ALL ACCESS PHOTO / HOW TO / 07 TECNICA Rubrica

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09/07/2014 di

 

Conoscere la tecnica e dominarla è molto importante per un fotografo, è infatti presupposto iniziale per  riuscire a plasmare in maniera fedele un’idea.

Avere una forte formazione ed essere a conosceza delle ultime tecnologie è parte della risponsabilità di un fotografo.

HOW TO / INTERVISTATI

Mattia Balsamini

Nel caso di ritratti ambientati, dove magari non sempre conosci la location, che genere di attrezzatura (luci, bank, pannelli, ecc..) porti con te?

(Valentina I.)

Dipende un po' dal tipo di lavoro e, come giustamente chiedi, dal fatto di avere avuto o meno l'occasione di fare un sopralluogo. Se mi accorgo che ci sono esigenze specifiche, o prevedo che ci siano, cerco di noleggiare attrezzatura  sufficiente a coprire situazioni di luce diverse, in genere direi almeno 4 torce (che siano monotorcia o a generatore), cerco di variare la scelta dei modificatori tra duro e morbido, di solito porto un beauty dish, un bank o octa non troppo grandi e qualche parabola semplice. Altre cose due pannelli di polistirolo neri e bianchi che tornano utili in tanti modi sia per rimbalzare la luce che per sottrarla o tagliarla.

Se c'è spazio cerco di portare un porta fondali portatile e qualche scelta di colore, a volte poter montare un fondo neutro in uno spazio ostile rappresenta davvero una salvezza. Qualche stativo leggero e uno o due più pesanti (magari a giraffa), pesi o sandbags a volontà per evitare danni e cadute.

Se devo spostarmi e scattare completamente solo tendo a portarmi solamente il trolley che contiene un Elinchrom ranger quadra con due torce, un Quantum flash, un piccolo bank portatile e due stativi che riescono a stare nel trolley.

Volevo chiedere dei consigli per ritratti al volo in posti con pochissima luce e con l'obbligo, nel mio caso, di flash per l'utilizzo di macchine analogiche.

(Fabio V.)

Vado un po' ad intuito. Suggerirei di mantenere l'aspetto tecnico più semplice possibile. Dipende da quanto poca sarà la luce in cui ti ritroverai a lavorare, ma ti consiglierei di usare un punto luce unico, per semplificare il tutto, magari una luce continua come un pannello LED, un KINO FLO, oppure un faretto alogeno con del materiale diffusore frostato. La luce continua ti permette, sopratutto se lavori in analogico, di poter capire subito come il soggetto reagisce, senza avere sorprese a livello di esposizione e avendo la possibilità di bilanciarla con la (poca) luce ambientale che avrai. Quelle appena citate sono luci che fisiologicamente hanno caratteristiche abbastanza morbide, puoi chiaramente anche usare una qualsiasi  luce flash come se fosse collegata ad una macchina digitale (via cavetto o radiocomando) in questo caso è importante che ti porti un esposimetro a luce incidente per assicurarti che sia tutto esposto come vuoi tu. Puoi fare lo stesso un test portandoti una reflex digitale per fare qualche scatto di prova prima di usare la pellicola. Tieni a mente i rapporti tra le diverse temperature del colore delle luci che hai attorno oltre alle tue da studio, tungsteno o neon… e se influenzano troppo il tuo set puoi pensare di bilanciare la tua luce con gelatine o magari oscurare quelle ambientali.

Sono un fotografo agli inizi: quali sono gli aspetti tecnici che devo tenere in conto in questa fase?

(Marco D.)

Penso che all'inizio sia divertente e necessario sperimentare tutta l'attrezzatura a cui si può avere accesso, senza esserne intimoriti, provandola in più occasioni non lavorative. Parlo di macchine diverse, a pellicola, digitali, di tutti i formati, luci di ogni tipo, sia flash che continue. Giocarci, con cura, ma anche spensieratezza. Credo sia l'unico modo per assimilare degli aspetti che se diventano automatici ed intuitivi ti permettono di concentrarti su quello che realmente è importante nel fare immagini ovvero concentrarsi su soggetto e contesto.

