Andrea Nardinocchi: "Avevo tradito la mia passione per inseguire il successo"

Anni fa era la promessa del pop italiano, poi un silenzio durato 5 anni. In cui il musicista bolognese si è perso nella sue ansie e nella sua riservatezza, per poi capire che aveva ancora tante cose da dire. Con "La stessa emozione" torna a farlo, a modo suo
29/05/2020 10:07

Per vedere la sua firma su un nuovo disco sono dovuti passare cinque anni. Nel 2015 usciva Supereroe, che bissava quando di (molto buono) fatto sentire con Il momento perfetto, oggi, dopo una lunga attesa, vede la luce per Iuovo (iCompany) La stessa emozione, prodotto da Mamakass (dietro al suono, tra gli altri, di Coma Cose) e distribuito da Artist First.

È il terzo album di Andrea Nardinocchi, ed è un gradito ritorno. Perché sin dal suo indipendentissimo esordio il cantautore bolognese – che nella "vita precedente" faceva il freestyler del basket (non a caso from Basket City), impressionando tutti con le sue evoluzioni palla in mano – aveva destato stupore tra gli addetti ai lavori e conquistato un pubblico sempre più largo. Merito di una voce soul molto calda e, fino a quel momento inedita, e di un suono elettronico personale, effettato sapientemente, originale e perfettamente amalgamato con le parole. Insomma, un gran bel prodotto. Da lì in poi se ne sarebbero visti altri, ma allora Andrea colpì più o meno tutti.

Partecipa al Festival di Sanremo nella sezione Nuove Proposte del 2013, poi collabora con Dargen D'amico, Mecna (per due brani), Big Fish, Ghemon, Marracash, Danti e altri. Tutti lo vogliono, fino a che si ferma. 

Andrea è a casa quando lo chiamo. La quarantena è andata bene. "È stato molto meglio di quello che si potrebbe immaginare viste le circostanze", dice. Si vede che è un po’ che è abituato a stare solo e a stare bene. È un pochino nervoso: è da tanto tempo che non fa "una cosa così" e subito capisco che devo essere delicata a mia volta. E ascoltare con attenzione, perché Andrea è una voce tra le più autentiche della musica italiana, che ha rispettato i suoi tempi, e lo ha fatto per se stesso e la sua arte.

Come sono andate queste giornate?

Ho scritto un bel po' di roba durante la quarantena. Ovviamente le fasi di scrittura sono un po' altalenanti: ci sono dei periodi in cui scrivo tanto, dei periodi in cui per non scrivo niente, ma ormai non soffro più così tanto questa cosa. È abbastanza normale, quindi ho imparato a riconoscermi che esiste un periodo in cui "mi viene da aprire il rubinetto" e un periodo in cui invece non riesco. Ultimamente sono riuscito alla grande e ho scritto cinque-sei pezzi più o meno. Comincia ad accumularsi roba, al di là del disco che è appena uscito.

Cinque anni di silenzio. Cosa è successo, e cosa è cambiato?

Sicuramente sono molto meno solo e molto meno ansioso riguardo la mia musica, che ora "faccio e basta". Prima la vivevo molto diversamente, considerando anche come sono partito: ho fatto praticamente tutto da solo, non avevo punti di riferimento, non sapevo esattamente come produrre, come scrivere e, avendo una natura molto ossessiva, si creavano dei momenti in cui mi rendevo conto che stavo dando troppo, che mi stavo consumando per fare qualcosa. In questo sono migliorato: mi ossessiono molto meno sulla mia musica e sull'idea della mia identità artistica. Riesco a fare le cose in modo molto più sereno e tranquillo da circa tre anni a questa parte, e il disco nuovo è parte di un periodo in cui ancora ero un po’ troppo perfezionista.

Perché hai inserito quattro brani del passato in un disco di "ripartenza"?  

Sono ancora legato all'idea del disco, dell’album, o chiamalo come ti pare. Ho sempre concepito un tot numero di pezzi come facenti parte di un insieme coeso con lo stesso colore, che racconta qualcosa, un periodo. La stessa emozione era pronto tre anni fa, doveva uscire nel 2018, ma sono successe tante cose, per le quali è andata così. Uno fa sempre dei piani nella vita, poi le cose succedono e bisogna adeguarsi. Tuttavia, non ho voluto adeguarmi al fatto che questi pezzi che avevo da parte erano nati insieme e quindi erano nati per questo disco: anche se sono passati tre anni, è come se mi fosse rimasto un groppo in gola che ora mi sento ancora di tirare fuori e sciogliere.

Quanto è stato difficile rimandare di due anni l'uscita del disco?

