Quintorigo - Ambra Jovinelli - Roma Live report, 26/05/2003

08/06/2003 di



Lasciamo un po di spazio sul foglio: uno, due, tre, quattro, cinque. Cominciamo a scrivere da qui.

Piove e lì c'e' il sole; starsene sotto un albero a cercare le parole per raccontare un concerto dei Quintorigo non è facile. Cerchiamo di ricostruire. Un teatro proprio dietro la stazione Termini. Una rosa che era meglio prendere nonostante l'allergia. Un concerto da gustare in soffitta, lontano da tutte quelle voci che rimbombano nella rampa di scale mentre al primo piano un Raptus improvviso aggredisce tutti i condomini, unendone tutt'assieme le voci isteriche: è un concerto dodecafonico che si propaga da una sola bocca, quella di John Del Leo. La sua voce è il polo di attrazione per le evoluzioni strumentali di una delle cose migliori capitate in Italia negli ultimi anni.

Uno spettacolo acrobatico e itinerante, che viaggia tra locali fumosi della New York anni '60, teatrini notturni di Broadway, improbabili musichall della provincia londinese, vecchie balere della riviera romagnola e centri sociali abbandonati, trasportando una forma di arte buffa, affascinante e dotata di una classe spesso inarrivabile.

I Quintorigo hanno una capacità innata e spontanea: essere accessibili senza dare punti di riferimento. Salgono sul palco, ciondolanti e sorridenti, cimentandosi in fraseggi apparentemente complicati ma con il raro dono di accarezzare qualsiasi ascoltatore, indipendentemente dalla sua preparazione musicale. Uno spettacolo di inestimabile valore, forse unico in Italia, capace di comunicare emozioni a più livelli, lasciandosi gustare sia come gradevole musica leggera, sia come istrionica e sofisticata effusione jazz.

Accogliendo per l'occasione il batterista Roberto Gatto, si lanciano in altalena tra ripescaggi di vecchi brani e la doverosa presentazione delle nuove creature contenute "In Cattività". Tecnicamente spaventosi ma mai spocchiosi, travalicano generi e stili, in bilico tra la consapevolezza di essere musicisti di alto livello e l'ironia di chi non ama prendersi troppo sul serio.

Brani eseguiti con straordinaria intensità teatrale, che risucchiano l'attenzione soprattutto grazie al registro canoro di un cantante che dovremmo esportare nel mondo come un prodotto tipico della nostra penisola.

Sopraffini, pagliacci, irruenti, curiosi; i Quintorigo rimescolano con frenesia tutto ciò che gli capita a tiro: jazz, hardrock, pop, ragtime, soul ballad, country&western, hip hop, waltzer, noise. Talvolta al limite del surreale ma capaci di dominare il palco con scene che si rivelano quasi una parodia dei "concerti da consumo", trasfigurando Brecht e Frank Sinatra, Beckett e Demetrio Stratos, Pirandello e Nirvana.

Così la cover di Fever regala in ugual misura passione blues e sorrisi da cabaret, mentre quella di Clap Hands si tinge di strane sensazioni, forse perché cantata dentro una radio giocattolo di quelle che "da piccolo ce l'avevo anch'io". Elvis e Tom Waits, sarebbero orgogliosi.

Da sempre impegnati a sostegno di istituzioni umanitarie, i Quintorigo improvvisano una rumorosa colonna sonora per le immagini che i ragazzi di Greenpeace - in tour con la band - proiettano sul palco. Protestano contro la Esso e le violenze ecologiche perpetrate ai danni di quel mare dove La nonna di Frederick lo portava sempre....

Ancora un po' di spazio ai nuovi brani ed ecco Rospo, il solito intruglio di jazz, teatro d'avanguardia e pop. E ancora duetti impossibili, cambi di ritmo inaspettati e scenette comiche, Bentivoglio Angelina e Grigio, arrangiamenti paradossali e dialoghi con il pubblico, costruzioni d'avanguardia e melodie sbarazzine. Senza sosta fino alla fine, tra giochi di luce mai troppo invadenti, fin quando ad accendersi sono quelle bianche che sanciscono la fine del concerto. L'Ambra Jovinelli è stupito e il pubblico con lui.

Il prato non c'e' più. Resta un foglio scarabocchiato, qualche puntino unito in un disegno, un nuovo verbo coniato sotto un albero e il ricordo di uno dei migliori concerti visti negli ultimi mesi.



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