Arezzo Wave 2005 - Venerdi 15 luglio

25/07/2005 di



VENERDI 15 luglio 2005
(mattina)

Colazione al bar del sosia di Thom York.

Le brioches sono pessime, il caffè sembra fatto con il fango. Ma cosa succede? La faccia terrea di Thom dice tutto: è il tempo che passa ragazzi, non ho più voglia, ce ne ho pieni i maroni di tutto, andate via, salvatevi voi che potete. Lasciatemi qui a preparare cappuccini a vecchi ricchi stranieri rincoglioniti e a fighetti stinti di periferia. Mammamia quel tristesse. Consumiamo velocemente, paghiamo e scappiamo fuori.

Ciao Thom, riprenditi eh.

È la prima ed ultima colazione che facciamo in questa edizione di Arezzo Wave.

Via al Wake Up Stage.

Di fronte, sul palco, gli Elton Junk fanno un qualcosa di confuso tra il punk e l’emo-core.

Sulla nostra sinistra miss Ungheria si toglie le scarpe, si annoda i capelli in una coda di cavallo e splende nella sua canottiera azzurra come una stella caduta in una notte d’agosto nel lago Balton. Sulla nostra destra tre ventenni accendono la prima delle cento canne della giornata, e si spengono poco a poco come candeline su una torta di compleanno dimenticata in cucina. Dal dietro lenti e assonati, come zombie ben curati, altre decine di giovani che a spizzichi e bocconi cominciano ad arrivare.

Noi, in mezzo, che scriviamo sui nostri quadernetti, attaccati ad una penna per giustificare la nostra presenza qui (e tutto quello che berremo e mangeremo gratis in questi giorni). I bravi impiegati dell’indie-rock, che si sono presentati addirittura in anticipo sui concerti della mattina. Le dieci meno dieci e anche qualche minuto di più. Che se il mattino ha l’oro in bocca, io mi sarei accontentato di un croissant come si deve, un succo di frutta, due occhi blu da guardare mentre imburrano il pane o versano il latte nel muesli. E invece… seduti su un prato a scrivere. In perfetto orario col resto del mondo produttivo occidentale moderno. Come re inkiostro Nick Cave che dichiara che gli ultimi due dischi li ha concepiti, scritti, realizzati nella regolarità di un ufficio, a orari fissi e timbrare il cartellino (e per quanto sono inutili e soporiferi non si fatica a credergli).

Sul palco gli Zonaloud (Abruzzo). E quando iniziano pensi di doverti subire l’ennesimo clone di Limp Bizkit e compagnia (a proposito, ma che fine hanno fatto?)… invece non sono male. “I testi mi sembrano giusto un po’ acerbi” dice Teo. Però spingono. Cantano in italiano provando ad essere credibili, il cantante ha una bella voce e gli altri tre dietro suonano con abbastanza variazioni da non annoiare troppo. Ricordano tanto i Linea 77 quanto alcune cose degli Assalti Frontali dei tempi di ‘Conflitto’ (1997).

Siete pronti? Avete come il sottoscritto pregiudizi insormontabili contro la musica metal? Preparatevi a rimangiarvi tutto e ad alzare le corna al cielo al primo riff di questi cinque metalozzi da cartolina che rispondono al nome di Rain! Da Bologna, selezionati dalla rivista Metal Hammer. Heavy metal come se fossimo ancora negli anni ’80 e gli Iron Maiden ci fanno una sega: chitarre a punta pantaloni di pelle capelli lunghi stempiature pose da guitar hero e calci nel vuoto. Tutto a fare da corredo a un sound 100% tamarro-ignorante e a una voce che quando sale in falsetto è disumana. Tengono il palco come le più consumate delle rockstars. Splendidi! Il pubblico si diverte e si lascia andare: braccia al cielo, urla, sorrisi e corna alzate. E via verso il finalone epico di uno dei live più belli di sempre ad Arezzo Wave. Nell’intervista successiva il cantante dirà “…è un fatto di passione e basta. Una cosa normale. C’è chi va la domenica allo stadio con gli amici e chi come noi si trova e suona la musica che gli piace”. Già, semplice. Come viaggiare sicuramente over 35 con l’età e divertirsi ancora come dei ragazzini quindicenni. Il mito italiano del sex&piadine&rock’n’roll è salvo.

