Ancora, un piccolo festival per Enrico Fontanelli - il nostro report Live report, 06/07/2014

Ancora, un piccolo festival per Enrico FontanelliAncora, un piccolo festival per Enrico Fontanelli
08/07/2014 di

Ancora, un piccolo festival per Enrico Fontanelli.

Basterebbe il titolo, perché le parole sono pesate, non sono lì a caso. Perché stato è un festival piccolo, non tanto nelle dimensioni, ma quanto nel senso di raccolto. Un festival geograficamente appoggiato nella pianura padana, in quel piccolo angolo di tranquillità che è il Rivage a Mantova, spazio estivo quasi stretto a riparasi dal sole, tra a parete della bocciofila, gli alberi e i grilli. A cercarlo sulla cartina, dietro lo stadio Martelli alle porte della città, pare nascosto, seppur in un punto di passaggio, tanto che è facile da raggiungere ma di sicuro non ci capiti a caso. E nessuno domenica era lì per caso.
“Ma questo non è un festival per ricordare, ma per stare insieme”, è un festival “per” Enrico, come ci ricorda Max (Collini, serve dirlo?) all’inizio del festival. Enrico come collante tra i convenuti, chi in maniera diretta, chi in maniera tangenziale. Amici, musicisti, compagni di scuola, qualche amico sotto i palchi, è una di quelle famiglie allargate che chi fa musica ha intorno. Un festival talmente pensato per restare insieme che c’è la pausa per la cena e la musica del cambio palco bassa, da non disturbare troppo le chiacchiere.
Ed è anche stato un festival dell’Ancora, del suonare ancora, del suonare tra amici e per amici, a ricostruire il legame sonoro di sfondo a queste relazioni.
Partono i Japanese Gum, liquidi e lisergici nei loro intrecci sintetici, costruzioni melodiche su beat poco invadenti. La strada sonora è spianata per la laptop music di Selfimperfectionist, in un roller coaster che sembra non finire mai tra arpeggi, blips e sottili strati a sommarsi. Anna Magdalena limita al minimo le note, tutte pensate, al loro posto, tutte a scavare insieme alla voce, senza soffocarla, che siano suoni di piano, synth o minimi percussivi, messi come piccole sottolineature, a matita, senza invadenza nel racconto. Pausa cena.
Max sale sul palco con Jukka (Reverberi, Giardini di Mirò) per portare in scena Spartiti, la loro nuova creatura di parole sonorizzate e, per chi l’ha già visto, l’incresparsi di questi mesi della voce su alcuni passaggi più sensibili, fino alla finale cover dei Massimo Volume, squarcia più che toccare, portando dentro alle parole, al punto che le badilate sonore finali di fuzz, noise e delay servono a guardarsi dentro, mentre si guarda in basso per non esporsi troppo, sia pure in famiglia. Sale Deborah Walker, col suo violoncello, ad aprire col suo archetto melodie a lenire e puntellare nelle dissonanze, accompagnando anche la prima parte del set di Felpa (Daniele Caretti, Offlaga Disco Pax) che prosegue inanellando una piccola serie di piccoli manufatti artigianali di sincerità slow-core dentro cui avvolgersi e tenersi stretti a se stessi. E con tutta la famiglia davanti, far finta di niente non serve e quindi apre il baule dei ricordi e intona “Sunflower” dei Low, pescata da piccoli momenti vissuti con l’amico.
Poi, salito sul palco anche Max con Deborah, parte un piccolo excursus negli Offlaga Disco Pax, giusto due canzoni, a partire dalla prima provata, “Khmer Rossa”.
Chiudono il festival i Camillas, con la loro surrealità teatrale pop e gli strappi sulle melodie, nel continuo gioco di mostrare e nascondersi, senza mai smettere di raccontare. Seguono saluti, commiati e chilometri da fare, che tanto, mentre vai verso casa, non te li togli dalla testa i versi di “Enver”, ma con un nuovo arrangiamento fatto di altri suoni, molte facce, parole e abbracci che sono stati Ancora.


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Tag: concerti

Pagine: Giardini di Miro' Offlaga Disco Pax Japanese Gum I Camillas Spartiti (Max Collini + Jukka Reverberi)

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