Ci tengo a dire che non era mia intenzione creare false aspettative sull’uscita dell’album. Mi è dispiaciuto molto che non sia uscito quando doveva, ma allo stesso tempo sono contento che le cose siano andate così: altrimenti non mi troverei nella situazione in cui mi trovo oggi, cioè a lavorare con le splendide persone che ho incontrato e che tengo a nominare. In particolare Davide D’Aquino, che mi ha veramente risollevato dal nulla: per me non c’era più un seguito, me lo stavo tenendo per me questo disco e avevo accettato che un po’ era finita. Grazie a lui e grazie a Lucia e a Massimo di iCompany si è aperto questo nuovo capitolo di questa mia così sofferta carriera, per la quale ho avuto parecchi problemi psicologici. Ora ho trovato lo spazio e il momento per analizzare delle cose che forse non avevo ancora ben metabolizzato, come nel caso di Sanremo amore scusa, inserito nell’album seppure si tratti di fatti avvenuti nel 2013. Come sempre mi accade, scrivere una canzone per me è sempre un modo catartico per fare pace con un argomento, una questione, fare pace con quello che mi succede, che sento.

Da Giada Mesi, nata poco prima, sei passato alla Universal, e ora sei tornato sotto l'indipendente iCompany, un percorso discografico abbastanza travagliato. Come ha influito sulla tua musica?

Un’etichetta discografica è fatta di persone e, anche se noi utilizziamo termini come "etichetta discografica", "manager", "editore", "ufficio stampa" e altri, alla fine si tratta di trovare, come in tutte le professioni, persone con le quali ci si incastri al meglio. È inevitabile che nel corso delle cose poi le persone cambino, imparano altro di sé e del proprio lavoro, quindi si scelga di affidarsi ad altri. Succede un po’ come nelle relazioni: a un certo punto si capisce che bisogna andare avanti con qualcun’altro o anche da soli. Lavorare con persone diverse, in questo caso, ha influito molto positivamente sulla mia musica. Come dicevo prima, con le persone che ho trovato in questo momento e grazie anche alla loro pazienza, sono riuscito ad accorgermi di più delle mie caratteristiche e a smussare i miei angoli.

Nei tuoi testi spesso citi tua madre e tuo padre, che rapporto hai con i tuoi genitori?

Ad oggi il rapporto è super. È forse la cosa della quale sono più contento, una grande conquista che sento di aver contribuito a raggiungere, insieme a loro, nell’ultimo anno e mezzo circa. Non è stato sempre un rapporto super, non lo è mai per nessuno in fondo, e per tanto tempo ho sentito dentro di me che fosse importante cercare di trovare il modo di fare pace con la mia idea che avevo di loro. Cercare di "perdonarli", non che avessero fatto nulla di male o di sbagliato, ma inevitabilmente un figlio è sempre portato a demonizzare i propri genitori. Oggi la nostra relazione si trova è in un emisfero opposto rispetto a quello che in cui si trovava circa un anno e mezzo fa, ma sicuramente nella mia musica hanno avuto sempre lo stesso ruolo che hanno tutte le cose molto molto importanti della mia vita. Le canzoni mi sono servite per riuscire a capire che cosa provassi, sentissi, quali fossero i miei problemi e, attraverso le canzoni in cui i miei genitori sono presenti, sono riuscito a tirare qualcosa che avevo bisogno di comunicare anche a loro.

In Ti voglio bene ti rivolgi direttamente a loro.

Lì esprimo la frustrazione nel rendermi conto, cresciuto senza l’abitudine degli abbracci e del perdono, di quanto fosse difficile provare a farlo, ad abbracciare e perdonare. Mi ero ripromesso che prima o poi ci sarei riuscito e tantissime canzoni scritte nel passato e raccolte negli altri due album sono abbastanza profetiche in questo senso. Molte cose che ho scritto si sono realizzate nel futuro e sono molto contento: sono riuscito finalmente ad aprire le braccia. Magari racconterò di loro in un altro modo in futuro. Ho scritto delle cose, anche dopo questo disco, che invece raccontano di più della mia risoluzione con i miei genitori e racconterò di più "delle cose belle" che succedono quando si riesce a fare un passo indietro e a perdonare.

Sui social spesso introduci quello che pubblichi con una tua breve "pagina di diario". Perché?

