Arezzo Wave 2003 - Seconda parte

18/07/2003 di



5.

Un caffè. Una brioche.

Wake Up stage.

Via che si va.

Come da tradizione apre la mattinata un gruppo local aretino. I Diverbio, cioè tutti i danni che i Negrita hanno fatto nel rock italiano. Già ti stupisce che qualcuno possa ascoltarli (i Negrita), poi addirittura prenderli a modello...

LucaZok: “io spero che qualcuno di quelli sia figlio di qualche assessore, se no non si spiega”.

I CVD, selezione Emilia Romagna. Una pessima voce sopra basi mistelettroniche che stendono trame fitte e vagamente etno. A tratti non sai se onirici o noiosi, nel dubbio scivoli nel sonno.

Container 47, Marche. Immaginario fisso sulla New York dei Sonic Youth. Pedissequi verso i modelli ma robusti, compatti, quasi credibili.

Bobby Tumultous, Toscana. Fanno dello sporco e fottuto rock’n’roll, ma sono torbidi 1/10 rispetto a quanto dovrebbero esserlo per questa musica. Per intenderci, i Nashville Pussy rimangono a 1000litri di birra e sudore di distanza. Sono energici Bobby Tumultous, questo sì. Picchiano sugli strumenti. Ma non bastano le 2 coriste che si muovono sexy come 2 caciotte appese a fare eccitare e coinvolgere i ggiovani.

Media Center. Conferenza stampa. Controllare email, leggere email, scrivere email. Catering gentilmente offerto. Mangiare. Caffè. Controllare email, leggere email, scrivere email.

”sinon hier j'étais à la manif au Louvre
c'était bien mais tu m'as beaucoup manqué
et tu me manques encore et toujours
je suis très prise mais je ne suis pas très heureuse
pas à 100%”

Ci si sposta allo PsycoStage.

Il sole alto nel cielo. Verticale.

Zenerswoon, Toscana. Non picchiano, non entrano. I colpi dati a metà dal batterista sono emblematici. Siamo sempre dalla parti di New york, un po’ Strokes forse. Prescindibili. Tanta di quella noia che ballano solo i loro amici.

Travolta, Veneto. Magliette colorate sul palco: viola-rosso-arancio-giallo. Pure-pop nel manifesto d’intenti, live siamo dalle parti di Weezer e Dandy Warhol. Niente aranciate o baci sotto il palco, giusto qualche sorriso d’apprezzamento. C’è da dire che forse alla lunga il microfono effettato può stancare, ma il set è breve e frizzante. Chi ce li ha non si strappa i capelli gridando al miracolo, ma in fin dei conti non ci si può assolutamente lamentare.

Ma è oggi che c’è il laboratorio di scrittura con Paolo Nori ?

Maledizione.

Di corsa al Word Stage. Arrivi sulla frase “bisogna dimenticare quello che ci hanno insegnato” e prendi posto su una delle sedie vuote in ultima fila, ma l’incontro è già iniziato da tempo. A pochi metri di distanza, Emanuele Agnelli e Boosta presentano le loro fatiche letterarie, Paolo Nori è costretto a urlare per farsi sentire sopra le loro voci microfonate. Ci si avvia verso una naturale conclusione. C’è giusto posto per una poesia di Bukowski e alcune di cosiddetti altri semicolti che fanno ridere e pensare il comunque nutrito gruppo all’ascolto (se si considera la concorrenza dei 2 eroi mediali di cui sopra...).

Una pausa lunga una birra, in cui ti raggiunge anche Acty. E poi uno show impedibile (e bellissimo) di Paolo Nori e i Bogoncelli. Cioè un anomalo ibrido tra il reading e lo stornello contadino dalla poetica naif e surreale. Il pubblico è diviso tra quelli in visibilio che sono tutti un battere le mani e sganasciarsi dalle risate (tu) e coloro i quali non ne capiscono l’ironia stravolta, la semplicità estrema, l’intelligenza trasparente e passano tutto il tempo a mugugnare (Acty).

Rientrando in Convitto, ripensando allo spettacolo e ad alcune facce che ti è capitato di vedere, sui treni o per le strade di Modena o Parma, ti viene da scrivere questo:
“Voi ragazze emiliane non vi potete permettere di fare quelle facce snob lì da milanesi, vi viene proprio male, vi si mischiano i lineamenti in un grumo brutto, ma davvero, uno schifo completo, una polpetta di carne con 2 occhietti vispi totalmente sprecati se persi lì in mezzo. Che voi avete le facce oneste, bellissime, aperte, accoglienti, che non vi riesce di chiudervi dietro, si vede il bluff, si sente il gracchiare stonato della non aderenza. Non mettetevi a fare le milanesi, che di frigide fighette stronze ce ne abbiamo già pieni i coglioni, che finite per fare schifo il doppio di quanto già fanno loro, vi si spengono gli occhi, vi vengono le macchie dietro le orecchie, vi si assottigliano le labbra come a delle lucertole. Fate le emiliane e fatelo bene, nel modo più dolce e naturale possibile, in quel modo furbo che avete di guardare dritto negli occhi il mondo lasciandogli credere che sia per sbaglio o forse no, che gli avete sorriso”.

