Anche se, in fondo, sarebbe bastato un grazie

28/06/2005 di



Il problema vero del MI AMI, per me, è che ad un festival così io ci sarei voluto andare. Dio, non che non mi piaccia fare il buttafuori o darmi delle arie menando per l’aria il mio pass con i baci sopra. Stupendo, dico davvero. Solo che quando la mole di lavoro sormonta tutto, il nervosismo si fa strada fra le piante e si insinua sottocute, anche svaccarsi su un prato a farsi un paio di tiri ed aspettare il prossimo gruppo non sarebbe stato male. Ma in fondo era quello che volevo: mai avrei barattato duecento ettolitri di birra con un’esperienza del genere. Mai. Perchè è stato come crescere un figlio, come litigare con la mamma, come scegliere quale vestito mettergli, come sbagliare scuola in cui mandarlo, come riparare su quella giusta, come vederlo crescere e poi sbandare e poi deprimersi e poi tornare felice. Come vederlo realizzato, infine. Con un piccolo diplomino lasciatogli in consegna, importante, testimone di un passato che è passato bene, preludio di un futuro che può esserci, se lo vogliamo. E lo vogliamo.

Ora l’ho capito, anche se in fondo era come scoprire l’acqua calda. Accendere una macchina organizzativa, anche se di un festival piccino ma appassionato, timido ma sicuro, nuovo ma curato, è cosa molto difficile, soprattutto per chi è vergine di producer, contratti e altre menate (e per fortuna che c’era l’Ale). E’ un lacerarsi delle routine all’interno della quale irrompe la Volontà, poderosa, ineluttabile. Ricordo che quando Fiz, il nostro direttore (non oso appellarmi al responsabile), ci propose questa cosa, all’inizio la titubanza prese d’assalto alcuni. Ma poi la bellezza delle Idee si dimostra per quello che è: inesorabile, e incomincia a crescere crescere crescere fino a non poterne fare a meno. E quando arriva il momento in cui sembra che le cose siano irrealizzabili, difficili, impossibili, senti il lascito di ciò che l’Idea ti ha dato, senti l’ansia dell’aspettativa che ormai non è più solo un progetto, ma è qualcosa di più. La macchina è partita, se vuoi fermarla ti tira sotto. Così ci fu quella volta che prima sono io ad essere quello che non ci crede, e poi poco dopo sono io a convincere quell’altro che non può non crederci più, proprio tu, mitraglia. E allora il festival diventa qualcosa di più di un semplice lavoro. Diventa l’Obiettivo, diventa il Senso, diventa il Futuro. Le mancanze si compensano con altre presenze e viceversa. E si crea una famiglia, diversa da quella che è la famiglia vera, ma pur sempre fondamentale quando ormai si è distanti da casa.

Sono parole grosse, lo so. Parole grosse di fronte ad un festival piccolo, una roba per noi nerds più o meno fighetti che ci ciondoliamo nell’underground, nelle disco dove passano i Franz Ferdinand e dove mettono quella roba là che viene dell’Inghilterra. Ma sono parole importanti, perchè sono parole che prendono tremila persone e le fanno muovere verso una direzione. Parole che uniscono dentro un parco, all’aria aperta, in mezzo agli alberi, fuori dalle case e dentro l’estate. Sono parole che finalmente acquistano una concretezza, basta forum (che dio li benedica) e poser del menga. Sono pure parole che fanno del male, quando poi vedi che la realtà è altrove, e i sogni spesso non possono neppure essere raccontati, men che meno realizzati.

Quindi un due tre. Mettere assieme un gruppo, pilotarne la direzione, sentirne la compattezza. Siamo solo noi? Bastiamo, ci bastiamo. Chi non ha capito capirà. Chi non capirà, si adeguerà. Così vanno le cose: ognuno ha i suoi problemi, ognuno i suoi impegni, ognuno la sua vita. E’ giusto che sia così, anche se poi alcuni pretendono di voler fermare il fiume che esplode dalla fonte e impetuosamente aggredisce gli argini. Parlano, forse non vorrebbero, forse vorrebbero di più. Comunque capiranno, perchè poi sono i fatti a dire come stanno le cose. D’altronde crederci non è mestiere facile, tantomeno convincervi.

A volte addirittura ho creduto che non ci riuscissimo a spiegare bene, perchè mi sembrava talmente evidente la grandezza di questo progetto che nessuno potesse dirci di no. E invece il problema non era tanto aderirvi, quanto come aderirvi. Parlavi con i promoter, tutti accettavano, con gioia. Subito si spandeva la voce, e la gente ci veniva a cercare. E allora a spiegare che noi questo cast lo vogliamo come ci piace, basta marchette e lussureggiamenti, basta pompini perchè si devono fare. Un cast bello, come piace a noi. Rappresentativo il più possibile, con un gruppo per ogni etichetta per aiutarci nella stesura delle band e per tentare di fotografare al meglio tutta la Grande Musica che abbiamo in Italia. Ovviamente, qualcuno è stato fuori, e ce ne dispiace davvero.

Ma in realtà il problema vero rimaneva il nostro impegno. A volte non bisogna chiedere aiuto per vederselo dare. Se sei parte di una famiglia, capisci quand’è il momento di entrare in gioco. Invece, anche se esplicitamente richiesti, c’era una sorta di muro che ci divideva dagli altri, tanto che alla fine abbiamo deciso di fare tutto da soli. Nessuna carità, non vogliamo elemosina, di grazia. Forse l’anno prossimo torneranno con un atteggiamento diverso. Chissà. Ma, in fondo, non ce ne frega un cazzo.

Quello che rimane è un’edizione che ci ha riempito il cuore di gioia, davvero. Ci ha restiuito energia, ci ha rimesso in circolo con le persone, ha fatto rifluire le emozioni dentro una brace ardente di voglia di fare, di esserci. Il MI AMI è stato quello che volevamo che fosse: una festa. Una festa utile per chi ci ha creduto e ci ha partecipato con un banchetto; una festa riuscita per chi ha accettato di venire a rimborso spese; una festa magnifica per chi ha voluto parteciparvi.

E allora poi quando le cose vanno bene è perchè è merito di tutti. Merito di ROCKIT, “portale d’assalto pieno di Lester Bangs di provincia” (come ci hanno appena definito in una conferenza dopo la quale sto scrivendo), di chi ci ha dato una mano, del Comune della Provincia del Pini, dell’unica grande azienda che ci ha voluto dare i soldi, dei gruppi tutti a rimborso spese (e tutti a voltaggio massimo: abbiamo potuto ammirare il meglio dell’Italia Indipendente al massimo della forma), degli espositori, del pubblico, dei partner storici e di quelli nuovi. Merito di Fiz, di Alessandra Maculan, di Carlo Pastore e poi di Francesca. Merito nostro, vostro, loro. Demerito nostro, pure, su alcune cose che tenteremo davvero di migliorare, perchè ci teniamo che questa manifestazione cresca diventando più bella, più matura, più attenta, più disponibile, più ricettiva. Merito pure dell’indie rock, dico io, perchè questo pubblico che ascolta questa musica così bella ha bisogno di eventi in cui stare bene. Merito di quella fottuta volta, qualche anno fa, quando inviai il report live del primo concerto che andavo a vedere in un club rock. Ero da solo, suonavano i Marlene Kuntz. Il giorno dopo mi presero a ROCKIT. E ora c’è il MI AMI. Come tuffo pindarico verso la felicità, mi sento di dire che ho trovato ottimi compagni di viaggio. Olè.



MI AMI FESTIVAL
17 e 18 giugno 2005
ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini
Milano

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