Afterhours - Afterhours + The Twilight Singers - Roma - Ex Mattatoio, Testaccio Live report, 13/02/2004

27/02/2004 di



Ci sono serate in cui la soddisfazione e l'entusiasmo si trasformano in cristalli, incastonandosi nei ricordi. 13 Febbraio. Roma respira un sottile vento gelido che arrossisce la pelle e rende urgenti gli abbracci. Il Tevere si gingilla con i suoi secolari ghirigori inquinati, mentre Testaccio eplode il suo marrone tinteggiato di polvere e sudore popolare. Il mattatoio è spento da tempo, ma al suo interno gli spazi si lasciano occupare dagli sguardi chiassosi di una romanità piuttosto stanca di non avere spazi musicali, se non indegni ambienti che mortificano suono, artisti e persone. Spesso deludente, stasera la capitale è trepidante, affettuosa e l'ex-mattatoio si riempie progressivamente, fino a saturare di corpi l'enorme tendone che racchiude il palco. Ad esibirsi una comitiva di amici divisa in due gruppi: Twilight Singers e Afterhours.

L'attesa è tanta, l'aria diventa progressivamente pesante e l'ossigeno rimbalza a turno da un polmone all'altro. Il palco si spegne e si riaccende, tra finte e controfinte. Ogni volta sembra l'inizio, ma non lo è. Ancora attesa, piacevole attesa, sorseggiando lattine di nostrana Oransoda acquistate allo stupefacente prezzo di un euro e mezzo. Intanto il sonno delle notti in bianco si fa sentire e la gravità infierisce impietosa, ma il palco continua a restare in silenzio. Qualche sorriso, tanti sguardi condivisi con sconosciuti e finalmente il prolungato urlo di soddisfazione sancisce l'entrate in scena di una band capace di allungare un'ombra di sacralità su tutto il tendone. E' difficile spiegare una sensazione che nasce trascinando una lunga coda di emozioni passate, ma l'entrata in scena di Greg Dulli è come un colpo di frusta a cuore e stomaco. Un collasso di soddisfazione. Gli Afghan Whigs probabilmente non sono stati la band più brava degli anni '90, ma i loro dischi hanno ricamato tanti momenti della mia vita: restare obiettivi è piuttosto difficile. E' tutto gia bello, ho deciso che lo sarà e ogni squarcio vocale di Greg Dulli non fa che aumentare questa sensazione. I Twilight Singers sradicano il rock trasportandolo in una dimensione dolce, racchiusa in preziose ballate emotive e strappi di puro cantautorato. Un concerto dalle tinte scure, tratteggiate da ruvidi riff chitarristici, ritmica scorbutica e sopraffine aperture melodiche, straziate dalla armoniosa vocalità nera e lancinante di Dulli.

La band si esibisce soprattuto sui brani dell'album "Blackberry Belle". Esecuzioni pressochè impeccabili; musicisti che suonano con intensità e passione, sudando col sorriso quando si tratta di mettersi scherzosamente in gioco con una riuscitissima cover r'n'r di "Hey Ya" degli Outkast. Il concerto è 'disturbato' da qualche incursione sparsa degli Aftehours, che affollano senza preavviso un palco spesso spiazzato da tanto rock'n'roll. Le traiettorie di Ciffo aderiscono alla scena come le praline su un croccante e l'immagine di Manuel Agnelli corista quasi ingentilisce il cuore. Purtroppo il malore di una ragazza costringe a interrompere provvisoriamente il concerto: nulla di grave, pochi minuti e tutto riparte. Agnelli ha il viso di un bimbo alle giostre domenicali e incita il pubblico a ricreare nuovamente l'atmosfera. Ancora qualche canzone e Greg Dulli fa quello che avrei voluto facesse: "Anni fa suonavo in un'altra band, purtroppo non sono mai riuscito a suonarvi questa canzone, ma ci tengo a farvela ascoltare, quindi la suono ora". Esegue "Faded" degli Afghan Whigs e mi frantuma la pelle. Perfetto. Tutto come doveva andare. Le luci si abbassano e il palco si svuota nuovamente.

Ancora attesa, non troppa, poi Afterhours e tripudio. Pubblico in delirio standard. Un bambino che insegue un aquilone nel mondo di Marinella coi suoi occhi belli, forse De Andrè non sarebbe troppo seccato se potesse ascoltare, ma certamente sorriderebbe fiero dell'empatia che sincronizza i pensieri con gli occhi bellissimi che mi mandano un messaggio al momento giusto. Sorridere è bello. Il concerto degli Afterhours prosegue, la scaletta è un deja-vu al limite del fastidioso, ma poco importa: stavolta è diverso, non sono le canzoni, nè il loro ordine, ma il concerto. Manuel Agnelli è talmente emozionato che fa venir voglia di abbracciarlo e tutti gli Afterhours sono in preda ad un entusiasmo ingenuo e limpido, esaltando il palco fino a far fischiare le orecchie al povero Roger Daltrey quando il quadrofonico Manuel lo imita roteando vorticosamente il microfono (...fatemelo dire: se un giorno se lo da in fronte, io rido per due giorni di seguito). Oggi Manuel Agnelli lacera l'immagine floscia degli ultimi tempi, ripresentandosi su un livello espressivo che gareggia alla pari con Greg Dulli, lasciandosi andare alla voglia di partecipare ad una grande serata, con qualche dialogo col pubblico e qualche battuta da bar dello sport ("il lifting coi nani non serve").

Afterhours d'altri tempi, ruvidi e incisivi nel tracciare solchi chitarristici e trame ritmiche, senza lesinare sudore e rumore, melodia e candore. Gli After come quando li ascolti da giovane su RadioDue in quella curva a Tropea e "Dentro Marylin" ti cambia la vita; gli After che ancora suonavano al Junglesound insieme ai fratelli tribali e incidevano "Mio fratello è figlio unico", oggi alterata nell'aggettivazione di Mario. Gli After che "cambiano rotta e stile". Gli After migliori di "Hai paura del buio?" e quelli leggeri di "Non è per sempre". Gli After che rendono concreto tutto "quello che non c'è". Gli After che sanno essere una delle "mie più belle cose mai successe". Gli After come non me li aspettavo più, ma stasera sono li. Intatti. Contenti di esserci e contenti di dimostrarlo.

Un concerto che sembra non voler mai finire e che dopo tre ore ancora non basta, fin quando il palco si riempie con tutti i musicisti, con gli Stooges a riunire Twilight Singers e Afterhours in un finale che risucchia il fiato.

Un caleidoscopio che gronda ricordi. Ieri e Oggi ad anagrammarsi. E' stato bello. Lo è stato. Proprio tanto.



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