I romani Cactus, selezionati da Rumore. Canonici nel suonare quell’indie punk’n’roll che piace tanto ai bloggers nostrani, ma troppo fighetti per essere dei grezzi rockers scascioni per davvero. Comunque bravi. Di demo così cominciano ad arrivarne a decine in redazione, segno che tutta la nuova scena trendy albionica (dai Bloc Party ai The Others) ha fatto breccia anche nei cuoricini provinciali delle ggiovani band della nostra bellitalia. Già, perché è il solito discorso, l’unica cosa che non va nella musica dei Cactus è il passaporto italiano che hanno in tasca i membri della band. Purtroppo il loro destino è già segnato in partenza, essere solo il succedaneo della periferia dell’Impero, per tanto bravi siano o possano diventarlo.

La dimostrazione si ha non più di cinque minuti dopo, con le Yumi Yumi, che solo perché sono 2 giapponesi la gente si alza e si assiepa sotto il palco (se venivano da Avellino non se li sarebbe inculati nessuno). Che differenza c’è tra queste due pirla nippon e il gruppo romano di prima? Queste hanno un orsacchiotto di peluche alla drum machine e delle tute da astronauta arancioni… solo, vengono dal. Ok ci siamo capiti. Sayonara.

Andiamo al Media Center.

Ci vediamo l’ultima parte della presentazione del libro di Luca De Gennaro “E tutto il mondi fuori”. Racconto in prima persona del vissuto/subito dal protagonista come dj d’apertura nell’ultimo tour di Vasco. Un’esperienza al limite del mistico a pensarci, ben più prosaica nella realtà. Atmosfera rilassata e cordiale, un bel po’ di aneddoti divertenti. Tra cui un concerto a Firenze come essere in un’arena da gladiatori. Si sorride volentieri.

E poi tutti a mangiare.

Buffet senegalese.

A proposito di sorrisi, il ristoratore ha il sorriso più largo e bianco del pianeta Terra mentre spiega la preparazione dei vari piatti e dice “mangiate mangiate buon appetito!”. L’aiuta la figlia, sicura futura miss Senegal 2007-2008-2009. E’ così bella che anche i giornalisti riempiono e vuotano piatti su piatti con devozione.

VENERDI 15 luglio 2005
(pomeriggio)

Il Bruce Springsteen sardo ha nome Switch Over & Lafayette. Bandiera con la testa dei 4 mori stesa sotto il palco, chitarra a tracolla e voce ruvida ruvida che suona giusto un po’ costruita e ti fa sperare in abbondanti dosi di propoli post esibizione (lo pensi per il suo bene eh). Una batteria accompagna/sostiene. Le canzoni si susseguono assomigliandosi un po’ tutte. C’è posto anche per “la ragazza che abita a Londra e ha deciso di non vivere con me”… e giù parole tristissime. Che brutta bestia l’amore. So che non c’entra molto e non so nemmeno perché mi viene in mente e so che certe cose non dovrei dirle però… il pensiero è che Alberto Motta è molto più bravo.

Tra il pubblico, Micky dei Serif’s che gira coi promo del loro nuovo disco cercando qualcuno che potrebbe essere in qualche modo interessato (discografici fatevi sotto che quei pazzi lodigiani stra-meritano!). In quel momento passa Bruno Dorella, cioè la versione punkabbestia di Acty, “Danne una copia anche a lui “- consiglio – “se non per Bar La Muerte almeno per uno dei suoi centomila progetti paralleli, e poi Bruno conosce tutti quindi perché no? Si sa mai…”. Che la musica bella bisogna farla circolare, nessuna pregiudiziale o riverenza di sorta da parte di nessuno no? Dai !

