AREZZO WAVE 2004 > Teoremitti - prima parte

20/07/2004 di



Intro
Al telefono Fiz ti dice perentorio “Prendi appunti” e non accetta le tue motivate perplessità. Andrai ad Arezzo martedì, con un giorno di anticipo sugli altri. Ventiquattro ore in cui tamponare l’assenza di Fiz. Sostituirlo, o almeno non farlo rimpiangere troppo. Fosse facile.

Tu non sei Fiz.

Anche solo per i capelli.

Salti avanti e indietro nel tempo.

E tutta la musica che hai ascoltato scrivendo.

Omogeneizzazione stilistica per qualcosa di ipotizzato a quattro mani, che poi, per dimensioni e struttura, si ridivide in due racconti paralleli, separati. Non sai bene. Dare autonomia a qualcosa che non ne ha, rincorrere uno stile che non ti appartiene, con esiti inevitabili? Scimmiottare maldestramente l’Originale?

In mezzo a mille perplessità, all’invito/incitamento/ordine “freestyle!” del Maestro finisci per rispondere mettendo in fila quanto segue. Che per mail comunque si ride, e ci si rivede tutti in Veneto tra un attimo.

Per quieta e naturale simmetria, se qualcuno tra i lettori ha voglia di scrivere, anche qui è facile trovare l’indirizzo mail, in alto. Il ringraziamento è anticipato, comunque.

“Ma questa impressione non ha ricevuto alcuna autenticazione,
e forse non l’avrà mai. O forse sì, ma in quel momento, e in quelli dopo,
non ci sarà la voglia di parlarne”

Avvicinamento, martedì 6 luglio
Un qualche problema in cabina di regia, e gli altoparlanti della stazione, in mezzo alla rovente estate della pianura padana, diffondono reiterati spezzoni di annunci standard montati a caso. Assolutamente irreale, straordinariamente comico. La realtà che supera la fantasia. Appunto.

Il treno è vuoto, all’inizio. Nessuno da cui rischi di sentirti chiedere “Vai anche tu ad Arezzo?”. Poi compajono due signorine e un installatore di condizionatori. I novanta minuti di dialoghi successivi meriterebbero forse più righe dei quattro giorni aretini. Spettacolari. Deprimenti. Una indecisa tra due uomini, l’altra eletta al ruolo di consigliere, il terzo a fare da consulente esterno con spiccata propensione all’analisi psicologica e alla verità rivelata. La protagonista dimostra 35 anni, ne dichiarerà 26. Si aggiusta il rossetto con il pennellino, guardandosi nello specchio sopra i seggiolini, almeno tre volte. Tu tieni gli occhi sul quaderno, sul libro o a guardare lontano, fuori dal finestrino, resistendo senza nessuna fatica ai continui e insistenti tentativi di includerti nel dibattito.

Libri pescati a caso, uscendo. Hai nella borsa due dei vecchi libricini Einaudi che uscivano con L’Unità, primi anni novanta. Le ristampe dei Centopagine, la collana curata da Calvino, con opere minori (e brevi) di autori famosi. “Reparto n. 6” di Cechov e “Due ussari” di Tolstoj. Cechov e Tolstoj. Aspetta Fiz domani, guarda cosa ha letto lui in viaggio e vediamo se cogli la differenza. Cazzo. Cechov. Ma ti sembra il caso?

Arezzo.

Stazione.

L’anno passato non c’eri, è un ritorno a distanza doppia rispetto al solito.

Anche se martedì è decisamente presto, scopri che da qualche parte sul treno stava annidata un po’ di fauna ‘da Wave’. Come sempre, massima prevedibilità nell’abbigliamento. Appartenenze evidenti. Minima sosta al gazebo informazioni, per chiedere conferma riguardo all’immutata collocazione del Media Center. La prima risposta è “Guarda, non so proprio dove sia”. Perfetto, per essere un punto informativo. La seconda è “Sì, e lì!”. Peccato che il Media Center riapra la mattina dopo alle 09.30. Vabbeh, è il primo giorno...

