Africani, Marocchini, Terroni: una storia del punk a Napoli

Gli Underage sono stati un gruppo seminale per attitudine e carica vitale. Nati in Campania negli anni ’80 hanno suonato ovunque, hanno lottato, si sono autoprodotti e sono stati imitati. Ora il batterista Davide Morgera racconta quegli anni e quello spirito in un bel libro

Un concerto degli Underage
Un concerto degli Underage
12/03/2021 - 09:51 Scritto da giorgiomoltisanti

Dieci anni dalla pubblicazione di Torino Hardcore di Andrea Spinelli e a cinque dal documentario Italian Punk Hardcore 1980-1989, messo su da Angelo Bitonto, Giorgio Senesi e Roberto Sivilia, Spittle e  Goodfellas rendono giustizia a una onesta controparte terrona con uno dei testi più freschi e sanguigni della storiografia punk tricolore, legata stavolta all'universo punk dal sud del Belpaese. Con una copertina che forse sa un po' troppo di già visto, già sperimentato; e con il rammarico per l'assenza di aggiornamenti attuali su un'opera che sarebbe bello travalicasse l'aurea di Amarcord e parlasse più al tempo presente di scena partenopea.

 

Ciò detto, viva Africani, Marocchini, Terroni. Opera che, prendendo in nome in prestito dal EP degli Underage uscito nel 2004, Davide Morgera ha redatto letteralmente sul campo, avendo come perno le vicissitudini della band di cui è stato il batterista da sempre, gli Underage appunto, ma anche il microcosmo di quelle fanzine di cui è stato redattore, da Shock a Megawave. Collezionando una carrettata di aneddotica da fare impallidire la crema dei suoi colleghi su al nord, Africani, Marocchini, Terroni (221 pagine illustrate) in realtà non è affatto una gara a chi ce l'ha (o ha avuto) più grande e sarebbe un grossolano errore solo pensare a una qualsivoglia forma di sfida, non so, con autori come Marco Philophat o Stefano Gilardino.

Così si ripercorrono invece le storie degli scontri anche pesanti tra la sottocultura giovanile di quegli anni e il suo nemico numero uno, ossia il preconcetto verso il diverso, da parte di tutti, dalla famiglia allo Stato passando per la piccola comunità (sempre troppo) provinciale. Si svelano le mille occupazioni e i mille escamotage di un gruppo di punx campani per continuare a esistere e resistere, in un tempo in cui si poteva fare affidamento solo al proprio ingegno e alle proprie braccia, senza “aiutino” dai social. Si portano alla superficie figure strapazzate della storia della musica a noi più cara, eroi per quindici minuti che mai entreranno nella cultura di massa come Marco Mathieu, Freak Antoni o alle band che hanno toccato ma che, grazie alla penna gentile di  Davide, verranno scoperti da chi avrà voglia di scoprirli.

 

Personaggi da narrazione mitologica come Luciano dello ZX, uno dei veri primi sound-man del capoluogo campano, oppure i Randagi di Ale e Massimo Jovine, radice immigré di una lunga dinastia in seguito a cavallo sì del punk ma ancora di più delle posse con tutto ciò che ha compreso; o ancora Kermit, figura storica passata dall'essere una sorta di Lester Bangs della Mutua, incapace di distinguere un genere dal altro, a testa calda dietro di Punkaminazione, storico bollettino nazionale del punk. E chi sono Punkrazio e Lavinia? Tutto è raccontato senza retorica, anzi con un occhio ironico e pungente quando serve; con quel attaccamento e distacco amorevole, in cui l'autore non ha il dovere di distinguere l'epica dell'arte povera e politicamente scorretta dal imbarazzo per gli eccessi di ignoranza.

Avventure e disavventure si susseguono con un candore don't conform oramai inedito in certe letture dove tutti sono “prime mover”. Puntellando il discorso di concerti come propria spiritualità, di attitudine, ideali e criminalità locale come, in tempi recenti, sembra essere solo esclusivo appannaggio di certa trap-culture (chi ha detto Speranza?), a dimostrazione che non è sempre stato così.

Davide Morgera tra le righe ci ricorda così che puoi portare l'uomo fuori dal ghetto ma mai il ghetto fuori dall'uomo. Tutto in un modo molto più ermetica ed efficace di quanto questa io vi possa trasmettere. Così come la capacità di mettere in risalto aspetti che in altre opere con il medesimo topic sono omessi o direttamente trascurati: viene fatta una carrellata di nomi di gruppi per ogni pagina come di rado ho letto, sincero omaggio ai tutti (forse letteralmente!) compagni di viaggio; molta della carriera degli Underage è stata legata, negli investimenti e nelle privazioni, alla famiglia, sotto forma di paghette e irrinunciabili pranzi a casa per ottenere qualche permesso o conquibus, raro caso di ammissione borghese nella scena punk tutta credo, e di quegli anni specialmente.

Così come il viaggio personale, percorso tra aneddoti e analisi socio-artistiche, che porta la sopravvivenza di un retaggio comunque punk dall'estrazione da parte del mondo adulto, attraverso un'indipendenza dai sogni traditi e una vicinanza da non sottovalutare mai all'universo anarchico. “In fondo - si chiede a un certo punto Davide - è più giusto comportarsi così o fare la fine di chi in quegli anni faceva hardcore e dopo si è messo a rappare? O peggio, chi come Neffa ha suonato con i Negazione, una delle massime espressioni dell'hardcore a canzoncine pop? Dov'è la coerenza?”.

Così come queste pagine hanno appassionato me potrebbero fare lo stesso con tanti altri come me – inclusi probabilmente molti di voi. Perché, con la scusa di rendere omaggio alla storia personale propria e della propria band, ripercorsa (questo va detto) con minuzia certosina, Africani, Marocchini, Terroni, traccia anche un ritratto di una lotta  comune a tutti, contro le discriminazioni geografiche e di razza, le opportunità dispari e lo svantaggio in partenza. Fatto dalla base, partendo dalla base, senza essere laureati ad Harvard, senza esser politicamente di destra o di sinistra, senza giacca e cravatta.

Anche Davide con tutta la sua scombinata gang e le loro canzoni, da Sporca Naja a Tre Settembre passando per Napoli's Dead e Marijuana Punk,  hanno fatto (s)muovere il mondo punk grazie alla potenza di un messaggio (andatevi a rileggere il comunicato di presentazione del gruppo, potrebbe essere definito un ottimo Manifesto del movimento punk) e alla bontà della loro arte. Benvenuto quindi a questo libro nelle biblioteche domestiche e a tutti noi tante felicitazioni: non tutto è perso, se gli Afri Cani sono ancora tra di noi

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L'articolo Africani, Marocchini, Terroni: una storia del punk a Napoli di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2021-03-12 09:51:00

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