Dal 2008 al 2010 sono stato forzato dai miei istruttori ad usare esclusivamente il grande formato 10x12: un'esperienza traumatica per una persona come me che non aveva mai scattato con i tempi e gli accorgimenti che quel processo richiedeva. Con il 10x12 e una lente 210mm dovevo farci tutto, dal ritratto al paesaggio e nel tempo libero scattavo in piccolo formato con reflex digitali o analogiche. Ritrovarsi a fotografare, magari all'interno della stessa giornata, con strumenti diversi, mi ha aiutato ad iniziare ad usare la macchina in maniera più viscerale e meno distaccata. Lo stesso vale per l'illuminazione. Credo che l'obiettivo sia proprio quello di subire meno possibile il potente fascino dell'attrezzatura in sè nel momento in cui si è pronti per raccontare qualcosa, trovando invece momenti dedicati per sperimentare, assimilare e automatizzare procedimenti tecnici, per non ritrovarsi a preoccuparsene dopo, mentre dovremmo essere assorbiti dal soggetto di fronte a noi.

Come gestisci il tuo lavoro di post produzione? Scaricare le fotografie/organizzare gli scatti/selezione/metadata/backup e archiviazione?

(Ilaria S.)

Il workflow per immagini realizzate in studio è diverso da quello che sto per descrivere, include anche altre persone oltre a me, qui descrivo quello più comune che seguo quando lavoro da solo. Scarico i file creando una nuova cartella sul computer fisso o portatile dal quale sto lavorando, la nomino DATA_CLIENTE_LAVORO e al suo interno ci creo una cartella RAW nel quale trasferisco i file contenuti nella scheda. Se lavoro sul portatile apro la cartella RAW in Adobe Bridge, seleziono tutte le immagini e con la funzione file info inserisco metadata e keywords globali a tutte. Una volta che sono a casa trasferisco quella stessa cartella su due hard disk raid esterni, uso un terzo hd che mi fa da Time Machine per il computer fisso. I lavori di post cerco di farli esclusivamente dal fisso per vederci più chiaro e prendermi il tempo necessario per riflettere su un'immagine che si vede bene. La colorazione ed i contrasti li faccio in Capture One oppure Lightroom creando copie virtuali dei file raw.

Quanta post produzione è “giusto” fare alle foto? Bisogna darsi un limite?

(Marika F.)

È una domanda molto complessa, ci sarebbero tante variabili da tenere in considerazione. Quella forse più importante è il significato che ha il linguaggio fotografico per l'autore, la sua etica. Due delle strade diametralmente opposte, ma non le uniche, potrebbero essere queste: un approccio rigido che si rifà alla fotografia intesa come registrazione della realtà ed alla, per così dire, sfida di trovare una chiave di lettura interessante basandosi su ciò esiste già, senza aggiungere o senza togliere nulla. In questo caso la post produzione è al massimo un intervento globale di colore e contrasto, senza lavorare in maniera troppo selettiva all'immagine concentrandosi su zone specifiche. L'altro approccio potrebbe riguardare interventi che hanno l'obiettivo di realizzare un immagine di impatto, costi quel che costi,  in cui il fine è giustificato dai mezzi. Penso ad immagini a scopo pubblicitario, in cui è necessario comporre diversi elementi scattati separatamente in un unica immagine finale, magari proprio con l'idea di farli sembrare uno scatto naturale. In quel caso forse la post non dovrebbe avere limiti, se non ovviamente il buon gusto - che peraltro è estremamente soggettivo.

L'importante secondo me è che gli intenti dell'autore siano in qualche modo dichiarati e chi guarda non venga preso in giro.

A cura di All Access Photo

http://allaccessphoto.org/

Tag: how to

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