Meglio il consiglio di un amico, o quello di un algoritmo?

immagine via Collaborative Filtering at Spotify on Slideshare - immagine via "Collaborative Filtering at Spotify" on Slideshare -
09/10/2015 di

A volte i regali più belli sono i più inaspettati. A quanti di noi è successo che qualcuno ci regalasse un cd che pensavamo, sulla carta, che proprio non ci sarebbe piaciuto, ma che poi dopo qualche ascolto è finito per essere uno dei nostri preferiti? Perché era di un genere che non ascoltavamo, o era diverso da quello che ci aspettavamo, magari eravamo distratti dal gossip o dall'immagine dell'artista nei video; i motivi possono tanti, ma l'importante è aver sfondato il muro del pregiudizio ed aver scoperto una nuova perla. Oggi che la musica è digitale ed i formati fisici sono in declino (a parte i vinili, ok) a suggerirci musica nuova ci pensa un algoritmo.

L'algoritmo lo conosciamo tutti, è quello che ti dice "ti è piaciuto questo? Allora prova ad ascoltare quello" e ce l'hanno a vari livelli tutti i servizi di streaming, da Youtube a Spotify.
Proprio Spotify, però, ha acquisito una società chiamata The Echo Nest fondata da Brian Whitman, un ex musicista di musica elettronica che dopo una laurea al MIT di Boston ha creato un software in grado di sondare i blog musicali e capire se la musica recensita era "innovativa" o "conservatrice". Ha poi unito questi dati ad un'analisi acustica dei brani e a dei metadati inseriti da umani creando un algoritmo articolatissimo che è stato utilizzato da Rdio, Spotify, Deezer, iHeartRadio e Rhapsody. Grazie all'acquisizione di Spotify, Whitman ha potuto mettere le mani su tutti i dati di ascolto della piattaforma svedese ed il risultato, tra i tanti, è una playlist unica generata automaticamente ogni settimana per ogni singolo utente, chiamata Discover Weekly. In Italia, si chiama "Novità della settimana".

Le playlist generate grazie a questa tecnologia innovativa sono senz'altro di qualità, con tantissima musica di ottima fattura ed artisti simili a quelli che ascoltate di solito. Del resto, l'algoritmo è tarato per compiacere.
L'idea di base è far ascoltare la playlist, tenere il fruitore più tempo possibile incollato a Spotify in modo da generare più revenue possibile; nell'esperienza diretta di chi vi scrive, raramente il software metterà un brano coraggioso, l'equivalente di quel famoso cd inaspettato che vi hanno regalato, musica che potrebbe farvi storcere il naso, farvi skippare o nella peggiore delle ipotesi cambiare playlist.

Apple si è opposta alla teoria dell'algoritmo; infatti ha raccontato alla platea del keynote dedicato al nuovo servizio Apple Music che la loro piattaforma era innovativa perché si basava sulla curatela editoriale di esperti musicali. Qualcuno si è, giustamente, messo a ridere: quello che fa Discover Weekly è irrealizzabile se ci si basa solo su esseri umani con la loro modesta capacità di calcolo.
Le playlist della Apple sono tante, ma non sono personalizzate e cercano di soddisfare tutti i palati; la selezione è molto blanda, praticamente ovvia. Per esempio aprendo Apple Music ed ascoltando la radio Rap Italiano la selezione è di una decina di canzoni tra cui "Scordarmi chi Ero" di Emis Killa, "Nu Journo Buono" di Rocco Hunt, "Pop-Hoolista" di Fedez, "Gli Anni D'Oro" di Jake La Furia e "Pronti, Partenza, Via" di Fabri Fibra. Sono hit consolidate che potrebbe selezionare praticamente chiunque leggendo gli ultimi due anni di classifica FIMI.
Che Apple Music non sia partita proprio bene ve lo abbiamo già raccontato, e la capacità di creare playlist di livello è solo uno degli aspetti che sta mettendo in seria difficoltà Cupertino; Spotify ha otto anni di esperienza ed il gap tecnologico è ancora molto grande per essere colmato in così poco tempo.

(L'amico-Spotify. Immagine via)

Ovviamente esistono i tradizionali metodi per scoprire musica nuova, ma le playlist in futuro avranno un ruolo centrale per la discografia, e addirittura molti analisti speculano che potrebbero sostituire gli album: recentemente Mark Mulligan, fondatore di MIDiA Research, ha fatto un analisi sui comportamenti di 1500 utenti di varie piattaforme musicali ed ha scoperto che mentre solo 29% usifruiscono degli album, più del 30 ascoltano solo playlist.

L'interesse da parte delle case discografiche per le playlist è cresciuto notevolmente; hanno fondato delle aziende per gestirle in modo "indipendente" (Universal ha fondato Digster, Filtr è di Sony Music e la Warner è proprietaria di Topsify) e fanno a gara per entrare nelle playlist più seguite; un meccanismo che, in certi casi, potrebbe addirittura sostituire l'essere trasmessi da una radio nazionale. In più, hanno anche istruito gli artisti per chiedere alla loro fanbase di essere inclusi nelle playlist "user generated".

Quando è nato, lo streaming era visto come un potentissimo mezzo per promuovere artisti emergenti e bypassare vecchie logiche che hanno portato ad una stagnazione del mercato. È un peccato scoprire che, mano a mano che guadagna importanza, anche questa nuova industria ha finito per assumere gli stessi atteggiamenti che hanno portato al declino della discografia.
Lentamente gli algoritmi stanno prendendo il controllo della nostra musica: ma il rischio è forse che ci renderanno più conservatori in quello che ascoltiamo?

Tag: spotify mercato discografico playlist streaming

Commenti (2)

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  • Hellfo 09/10/2015 ore 20:52 @hell.fo.3

    L'ipotesi dell'articolo è giusta.
    E' come quando cerchiamo qualcosa su google dopo che ci ha indicizzato le precedenti ricerche. Ci restituisce sempre più frequentemente quello che già avevamo trovato.
    Un serpente che si morde la coda, un disastro, una noia mortale. Ci arrotiamo su noi stessi.

  • Lorenzo Savarese 14/10/2015 ore 18:10 @savalor

    Tutto molto vero. Vedi alla voce "personalizzazione". Sigh.

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