(Main-stage, 2° serata Foundation Day)

In ritardo rispetto alla tabella di marcia, rallentati nei movimenti da una porchetta all’Aperitivo Rock letteralmente da applausi a scena aperta, ci perdiamo i primi gruppi della serata tra i quali, per fortuna, la Bandabardò. Non tutti i ritardi vengono per nuocere.

Gli Africa Unite sono Il Raggae in Italia. E lo sono in maniera encomiabile. Cioè con stile, divertimento, impegno e spiritualità. Nel breve set presentato c’è posto per vecchi e nuovi pezzi del repertorio. Si sta bene, ogni singolo applauso è meritato. Anche per l’arringa di Madaskone che esorta a tenere i cervelli accesi e difenderli dalle piogge (acide).

Scrivere. Soltanto scrivere. Non hai nient’altro da fare se non, scrivere. Cosa ti succede? Perché stai diventando così simile a me ? E poi. Hai fatto caso a quanta gente, in giro per questa edizione del Festival, scrive sui quadernetti o fogli sparsi ?

Frankie Hi Nrg , torna a calcare palchi ufficiali a suppergiù 7 anni di distanza dal suo ultimo disco. Lo fa accompagnandosi a sua skizzataggine Dj Skeeezo, direttamente dalla primissima oldschool, nome ancora tra i più rispettati della nostra risibile scena hiphop. Frankie canta 5-canzoni-5, cioè i classiconi del suo repertorio. Niente di nuovo dunque (per quello bisognerà aspettare con trepidazione ottobre, uscita prevista per il disco nuovo) ma ottima scelta. Perché tutti riconoscono e, addirittura molti di più di quanti ti aspetteresti, cantano. ‘Quelli che ben pensano’ ti fa capire forte e chiaro la potenza che potrebbe avere il rap anche in Italia se uscisse dagli stereotipi adolescenziali vetero-niggaz-americani e si avvicinasse davvero alla vita reale, quotidiana. Al di là delle patetiche inesistenti faide con band rivali. Ma compatti contro ingiustizie e malessere. Non per fare il francofilo a tutti i costi, ma pensi al concerto dei La Rumeur al Transmusical Festival a Rennes (Francia) quest’inverno, formazione a impianto classico, hiphop dalle banlieu, ma un’energia e una partecipazione del pubblica assolutamente pazzesca, roba che in Italia è tributata a gente tipo Britti per dire. Ecco, immaginatevi dei contenuti esplosivi (quali in effetti molte canzoni di Frankie) cantati a squarciagola da 30mila persone ! Roba che esci con la pelledoca e i nervi tesi e hanno poco da farsi vedere flics in giro dopo... comunque. Frankie appare un po’ legato da tanta lontananza dai palchi ma poco importa, che l’importante è esserci, perché quello il pubblico vuole da lui, che ci sia. E anche questo Frankie sembra capirlo, perché si congeda con un “non lasciamo che passino altri 10 anni”, che tradisce commozione per tanto affetto da parte del pubblico.

Delicato e ‘giusto’ nello sfogliare le carte emozionali, Max Gazzè fa un concerto delizioso, senza troppi orpelli e/o effetti. Tutti conoscono le sue canzoni, tutti cantano. Per mezz’ora tutti sembrano leggeri e innamorati. “e tu sarai il pretesto per approfondire, un piccolo problema personale, di filosofia, cioè il dover piacere agli altri, come in fondo è giusto che sia”.

Non hai nessuna tessera di partito della critica, per cui ti senti libero di parlare quanto e come vuoi del concerto del gruppo degli Afterhours . E allora metti subito in chiaro che a te il concerto non è piaciuto proprio perché non ti piacciono le loro canzoni e non riesci a capire cosa mai ci si può trovare in esse, se poi consideri il fatto che hai sempre pensato che Emanuele Agnelli fosse di gran lunga il personaggio più sopravvalutato della cosiddetta scena italiana ecco che il cerchio si chiude. Poi, per dire, rifare ‘La canzone di Marinella’ è una ruffianata che metà basta, e ‘Mio fratello è figlio è unico’ del mai abbastanza rimpianto Rino Gaetano, per quanto ti riguarda è stravolta da fare schifo e se è dopo aver cantato quella canzone proprio ad una vecchissima edizione del festival che gli After hanno deciso di votarsi all’idioma di Dante, ecco...vorresti non fosse mai successo.