A parte che quest’intervista mi sembra più una seduta dallo psicologo, sappi che quando scrivo su Facebook io non scrivo pensando che sto "facendo" un post. Quelle sono cose che scrivo per conto mio. Scrivo abbastanza spesso, nei periodi difficili scrivo ogni giorno e scrivo perché ne ho bisogno. È una sorta di pratica che faccio per stare meglio, proprio fisicamente. Scrivo di getto, non rileggo nemmeno, chiudo e salvo, magari rileggo dopo tempo per curiosità. in quello che scrivo, chiaramente, a volte c’è qualcosa inerente alla mia musica e quelle volte possono essere prese e trasformate in un post. Se dovessi scrivere un post con l’idea di scrivere alla gente, non ce la farei. È un grosso blocco che sto cercando di levarmi piano piano, comunicare all’esterno in un modo che non sia solo attraverso la musica.

Fare "fatica" a comunicare di questi tempi è un bel guaio per un artista...

Ci sono tante persone che hanno quel desiderio di farsi vedere dal mondo – per trovarsi un’attività, per seguire la propria passione –, ma fanno difficoltà, perché non è nella loro indole. Io sicuramente sono tra queste persone e faccio fatica a mettermi nell’ottica di rivolgermi a tante persone che neanche conosco. In alcuni casi, però, la passione per quello che fai è talmente forte che decidi di buttarti, di passare attraverso l’inferno dell’esposizione anche se ti accorgi, facendolo, che al centro dell’attenzione non ti senti tanto a tuo agio. Bo Burnham, attore di stand-up comedy, alla fine di uno spettacolo disse al suo pubblico una cosa che riassume bene un concetto che sento parecchio mio: "se potete vivere la vostra vita senza un’audience, vivetela", perché si sta meglio. Certamente questo non vale per tutti, ma vale per me: io sono stato meglio nel non espormi, ma continuo ad avere un'enorme passione e capacità ormai, per l’abitudine a farlo, di creare dei quadretti di verità della mia vita attraverso la musica, e non so farlo in altro modo. Non riesco a mentire in questi quadretti e cerco di farli in un modo che siano anche fighi, belli da sentire, che non siano solo una presa a male, perchè molte volte le cose che uno ha da tirare fuori non sono una gran gioia. 

Negli anni di silenzio che rapporto hai avuto con la musica?

In questi anni ho perso la mia passione per la musica a causa proprio dell’esposizione. Me ne sono molto rammaricato, mi sono sentito in colpa per aver tradito la mia passione per inseguire il successo, anche se mi ero accorto che non era nella mia indole andare sul palco e farmi vedere da tutti. Tuttavia, rimane il fatto che non riesco a smettere di scrivere e ora che ho recuperato la mia passione, mi piacciono le cose che faccio e penso che andrò avanti, però, a modo mio. Io continuo a fare la cosa che sento, come la sento, poi quello che succede, succede.

Pop melodico, elettronica, nu soul, funk: in che modo senti tuoi questi "generi"?

Non penso in termini di generi, penso in termini di "che tipo di vibes sto trasmettendo". Poi penso a un genere che sia più adatto, ma questo accade e basta, senza che decida a tavolino: la musica va di sua spontanea volontà verso una direzione. Poi, a me la musica piace tutta e, ecco, prima soffrivo di questa cosa: mi dispiaceva non riuscire a trovare un genere specifico. Nel secondo disco ho provato a prendere una direzione un po’ più voluta, sulla scia degli anni ’80 perché in quel momento mi piaceva, però alla fine ogni canzone parla di una cosa diversa quindi ogni canzone prende il suo genere: difficilmente una canzone in cui dici "ti voglio bene" ai tuoi genitori sarà funk. Dipende tutto da quello che dico e il genere musicale è a servizio di quello che ho da dire.

Hai collaborato con tanti che hanno fatto il botto. Con chi vorresti salire sul palco in futuro?

Vorrei collaborare con Manfredi Tumminello, chitarrista siciliano molto bravo e mio carissimo amico con cui purtroppo sono riuscito poco a lavorare. Progetti futuri? Ho una ventina di pezzi e di dischi, volendo ce ne sono altri due.

Poco prima dei saluti, Andrea vuole tornare su un concetto di prima. "È anche responsabilità degli artisti far capire alla gente che non esiste l’artista pop-star, sul palco, sul piedistallo, distante, lontano, in cima al mondo", spiega. "Siamo tutti artisti e ci sono solo persone che si abituano a suonare, a dipingere, a fotografare. Volendo tutti siamo artisti, se decidiamo di dare o far vedere qualcosa di noi stessi agli altri, e in un mondo in cui tutti sono il proprio canale televisivo, tu mi vuoi convincere che sei speciale, che sei diverso o che sei 'più' di me? Non ci credo, non ci crede nessuno ormai".

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L'articolo Andrea Nardinocchi: "Avevo tradito la mia passione per inseguire il successo" di Claudia Mazziotta è apparso su Rockit.it il 29/05/2020 10:07

Tag: pop - album

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