E allora ecco Bruno sul palco insieme a Gianmaria dei furono Madrigali Magri per il loro nuovo progetto, i Bachi da pietra, portati ad Arezzo Wave dalla culla dell’intransighenzia Blow Up (si scherza, su). Il loro è un lavoro per sottrazione, come scrivono tutti, a colpo d’occhio a partire già dalla batteria… Essenziali e Scarni (scarnificati). Linee di basso minimali, distorsioni, parole sussurrate o urlate. Altalena emotiva. Convincono e ipnotizzano. L’intero parterre è raccolto in un soffio. E non è ne l’alcol ne il fumo.

Ctlab. Raggae-dub from Sicily. Rastamanna…. e giù contro la guerra sì alla maria etc etc… con tanto di corista sannremese, elettronica quanto basta e fiati d’ordinanza. Un po’ almamegrettano, un po’ 24graneggiano, insomma fanno la classica “musica del sud contaminata”. Che non vuol dire più niente e forse non ha mai voluto dire niente visto che la contaminazione è alla base di qualsiasi musica. Nord sud ovest est che sia, il meticciato può esserci anche tra tradizione bretone e tradizione lituana, senza passare dalle tarantelle e/o altre amenità freakettone. Quando poi nell’ultimo pezzo compare pure un bongo… lì non reggi più, chiudi il quadernetto e ti alzi per andare al backstage a prendere qualcosa da bere. No ragazzi non ci siamo. Lodevoli intenzioni e tutto quanto ma la matrice è sempre quella stile funky cover band. Perché volete far credere che la Sicilia è solo un enorme villaggio vacanze?

Tra il pubblico, con una canottiera gialla, c’è la sorellina piccola di Malaria Brando. Ovviamente non è lei, visto che Malaria Brando non ha sorelle, ma la somiglianza è così sorprendente che non posso fare a meno di fissarla come un idiota. Contemporaneamente i miei occhi setacciano l’intorno, si sa mai ci sia anche il fratello giovane di Vincent Gomma nei paraggi, magari vestito come un Elvis di provincia, i capelli a banana e le scarpe di leopardo. Sarebbe bello pensare che la storia possa in qualche modo continuare no? Ma, come sapete già da voi, la storia non continua e non va in nessuna direzione sensata. E allora vi racconto dell’ultima volta che Vincent Gomma e Malaria Brando si sono incontrati. È successo non molto tempo fa, a un concerto rigidamente alternativo come direbbe qualcuno, dopo praticamente 3 anni esatti dall’ultima volta che si erano visti/parlati/salutati e… è buffo… in effetti non c’è moltissimo da dire, che è stato più un non-detto, un avrebbe potuto, uno schermarsi dietro al nulla e al muro invisibile che si è costruito nel tempo per evitare qualsiasi forma di interazione, come se la sostanza di cui sono fatti Vincent e Malaria al contatto della luce del sole del mondo reale avesse potuto prendere fuoco all’istante. E incenerire tutto l’universo (parallelo). Sono rimasti così allora, Vincent e Malaria, quella sera, a distanza di sguardo, nessuna parola, nessun cenno di saluto, solo occhi, increduli, commossi, glaciali, confusi. A misurare mentalmente il tempo i segni del tempo la distanza effettiva le strade percorse le voglie risolte altrove i talenti che iniziano a manifestarsi sempre meno contenibili l’oblio che non esiste la casualità che non esiste. E la volete sapere la cosa che ha mandato un po’ in tilt Vincent nelle settimane seguenti? Questa: lui era vestito nell’esatto identico modo del giorno del loro ultimo incontro 3 anni prima. Ma identico. Stessi jeans stessa camicia stesse scarpe. Cosa vuol dire non lo so, ma qualcosa vorrà dire per forza no?

Non necessariamente… Già, avete ragione. Che bei lettori pragmatici, son proprio soddisfazioni…

Continuiamo allora. Stavamo dicendo?

Ah sì, Arezzo Wave Psycho stage.