Guarda, devi così fare forza a te stesso per scrivere di Afterhours che non riesci nemmeno a scrivere decentemente, come se l’argomento trattato influisse sulla forma del mezzo con cui lo si tratta.

Per cui finiscila qui e stop.

6.

Un caffè. Una brioche.

Wake Up stage.

L’uomo- ricordate?- è un animale abitudinario.

SS 71, local band aretina. Su basi saldamente classic-rock, con il cantante che scimmieggia alla Piero Pelù, cantano cose del tipo “ti tirerei per il collo perché sei un coniglio”, cioè più o meno la stessa poetica intimista dei Valentina Dorme no ?... mon dieu... credo siano in assoluto tra i peggiori visti quest’anno ad Arezzo insieme al gruppo che viene dopo.

La Soluzione, Calabria. Ma questi cosa stanno suonando ? Poi dicono che sei leghista padano anti-meridionalista-vetero-oltranzista (che me lo sono inventato adesso e non so nemmeno cosa vuol dire) che te la prendi coi gruppi del sud. Ma è desolante. Ma possibile che in Calabria non ci sia niente di meglio di questa paccottiglia funky rock cover band da scoppiatissimi Ladri di Biciclette ?

Per fortuna ci pensa LucaZok a ripeterti quanto già detto l’anno scorso:
“Queste regioni sono vittime di selezionatori che magari 20 anni fa hanno anche fatto la storia locale della musica, ma 20 anni fa appunto, gente che adesso è musicalmente morta, che non ha più la minima idea di dove sta andando il mondo”
Mentre Acty è lapidario “questi sono pure peggio della Bandabardò”

Plektro, Piemonte. Cartoon-pop-punk dai testi extralight, musicalmente tra gli ultimi Prozac e Le Vibrazioni, a te vengono in mente anche i primi Soon (ve li ricordate?). Dal nostro angolo vecchietti del Muppet Show si alzano questi commenti “carina la cantante”, “almeno non danno fastidio”, “questi sono meglio della Bandabardò”

Drahma, Trentino Alto Adige. “i Subsonica con le chitarre”. Boh. Come sono arrivati se ne vanno, senza infamia e senza lode si dice in questi casi.

Media Center. Conferenza stampa. Controllare email, leggere email, scrivere email. Catering gentilmente offerto. Mangiare. Caffè. Controllare email, leggere email, scrivere email.

Ci si sposta allo PsycoStage.

Ricevi sms. Scatti fotografie. Nuvole bianche nitide a contrasto. Un cielo che è l’essenza dell’azzuro-cielo: compatto, limpido, luminoso. Bellissimo. Il cielo quest’anno è la cosa più bella di Arezzo Wave.

Edgar cafè, Liguria. Sono dolci e lievi con quel piglio cantautoriale da ‘scuola genovese’ che li fa apprezzare ancora di più. Ottimi sugli strumenti. L’amalgama è ben bilanciata tra sapore aspro e delicato. Ti lasci cullare per tutta la durata del set, fino a quando una cassa si rompe e manda un sibilo lancinante. Qualcuno dice ”ah, una citazione Wallace ?” e tutti si ride. Sono proprio dei mattacchioni questi indierockers...

Gli Appaloosa, band toscana prodotta da Onda Anomala l’etichetta di Arezzo Wave, segnalata l’anno scorso da Rockit come miglior band emergente ad AW2002, allestiscono un set nervoso e compatto. Noise interamente strumentale, non aggiungono poi molto a quanto già (di buono) facevano l’anno scorso.

Al Word Stage intanto, Carlo Lucarelli alfabetizza la platea sui meccanismi della creazione della suspance in un racconto.

Di Bugo vedi solo l’inizio dello show, 3-4 pezzi che bastano e avanzano. E’inutile, proprio non ti piace. Capisci che qualcuno può trovarlo interessante e va bene così. L’importante è la pluralità dell’offerta, poi sta a ciascuno scegliere ciò che si avvicina di più alla propria sensibilità. Per quanto ti riguarda Bugo ha tutto il tuo rispetto perché sta riuscendo a prendere per il culo tutti quanti facendo ciò che vuole e venendo pagato per farlo. Buon per lui. Tutto qui.

Preferisci andare al Wave Labs, dove Rechenzentrum, tedesco di stanza alla label extracool Kitty-yo, sta letteralmente facendo viaggiare i presenti: un trip di musica elettronica e immagini sintetiche proiettate da mozzare il fiato. Esci che galleggi a 10 centimetri da terra. Come dopo un orgasmo fatto per bene. Il vento nelle orecchie.

