nuovi stimoli. Quanto sei aperto a modificare il tuo progetto iniziale?

CARLOTTA CARDANA / Sono pronta a dimenticarmi di tutto il lavoro fatto in preparazione. Il mio lavoro si basa su una mia idea/opinione ed è normale che queste evolvano e cambino con l’esperienza. Di conseguenza, modificare il progetto iniziale è assolutamente normale. Preferisco evitare di fare troppa ricerca nella fase preparatoria proprio per evitarmi di crearmi dei pre-concetti e delle aspettative, ma lasciare libero spazio al caso.

MATTIA ZOPPELLARO / Penso che la capacità di adattarsi agli imprevisti sia una delle caratteristiche fondamentali per un fotografo. Imprevisto dovrebbe equivalere a stimolo. Non scatto mai con un progetto rigidamente sviluppato in testa, anzi, aspetto la prima visione di quello che ho scattato durante le prime sessioni per cominciare a pianificare veramente le cose. Il brainstorming “serio” avviene sempre dopo aver fotografato qualcosa.

VERENA STEFANIE GROTTO / Sicuramente al 99.9%. Si può pianificare o avere una idea generale di come si voglia svolgere il proprio progetto, ma nel momento in cui si è dentro una determinata realtà, tutto può cambiare anche da un giorno all’altro. L’importante è sempre farsi trasportare da ciò che succede e lasciare che ciò che deve accadere accada e che ci porti attraverso questa storia, mai cercando di sforzare le cose.


Dirty Dancing di Mattia Zoppellaro, per gentile concessione.

 

04. Ci sono delle regole prestabilite da rispettare nello sviluppo di un progetto fotografico? Cos'è necessario tenere in conto quando si vuole sviluppare un progetto?

CARLOTTA CARDANA / Sicuramente. Le scuole e l’educazione fotografica te le possono insegnare tutte, poi uno deve farne quello che vuole. La fotografia è una pratica di espressione individuale e costringersi a rispettare delle regole stabilite da altri può essere nocivo. L’unica regola veramente importante per me è rispettare le persone che fotografo e fare in modo che il risultato finale non sia semplicemente una mia interpretazione, ma che anche le persone ritratte abbiano modo di esprimersi all’interno della mia fotografia. Condivido sempre le immagini con le persone ritratte perché voglio essere sicura che si ritrovino in quello che vedono.

MATTIA ZOPPELLARO / Trovare un immaginario di riferimento (sia esso iconografico o letterario) aiuta molto a mantenere una linea guida. Talvolta I film di Dario Argento (nel mio progetto sulla metropolitan di Milano “Under Milan”) piuttosto che non quelli di Gus Van Sant (per “My Own Private USA”) mi hanno aiutato a portare avanti il mio discorso. Cerco sempre di immaginare le mie foto senza didascalie per poter avere un lavoro che parli solo per immagini.

VERENA STEFANIE GROTTO / La prima regola e più importante a parere mio è MAI e dico MAI farsi coinvolgere emotivamente o caratterialmente da quel che stiamo documentando. Sempre mantenere una attitudine fredda e un occhio fresco per riuscire a vedere e raccontare o captare tutte quelle sfaccettature che rendono il reportage interessante, altrimenti si rischia di modificare una realtà, o non vedere più quello che veramente ci circonda per aver abituato troppo l’occhio a ciò.


Kids Of Grime di Verena Stefanie Grotto, per gentile concessione.

 

05. Cosa fa sì che un progetto fotografico sia più o meno interessante? Secondo te cosa non deve mai mancare?

CARLOTTA CARDANA / Credo che un progetto possa essere interessante solo se il fotografo ne è veramente interessato e coinvolto in prima persona e sia in grado di comunicare la sua passione visualmente. Credo che quello che non debba mancare sia un coinvolgimento emotivo.

MATTIA ZOPPELLARO / Rispetto molto il reportage di denuncia sociale, ma non sono mai stato interessato a realizzarlo. Le storie che più mi coinvolgono sono quelle che riflettono sulla condizione umana, evidenziandone i paradossi e le contraddizioni. Amo autori come Martin Parr, Richard Kalvar, Tony Ray Jones. Adoro i lavori di Bruce Davidson, da Brooklyn Gang a East 100th, le sue sono fotografie che illustrano mondi lontanissimi seppur fisicamente vicini, il tutto rispettando sempre la dignità della gente ritratta.

VERENA STEFANIE GROTTO / La passione e la realtà. Queste due sono le cose fondamentali, quando non si ha passione o interesse per quello che si sta facendo cade il palco. E la realtà, documentare è raccontare quello che succede attraverso immagini in questo caso, quindi bisogna essere abbastanza bravi e avere una certa sensibilità da capire cosa sta succedendo, che colori, che suoni, che emozioni, che vibrazioni, per riuscire a trasmettere tutto ciò attraverso un’immagine. E ciò che rende qualcosa interessante è prima di tutto, a mio parere, la sensibilità del fotografo, e ciò che d’interessante vede nella situazione che si porge davanti a lui/lei.




A cura di ALL ACCESS PHOTO
http://allaccessphoto.org/

Tag: how to

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    Foto Profilo: Dorso