Anche gli animali sanno ballare

Immagine via iflscience.com - un lemure che ballaImmagine via iflscience.com - un lemure che balla
25/03/2016 di

Gli animali che vivono accanto a noi sono fonte inesauribile di scoperte: molto spesso abbiamo la fortuna di assistere a dei comportamenti così lontani dal loro repertorio che li avvicinano inesorabilmente alla nostra quotidianità. Viene da chiedersi però perché tra loro non sia così manifesta la capacità di interpretare la musica attraverso i movimenti del corpo: all'apparenza, il senso del ritmo non appartiene ai nostri amici, siano essi bipedi, quadrupedi o invertebrati. A fronte di alcune sorprendenti eccezioni però, negli ultimi dieci anni si sono intensificati gli studi che indagano sull'origine evolutiva del ritmo in chiave neuroscientifica, alla ricerca della risposta sulle reali capacità degli animali non umani di "ballare".

Se questo vi sembra uno sterile eufemismo, chiedete ad Irena Schulz, che gestisce a Schererville, nell'Indiana, un rifugio per pappagalli abbandonati, e che nell'agosto 2007 decide di accogliere nella sua struttura un bellissimo esemplare di cacatua da una famiglia che non riesce più a badare alle sue cure. Assieme al pappagallo, di nome Snowball, il proprietario lascia ad Irena anche un cd masterizzato con la musica preferita dall'animale. La sera, messo in play il disco, Irena scopre che Snowball è un ballerino eccezionale, capace di coreografie allucinanti al ritmo di "Everybody (Backstreet's Back)" dei Backstreet Boys, movimenti di zampe e piroette da far impallidire qualsiasi boy-band.

Snowball diventa in breve tempo una star del web, passando dal salotto di David Letterman e diventando protagonista di numerosi spot pubblicitari. La performance attira le attenzioni di John Iversen e Aniruddh Patel del Neurosciences Institute di La Jolla in California. I due scienziati sono tra i primi a investire del tempo e delle risorse negli studi di cui sopra. Gli esperimenti musicali realizzati assieme a Snowball e ad altri animali, come gli elefanti, sembrano in prima istanza adattarsi all'ipotesi che il ritmo musicale è un sottoprodotto dell'apprendimento vocale – tipico degli esseri umani ma anche dei pappagalli e degli elefanti. L'evoluzione dell'apprendimento vocale in queste specie ha rafforzato i legami tra le regioni del cervello responsabili dell'ascolto e del movimento, e ha reso possibile l'espressione del ritmo.

Lo studio su Snowball si rivela però solo l'inizio di una lunga ricerca sul concetto di musicalità nel regno animale. Altri esperimenti denotano infatti che anche specie poco loquaci posseggono questo dono. L'esempio lampante è la storia del leone marino Roland che, addestrato da alcuni scienziati dell'Università di Santa Cruz, ha imparato a ruotare la sua testa seguendo diversi ritmi, arrivando ad accompagnarsi anche a canzoni pop caratterizzate da una certa varietà ritmica, come "Boogie Wonderland" degli Earth Wind and Fire, a dimostrazione che i suoi movimenti non erano solo figli del caso. O ancora le scimmie bonobo per le quali l'Università del North Carolina ha fatto costruire un grosso tamburo da Remo, storico marchio del settore. Le scimmie si sono dimostrate rapite dai colpi percussivi che riuscivano a produrre e i dati raccolti hanno dimostrato la loro capacità di seguire un determinato ritmo, anche solo per un breve periodo di tempo.

Questi risultati suggeriscono che il ritmo ha un'origine evolutiva più antica e universale di quanto inizialmente supposto. John Iversen sostiene che tutto questo potrebbe essere dato da "limitazioni neuronali intrinseche. Per possedere il senso del ritmo c'è bisogno di avere i circuiti cerebrali giusti. Altrimenti non si spiega il perché animali domestici come i cani, esposti molto più da vicino alla nostra musica, non siano capaci di muoversi a tempo spontaneamente".

Approfonditi studi neurologici compiuti negli ultimi anni hanno rivelato che i circuiti neurali specializzati per il movimento sono quelli utilizzati anche per percepire i ritmi uditivi. Il quadro che emerge è che le regioni uditive e motorie rispondono contemporaneamente agli stimoli dettati dai ritmi esterni. Ad esempio, secondo questo modello, mentre siamo seduti e ascoltiamo della musica, le regioni del cervello responsabili della pianificazione dei nostri movimenti prevedono già il susseguirsi ritmico del brano. Le regioni uditive del cervello quindi utilizzano le previsioni delle regioni motorie per sincronizzarci con il ritmo.

La capacità latente di seguire un ritmo è quindi molto più diffusa tra gli esseri viventi di quanto ipotizzato in precedenza, ma, in molte specie, ha bisogno di sufficienti stimoli per rivelarsi. Gli esseri umani, i pappagalli e gli elefanti sono tutte specie sociali altamente intelligenti la cui sopravvivenza dipende anche dalla comunicazione vocale. Ha senso quindi che siano particolarmente sensibili ai ritmi uditivi. Ma quando anche a creature meno appariscenti, come il leone marino o le scimmie, vengono dati opportunità e incoraggiamento adeguati, le loro abilità musicali latenti si esprimono.

Tutti noi abbiamo una capacità innata per il ritmo che ha bisogno dell'ambiente giusto per rivelarsi. Questo significa che non siamo biologicamente diversi o superiori agli altri animali, ma che siamo più bravi a creare questo determinato ambiente. Alcuni studiosi ritengono che i nostri antenati ominidi ballavano e cantavano molto tempo prima di sviluppare una forma di linguaggio verbale. Siamo gli unici ad avere una cultura universale della musica e della danza. Per certi versi è come se fossimo, tra tutte le specie, gli ultimi custodi del ritmo.

 

(via)

Tag: scienza

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