Chissà forse è per questo che poi, sulla strada verso il Convitto, chiedi a bruciapelo “ma a questo Festival quand’è che si scopa?” - con una certa evidente fretta nell’inclinazione vocale - “che è già 3 giorni che sono qui e non ho ancora fatto andare il pisellino”. Come se fosse cosa dovuta, addirittura al punto da intristircisi. Boh. Certo che anche tu, la prima volta che vai ad Arezzo Wave e pretendi subito di? Così. Cosa vuol dire che leggendo i miei racconti del Festival io ogni anno avevo donne intorno. Io sono io, cristo! E poi erano altri tempi, come si suol dire. E poi le donne bisogna corteggiarle, girargli intorno al cuore, solleticarne gli istinti semmai. Avvolgerle. Incantarle. Inebriarle di ironia e sensualità. Mica roba facile. Ti devi impegnare. Ti devi dare. Perdutamente. Un anno un mese un ora, ma perdutamente...

Ma sei lì che mi guardi stranito, povero cucciolo, con gli occhi che luccicano che quasi implorano. Per favore, una donna anch’io, per pochi attimi. E allora. Come la preferisci lei? Bionda o mora?

Avanti costruiamo la scena.

Siete tornati al Convitto tu ed Acty. Stanchi e sporchi da una intera giornata. Acty si sdraia sul letto e manda sms, tu prendi l’asciugamano e vai alle docce. Le docce sono in comune maschi/femmine. Una doccia è occupata. La tenda è tirata, ma non del tutto.

Piccola, minuta, ben proporzionata. I capelli corti sulle spalle. Le caviglie sottili.

No sotto la doccia no che tutta quell’acqua non ti ha mai eccitato più di tanto, preferisci una stanza con la porta aperta che tutti possano entrare, con il pavimento polveroso e la muffa sui muri ma le lenzuola pulite, bianche. Immacolate. Iniziate piano, lenti, incerti. Ma ben presto il ritmo sale, si fa sostenuto, affannoso, spezzato. Non ci sono occhi in cui perdersi ma forme che si sciolgono le une dentro le altre. Fluide. Più prosaicamente “il letto cigola e contro il muro batte”, ma cosa importa ? Intorno scogli e rocce e sabbia nera e fiori di ghiaccio che sbocciano sul soffitto e gabbiani rossi e fucsia e arancioni che volteggiano impazziti ed eccitati. Gli orologi con le lancette arrotolate scandiscono un tempo che non c’è. Dura quanto deve durare. L’orgasmo sale dal basso e spazza via tutto quanto in un’esplosione di luce, riportandovi ansimanti alla stanza spoglia e bianca.

Lei che ti dice “non dirmi come ti chiami, non dirmi cosa fai ad Arezzo, non dirmi niente. Io questa sera parto. Non ci rivedremo più. Resta solo questo. Perfetto. Intoccabile.”
Tu che non rispondi nulla, ti alzi dal letto e vai via senza voltarti.

Va bene il quadretto? Sei soddisfatto? Bene.

Adesso torna al Main Stage a vedere i concerti e a fare la faccia di chi ne sa.

Che fatica.

Parcheggiate la macchina su un’Aiuola. Arrivate nella zona-mensa retropalco che sono le 22.30. La cucina chiudeva alle 22. Lo stomaco vi fa un rutto di biasimo. Maledizione, e adesso ? C’è poc’altro da fare se non ripiegare su alcuni salumi tagliati e offerti in Vip Lounge Zone e un paio di bicchieri di vino. Poca cosa che noi non siamo ingordi, nonostante la ‘fame atavica’ per far quello che gli piace usare le citazioni. E quindi, in questa che è a tutti gli effetti l’etno-world-soireè del Festival, finisce che vi perdete l’unica artista italiana, peraltro da molti elogiata, Cristina Donà. Non vi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di farvene una colpa. Che tanto la Donà ha già altri media e più blasonate casse di risonanza a disposizione che non il nostro giornaletto gratuito distribuito in 15mila copie (e 3000 download dal sito) e il nostro sitarello da più di 1 milione e mezzo di pageview al mese. E quindi.

Fuori dallo stadio hanno allestito uno schermo gigante su cui, alla fine dei concerti, proiettano cortometraggi italiani e cileni. Hanno denominato l’area CortoWave, la gestisce Cortoitaliacinema (www.cortoitaliacinema.com). La gente che esce dallo stadio si ferma, da un’occhiata, poi se ne va. Alcuni, più curiosi, si siedono sulla moquette azzurra che l’organizzazione ha steso davanti allo schermo. Lo stesso fate tu e Acty. Le immagini scorrono. Le pupille dilatate. La tua testa che fa la spola tra Arezzo Vaprio e Parigi. Un cortometraggio si chiude in dissolvenza su questa frase: “la mia vita assomiglia al mio corpo sott’acqua. Appena sopra per respirare”. E lo stesso fa per te questa giornata.

>> AREZZO WAVE 2003 - TERZA PARTE



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