A piedi allo stadio, un po’ di nostalgie e ripetuti sorrisi, mentre i luoghi che attraversi si ripopolano di scene dagli anni passati. Parole, pranzi, baci, decompressioni, risate, soste, pompini, atmosfere alcooliche.

Ti ricordi Fiz che stramazza al suolo urlando “Siamo strafatti!” per salvare il cellulare che vola nel cielo scuro. Oppure quella volta che abbandona per terra, davanti allo stadio, la maglietta-regalo comprata da poco, dopo interminabili riflessioni. Eccetera. All’infinito.

Main Stage, martedì 6 luglio

Lo stadio è semideserto. Ma il pubblico arriva, molto più di quanto ti saresti aspettato. C’è un’aria splendida. Tante famiglie, tanti bambini, tanti ‘anziani’, pochissimi punkabbestia. Tanti suoni, discorsi, risate. Tanta luce. Tutti freschi e belli, senza tracce del disfacimento progressivo che non mancherà -come sempre- di dominare i giorni successivi, anche per quanto riguarda la fetta di pubblico meno estrema. Guardi volentieri chi hai intorno, mentre continui a camminare avanti e indietro.

Hai la maglietta dei Chumbawamba che riporta gli insulti ricevuti dal gruppo da parte di uno dei Prodigy, lezione di ironia con stile senza speranze di avere un seguito in un mondo -quello musical/artistico/discografico- strapieno di seriosa e altezzosa autostima. Tre ragazze al bar incantate dai tuoi capelli e, forse, dal tuo ordine ad alto tasso erotico (mezzo litro di acqua naturale). “Troppe per un uomo solo”. Aspetta gli altri, domani, dai.

Altri riti di seduzione. Sei seduto sullo zaino, al centro dello stadio, a scrivere. Irresistibile, evidentemente. Una ragazzina si avvicina e ti chiede una sigaretta. Trovi un buon sorriso e un bel tono per la risposta, ma non hai sigarette da offrirle. Due minuti dopo, torna alla carica: “Scusa... ma... posso chiederti una cosa? Ma scrivi... per lavoro oppure... cioè... per te?”. Spiegarle del racconto di Fiz e del fatto che lui arriverà domani è troppo complicato. Qualche scambio di frasi, poi due sue amiche, poco lontane, si alzano per andare a vedere le bancarelle. “Vengo anche io”, dice la terza. “Non lasciatemi da sola”, protesta lei. “Ma non sei sola...”, incitano le amichette. Sorridi. “Vai con loro, vai...”. Avrà quindici anni.

Niente Italia sul Main Stage, o almeno niente Italia dopo il tuo arrivo. Fernanda Porto, con il suo d’n’b suonato, regala un ottimo set. Deliziosa. Z-star è gradevole, i Chumbawamba sempre splendidi (anche se il pubblico non li interpreta/capisce come dovrebbe, a tratti in maniera imbarazzante), mentre il reggae di Luciano è evitabile. Navetta verso il centro, mentre aspetti che parta finisci Cechov. Agghiacciante, impietoso. Proprio non te lo ricordavi. Poi il convitto, e una lunga notte con pochissimo sonno, accompagnata nella prima parte dalle lontanissime note di Luciano che entrano agevolmente dalla finestra con vista sullo stadio.

Wakeup stage, mercoledì 7 luglio

Prima mattina al supermercato. Gli altoparlanti, sintonizzati sulle frequenze di una qualche Radio Merda locale, per un qualche improbabile motivo propongono un pezzo dal mix dei 2 many dj’s. Un raggio di luce, un attimo di speranza. Poi Antonacci riporta subito tutto alla normalità.

Colazione con pane e succo di frutta, che diventerà un classico nei giorni successivi. Due anni fa era puntualmente birra con biscotti al cioccolato. Qualcosa cambia. A volte.

