Gli album "Greatest Hits" sono scomparsi?

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18/05/2016 di Claudia Bertolini e Nur Al Habash

Un'affermazione sulla quale possiamo essere tutti d'accordo, è che l'industria discografica ha sempre utilizzato gli album "Greatest Hits" per cercare di ridare valore alle canzoni di grande successo anche dopo l'uscita dalle classifiche; per decenni questa pratica è stata così radicata e diffusa che l'intera industria sembrava non poter esistere senza. Nel 2016, invece, riproporre vecchie canzoni sotto forma di nuovi prodotti non sembra più essere una parte vitale della carriera di un artista, e di conseguenza sembrerebbe anche che la nostra visione della musica del passato stia lentamente cambiando; spesso, infatti, non ci rendiamo conto di quanto questa pratica apparentemente innocua abbia influenzato la nostra visione e la narrazione collettiva sulla storia della musica.

Il giornalista Stephen Thomas Erlewine ha ripercorso su Pitchfork la storia delle compilation e delle raccolte, a partire dalla loro nascita fino ai giorni nostri: il termine "album", infatti, nasce nei primi anni del '900 proprio nel momento in cui le etichette avevano bisogno di rivendere musica vecchia "spacciandola" come nuova, incidendola su dischi a 78 giri e raccogliendola in pacchetti speciali. Il formato a 78 giri è poi scomparso, ma la parola "album" ha continuato ad esistere grazie ad alcuni artisti come Frank Sinatra e Ella Fitzgerald, che negli anni '50 hanno iniziato a vedere questo formato come un veicolo artistico: l'album non era più considerato come una semplice raccolta di canzoni ma una sorta di "tela artistica", un formato da utilizzare non solo come contenitore ma come parte integrante dell'opera musicale.

Nonostante questo, la pratica del "riconfezionamento" dei vecchi brani non è più svanita, perché permetteva agli ascoltatori di possedere le loro canzoni preferite in un unico "pacchetto": negli anni '60 nascono quindi gli album "Greatest Hits", che in molti casi arrivavano a vendere una quantità impressionante di copie ("Their Greatest Hits 1971-1975" degli Eagles è uno dei dischi più venduti di sempre negli Stati Uniti, poco dopo "Thriller" di Michael Jackson) e in molti altri (Elton John, Billy Joel, Tom Petty and the Heartbreakers) permettevano di "cementificare" alle orecchie degli ascoltatori le caratteristiche principali di ogni artista.

È palese però che negli ultimi 15 anni ci sia stato un grande calo delle ristampe di questo tipo, tanto che gli album "Greatest Hits" sembrano quasi scomparsi dagli scaffali, insieme alle raccolte. Il motivo è che nell'era digitale in cui ci troviamo, questi formati sembrano non avere più senso: una volta che un catalogo viene reso interamente disponibile su un servizio di streaming o su uno store digitale non c'è più bisogno di una ristampa, gli utenti possono creare le proprie playlist a mo' di greatest hits o fruire di altre già pronte. Insomma il bisogno di riscoprire il passato rimane, ma i metodi sono decisamente cambiati.  

Ma cosa si è perso con questo tipo di compilazione, e cosa invece abbiamo guadagnato con la diffusione delle playlist in streaming? Iniziamo dall'elemento più ovvio: un vinile, una cassetta, o un cd sono formati concreti e immutabili, che esistono come punto di riferimento univoco, mentre una playlist, per quanto compilata in maniera esemplare (Erlewine segnala questa, davvero notevole) è soggetta agli umori delle case discografiche e dei proprietari dei diritti, che potrebbero decidere di eliminare parti del proprio catalogo da una piattaforma sottraendo certe canzoni anche dalle playlist che aspirano a funzionare da greatest hits o retrospettive. Le playlist sono per loro natura volatili (l'autore stesso potrebbe decidere, qualche mese dopo, di cambiare la tracklist) e soggette passivamente a cambiamenti improvvisi.

Sembra un dettaglio da poco, ma questo elemento di "immutabilità" dei greatest hits del passato ha invece contribuito alla formazione della nostra percezione della storia della musica, e in alcuni casi alla formazione di canoni: senza "Legend", Bob Marley forse non sarebbe diventato la leggenda che è agli occhi del suo pubblico - senza l'"Anthology of American Folk Music" a cura di Harry Smith, si sarebbe persa traccia della musica americana dal 1927 al 1932, e così via. Come Erlewin fa notare, un'era non esiste veramente se non nel nostro ricordo, e anche se la memoria collettiva non collima con quella dei singoli curatori, questi ultimi aiutano certamente a segnare dei paletti, dei punti di riferimento.

Parlando di curatori, c'è un altro aspetto delle playlist che le rende un prodotto sostanzialmente non assimilabile alle compilation o ai greatest hits: quello dell'affidabilità. Gli ascoltatori moderni hanno accesso a playlist che possono essere create sia da curatori amatoriali che da giornalisti esperti, e in alcuni casi può essere rischioso. 

 

L'unico punto a favore delle playlist (oltre al fatto che sono accessibili da tutti gratuitamente, il ché in effetti non è poco) sembra essere quello relativo ai diritti e alle licenze: non è infatti necessario chiedere il permesso a varie case discografiche per compilare una raccolta che accomuni vari artisti, cosa che invece bisogna fare nel caso di un cd o un vinile.
Ma a parte questo, il motivo per il quale abbiamo accolto l'avvento dello streaming illimitato nelle nostre vite come una rivoluzione epocale (tutta la musica del mondo, di tutte le epoche, a portata di clic) rischia di sgonfiarsi se applicato alla musica del passato: i vecchi greatest hits vendevano moltissimo, ed è questo che ha fatto sì che le canzoni delle epoche passate arrivassero vivide fino ai giorni nostri. Ora che questo tipo di prodotto non ha più successo commerciale, chi o cosa dissotterrerà certe rarità per renderle disponibili e note alle generazioni a venire? Di sicuro la buona volontà di qualche utente o testata (avete mai ascoltato la nostra serie gemme?) non è abbastanza.
Per essere una generazione, la nostra, che vive e si nutre di nostalgia, bisogna ammettere che è quasi paradossale, ma i fatti parlano chiaro.

E in Italia? Le ristampe dei Pink Floyd e dei Nirvana sono quasi onnipresenti in classifica, ma il cestone dei greatest hits abbandonati che possiede ogni autogrill che si rispetti sembra raccontare un'altra storia. Se vi va comunque di avventurarvi in questo universo, vi consigliamo di dare un'occhiata ai cataloghi di queste etichette italiane: Cinevox Records, Penny Records, Four Flies, Intervallo.   

 

 

 

 

Tag: mercato discografico opinioni

Commenti (1)

  • Faustiko Murizzi 08/06/2016 ore 09:58 @faustiko

    (momento nostalgia) ...e, di pari passo, non registri più le cassettine "compilation", la versione anni '90 delle playlist.

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