Qual è il momento giusto per applaudire durante un concerto?

foto via examiner.co.uk - pubblico che applaudefoto via examiner.co.uk - pubblico che applaude
15/12/2016 di

Nessuno si è mai posto il problema nella musica pop, ma l'applauso è un momento del concerto più complesso del previsto: soprattutto nel mondo della musica classica, esiste un'etichetta molto rigida in merito a quando e come applaudire, anche se nell'ultimo periodo sono diverse le voci, tra orchestrali e direttori, che si schierano a favore di un più libero fluire della reazione del pubblico.
Come sappiamo infatti, durante l'esecuzione di sinfonie o concerti è buona norma aspettare la fine dell'intera esibizione per tributare un applauso, ma è sconveniente e in alcuni casi espressamente vietato farlo tra un movimento e l'altro. Durante l'opera si può applaudire (o fischiare sonoramente) dopo l'ouverture, tra un atto e l'altro, oppure tra i cambi di scena, se previsti. Nel dubbio, sempre meglio consultare il programma di sala, per evitarsi quell'imbarazzante momento in cui uno spettatore accenna un timido applauso a cui si uniscono altri 2-3 avventori. Un momento che può diventare molto creepy, sia per i musicisti che per il pubblico.

Ma da dove nasce questo divieto verso una delle più naturali delle reazioni umane? Le risposte non sono univoche. Di certo c'è che le sale da concerto non sono mai state così rigide, ironicamente anzi prima del classicismo i concerti erano luoghi rumorosi, in cui si andava non solo ad ascoltare la musica ma soprattutto a fare salotto. Era infatti l'occasione mondana per eccellenza, durante la quale scambiarsi pettegolezzi, fumare, addirittura mangiare.

"In tempi antichi il pubblico applaudiva durante i concerti" dice Philip Gossett dell'Università di Chicago "e i compositori lo consentivano. Questa abitudine si è andata perdendo nel 20esimo secolo, quando musicisti e pubblico hanno iniziato a pensare all'opera nella sua interezza, e ad applaudire solo alla fine".
Infatti con l'avvento di compositori come Brahms e Beethoven si comincia a considerare l'opera non più come una serie di eventi staccati, ma come un epico e unico racconto da godere per intero, senza disturbare la concentrazione di musicisti e direttori.
Si racconta anche che nell'ultimo periodo della vita di Beethoven, il pubblico non applaudisse più perché Beethoven, inabile a cogliere gli applausi a causa della sua sordità, continuasse a dirigere senza fermarsi tra un movimento e l'altro. 

Molti musicisti si stanno quindi interrogando sull'utilità di mantenere questa rigida etichetta, e di privarsi di momenti magici come quando nel 2011 a Roma, mentre Riccardo Muti dirigeva il Nabucco di Verdi, dopo l'aria "Va' pensiero" l'applauso è stato così prolungato e il pubblico così entusiasta che il Maestro ha dovuto fermarsi, fare un discorso sul patriottismo degli italiani, e dirigere un bis (inaudito!) dell'aria, con tanto di sing-along del pubblico e coristi in lacrime.

Dall'altra parte invece, ci sono compositori come Ennio Morricone, che in un'intervista ha detto: "Io sono contrario. Non si può interrompere l'unità di una composizione". Anche Giorgio Battistelli, nella stessa intervista, afferma che il malcostume di applaudire tra un movimento e l'altro o addirittura dopo certi momenti particolarmente intensi dell'esecuzione derivi dalla nostra incapacità di mantenere la concentrazione alta, e che rifletta il nostro modo frammentario di ascoltare la musica, identificando spesso opere molto lunghe con una singola cellula sonora. Un po' quello che accade nella famosa puntata dei Simpson quando tutto il pubblico si alza dopo il "Tan tan tan tan" iniziale della quinta di Beethoven "e tutto il resto è sciacquettio".

 

Tag: musica classica

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