Reparto 6 (Abruzzo). A parte l’inquietante (voluta o casuale?) omonimia con le tue letture del giorno prima, li ascolti senza vederli, nell’area intorno al palco. Non ti fanno correre per non perderli. “Evitabili”, ti conferma Luca, ritrovato in gradevole trio con Zorrro e Mattia.

Toxic Picnic (Liguria). E’ sempre Luca a commentare con un solo aggettivo: “Prescindibili”. La tentazione di passare a lui il taccuino e la responsabilità è non trascurabile. Sonic Youth tra i riferimenti, e a tratti si sente. Poi, poco dopo, è difficile trattenersi dal suggerire al gruppo di fare suonare nudo il batterista.

Bettypage (Piemonte). L’incipit è imbarazzante. Un pezzo degli Afterhours con la voce che si muove su linee più da Agnelli di quelle di Agnelli. I pezzi successivi non si discostano tanto. La perla è comunque una frase del cantante, rivolta al pubblico quietamente seduto sotto un sole impietoso (e un po’ si rimpiangono le collocazioni precedenti, ombreggiate, del palco mattutino): “Se qualcuno vuole alzarsi per *simulare ulteriormente* il concerto...”. E’ di nuovo Luca, sarcastico e di buonumore, a rispondere dal fondo: “Perché non lo simulate voi, il concerto?”. Tutta la platea si gira e ride.

I toscani Ceke vincono la misera gara della mattina. Trio strumentale, caratterizzato da un buon incedere, ne esce un live almeno a tratti gradevole e interessante. Niente di trascendentale, ma un lieve riallineamento al rialzo, come antipasto per quello che verrà.

Del taccuino riempito (fitto e male) che hai riportato a casa le tre pagine che preferisci sono quelle scritte da Fiz, quando -lasciato il suo al convitto- te lo ha chiesto in prestito. Si legge davvero poco, si può intuire quasi qualunque cosa. Un fascino notevole.

Dopo un po’ di attesa, gli One Dimensional Man. Su un palco che ha già offerto e continuerà ad offrire maldestri tentativi di imitazione (davvero non si contano i simil-ODM quest’anno), ecco serviti gli originali. A marcare le differenze. Al solito potenti, precisi e, dopo l’ultimo album, con una più spiccata componente ‘melodica’. Sole verticale, ma il pubblico si alza e migra verso il palco, verso questi atipici pifferai. Bravi, bravi. Solo qualcosa di strano: credi dovrebbero piacerti più ora, ma probabilmente ti scopri a rimpiangerli nei tour precedenti. Dettagli, comunque.

Media Center e buffet africano. Bellissima la ragazzina nera, ma non arriva a quattordici anni. Spettacolari gli involtini di carne, poi couscous e dolce al riso e latte. Il tutto accompagnato, come da tradizioni millenarie, da chianti (!). Qualcuno chiede al sorridente signore (senegalese?) che gestisce il tutto: "E questo riso freddo? Piatto tipicamente africano, eh?". L’altro, pronto e sornione: "No, questa e' l'intercultura...".

Psyco Stage, mercoledì 7 luglio

Appare Acty, in splendida forma. “Aò Teo! Ma com’è che qui sò tutte belle? E’ incredibbile...”. Parole rapide, tante, mentre sul palco suona The elephant man (Piemonte). Assolutamente da dimenticare. La scheda sul libretto -le ha scritte Acty, lo sai- li descriverebbe perfettamente, se solo allineasse al resto una conclusione impietosa sulla qualità degli esiti (“[...]. Purtroppo, il risultato è impresentabile”).

Hai tagliato tu i capelli ad Acty l’ultima volta. Quasi non ti ricordavi.

Ai Colya (Toscana) vi avvicinate con una certa attenzione, vista la buona pubblicità appena arrivata. Purtroppo i riferimenti ai Deus non vanno troppo oltre la presenza del violino più o meno effettato, e ne esce un ennesimo live insipido. La prima giornata degli ‘emergenti‘ finisce qui, del tutto deludente. Niente di nuovo, lo sai che per forza di cose ad Arezzo i gruppi davvero significativi sono rari come fragoline nel bosco. La nota inquietante è che, nell’edizione 2004 -sospendendo il giudizio sui gruppi che hanno suonato sabato pomeriggio e domenica, quando nessuno del trio di Rockit era più presente- non si sono trovate fragoline. Nemmeno con la consueta rara frequenza.

Word Stage, mercoledì 7 luglio

Con calma, vi spostate al Word Stage. Il posto è quieto e bello, sulle panchine con Acty le parole continuano, a rimettere in fila recenti passati, presenti e futuri. Poi quattro frasi con Fatur. Bizzarro ritrovarsi così lontano dalla solita Emilia. Proprio durante il breve dialogo arriva Fiz, sorridendo alla scena che si trova davanti: "Ollaaà!". Faccio le presentazioni -abbastanza comiche: "Fiz, Fatur. Fatur, Fiz"- i due si stringono la mano, Danilo guarda Fiz e chiede: "Deutschland?". No, Milano.

Segue il reading dedicato a Bukowski, a dieci anni dalla morte. Apre Christian Raimo, seguono Bebo Storti e Carlo Monni. A rompere il ritmo, la surreale performance di Fatur, come sempre sospeso tra Arte e Genio da una parte e Incredibili Stronzate dall’altra. In questa particolare occasione, diresti, con una certa deriva verso il secondo lato, ma il fatto che all’esito comunque non si possa essere indifferenti evidenzia il valore del personaggio. Il pubblico, numeroso, guarda e ascolta assolutamente muto, attento. Poi è subito ora di spostarsi verso lo stadio.

Main Stage, mercoledì 7 luglio

All’aperitivo-rock ti trattieni a lungo a parlare con Pierpaolo degli One Dimensional Man e Fiz. Perlopiù politica italiana. I destini e i leader della sinistra, Cofferati e Bologna e il resto. Ma molto meglio di quanto uno possa immaginare leggendo queste righe. Bello. Poi, con Dario, di donne. Più semplice.

Nell’area stampa, sotto, Mentre Fiz ritira il pass, ricompare Fatur -a sua volta in attesa delle attenzioni della gentilissima Silvia-, e questa volta il dialogo è lungo. E bellissimo. Retrospettive sui concerti degli ultimi anni (“Non mi posso compromettere la carriera! Tanto sono un fallito, però...”), aggiornamenti reciproci sul presente (e i lavori a termine, e le notti aretine, etc.), spettacolari anteprime live su un brano (caratterizzato da “un’atmosfera sempre un po’ gaja”) del nuovo disco, delle quali sei scherzosamente diffidato dello stesso Artista del Popolo a parlare (“Eh sì, certo, lo dico a voi che poi me lo sputtanate...”), contorno di foto insieme e cordiali arrivederci a suggellare il tutto. Fatur in concerto è una delle poche cose davvero emozionanti oggi in Italia. Fatur faccia a faccia è semplicemente incantevole. Non c’è bisogno che ti dica di ricordartelo.

Sul Main Stage è la serata italiana, prima delle due dedicate a Emergency. I bollettini post festival la incoroneranno poi come quella con la maggiore affluenza di pubblico. Non difficile da credere nemmeno a priori, visto il cartellone con un cocktail di nomi che già presi singolarmente riempiono le piazze.

I Meganoidi sono i Meganoidi, poi i Verdena sono i Verdena. I secondi li guardi dal retropalco, con il solito Fiz completamente incantato -come sempre- da Roberta. Per i Marlene Kuntz torni in platea, con gli altri e con una certa diffusa euforia alcoolica (prima birre, poi vini, poi altri vini, poi vodke al limone), che comunque travolge in maniera decisamente più significativa -e più vistosa- il maestro di sci di cui si legge altrove. I cultori -o anche solo gli esperti- dei Marlene parlano di quanto accade sul palco come di qualcosa di ottimo, che da tempo non capitava di vedere. Tu, ormai lontano da tempo dalla trajettorie del quartetto di Cuneo, ti fidi. “Il bello dei Marlene è che li può cantare pure Fiz che è stonato”, commenta Acty mentre, a sua volta, canta. Tu, silenziosamente, pensi che a tratti sembri più intonato Fiz che Godano.

I Casino Royale sono una ripartenza dopo secoli. “Ogni stop è solo un altro start”?. Il set, compatto e convinto, risulta anche convincente, mentre sull’enorme telo attraverso cui si vede il palco scorrono immagini e i dati impietosi di Emergency (e non è da tutti gestire con buoni risultati una situazione del genere). Sfilacciati anni fa -dopo due album belli- in un finale da dimenticare (da ‘CRX’ compreso, per quanto ti riguarda), Alioscia, Patrick e compagni tornano con le loro indubbie capacità e la forza di un progetto nuovo su fondamenta evidentemente non marce. Pezzi nuovi e pezzi vecchi mescolati, risalendo fino a ‘Dainamaita’, con un’ovvia selezione che sceglie puntualmente le tracce ‘con poco Giuliano’ -ma quando ci dovrebbe essere e sul palco le sue parti vengono sostituite da freestyle o altro non ti importa tanto, siete in tre vicini a cantare a voce spiegata il ritornello che non esce dalle casse, non ci sono problemi- e una bella dimostrazione di stile. Bravi.

Segue P.G.R., nella sua nuova incarnazione a tre teste (o a tre G.). Formazione cambiata per necessità (l’uscita di Magnelli e Ginevra), lasciate alle spalle (per la gioja -inutile nasconderlo- di gran parte del nojoso pubblico affezionato, poco incline alle novità) le sperimentazioni elettronico-etniche del primo album omonimo, Ferretti Canali Maroccolo confermano quanto hai visto due settimane prima alla Pietra di Bismantova e sparano un concerto intensissimo, che fa dimenticare -almeno per un attimo- le perplessità su una carriera autodefinita “troppo lunga” e su una produzione recente di certo eccessiva dal punto di vista quantitativo e non sempre all’altezza da quello qualitativo. Non importa. ‘Narko’$’, ‘Forma e sostanza’, ‘UDP’, ‘Casi difficili’, ‘Cavalli e cavalle’ sono una spanna sopra tutto il resto del Wave, e, piaccia o no, c’è la consapevolezza ribadita che Ferretti a mezzo servizio (e non sei per niente sicuro che sia questo il caso) valga comunque più di troppi altri. Intorno, il frequente -e gradito- ritorno di Canali al microfono, spesso il doppio basso e una sezione ritmica variegata e impeccabile. Con Fiz è un pezzo di passato conficcato in profondità, ritrovarlo in un presente così vivo legittima reciproci lunghi sorrisi felici.

Su Caparezza non hai nulla da dire. Ti basta il viaggio di ritorno verso il letto, con la testa incastrata tra le bocche dei due compagni che si confrontano in modo piuttosto acceso -almeno da uno dei due lati- sulla corretta valutazione del live a cui avete appena assistito insieme. Da una parte l’ortodossia hiphop con le sue questioni di stile e contenuti, profondamente infastidita dal set, dall’altra la proposta di una fruizione di livello differente, molto più tranquilla, semplice e meno pretenziosa. Attacchi, difese, contrattacchi, esempi e controesempi. Non se ne esce. La macchina intelligente parcheggia, e siamo al convitto. Di buffo c’è che probabilmente sei il solo in grado di salire (saltare) sul letto a castello in assenza di scaletta. Notte, zanzare, parole. Fiz inizia a non dormire, e questa è la sera del teatro di avanguardia: lenzuolo bianco avvolto stretto intorno al corpo, testi in tema, e via che si va.

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