Ultima band della giornata. Giorgio Canali (e i suoi Rossofuoco). Una band che sembra uscita da un fumetto. Una bassista francesi d’altri tempi, un chitarrista con un’improbabile casco di capelli rossi, un batterista che non è un batterista ma una macchina. E poi lui, Giorgio. Disilluso, caustico, anche divertito dalla situazione. Svagato quasi, nel non intonare un pezzo come si deve, nel non sapere mettere in fila una scaletta come si deve in cui sono troppi i pezzi bellissimi lasciati fuori (da ognuno dei suoi 3 album) al posto di altri che vabbè, belli per carità, ma non il meglio del repertorio (volevamo “Coule la vie”, “La démarche des crabes” e “Guantanamo”!). La cosa comunque stupenda di Canali è che ha 40 anni e per grinta ed energia spacca il culo a tutti i 20enni che han suonato finora. Oltre ad avere una lucidità e un livello di scrittura altissimo (personalmente, uno dei migliori d’Italia). “Abrasivo” è una parola che mi viene in mente. E, non si direbbe mai ma con i duri è sempre così, dolcissimo: “Sarà che basta crederci e poi va tutto meglio / sarà che preoccuparsi troppo è sempre un grosso sbaglio / sarà che forse sono daltonico, / ma devo dire che questo cielo, / invece di essere sembre più blu, / a me sembra sempre più nero / sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco / hanno sempre un incubo nel cassetto / sarà che, in fondo, dentro questa nebbia ci sto bene / sarà che questo pessimismo, troppo spesso, mi conviene (…) sarà che se canti la vie en rose / io ci vedo la mort en noir”

VENERDI 15 luglio 2005
(sera)

Come avrete notato quest’anno Acty ha deciso di non venire ad Arezzo, la motivazione ufficiale gira attorno a dei fantomatici impegni di lavoro. Ma non ci crede nessuno. Au contrair, io un sospetto ce l’avrei, ma spero con tutto il cuore non sia quello perché se no siamo d’accapo. Bene. Il suo postoletto-pass-etc l’abbiamo girato a Bjorn Andersenn. Che non è il nipote dello scrittore di fiabe danese, ne uno sciatore professionista svedese, ne un pescatore di balene finlandese. Bensì un vichingo-indie-rocker norvegese compagno di sbronze in quel di Milano, tastierista in un paio di gruppi, informatico di professione e latin lover a corrente e fortuna alternata. Bjorn in norvesege vuol dire “orso” e se lo vedi pensi a un orsetto di peluche di 1 metro e 80… Una delle tante particolarità di Bjorn, oltre al fatto che si mette delle cinture assurde che non sai se invidiarle o vergognartene, ma è la moda del vero indie-kidz europeo dice lui. Sarà… Dicevo: una delle tante particolarità di Bjorn, oltre ad averci insegnato un paio delle pochissime parolacce che esistono in norvegese (che noi ovviamente ripetiamo in continuazione, a proposito: siete tutti degli hestkuk), è che se lo incontri in giro, lui ha sempre una bottiglia di whiskey nella borsa. Come un bravo viveur risparmiatore si tiene la sua scorta di benzina che non vorrai mica restare a secco nel bel mezzo della notte scusa...

Per restare in tema, un po’ mi sento Lemmy dei Motorhead a scriverlo, però Whiskey&Coca sarà la mia bevanda ufficiale dall’arrivo di Bjorn in poi nei restanti due giorni aretini. Eh oh, quando non ci sono sponsor validi come l’anno scorso (Smirnoff) e quando un sorso di birra sembra un sorso di sabbia, è il momento di passare ad altro. Si fa quel che si può no?

Un simpatico momento di cabaret interculturale prima di lasciare lo Stadio in direzione Centro Affari (Elettrowave): nel backstage, svuotando alcune bottiglie di bianco trafugate da cartoni nascosti non troppo bene, l’aggiusta-chitarre dei The Kills mi dice queste esatte parole: “fottuto mangiarane francese”. Daaaai ma si può? Troppo bello per essere per vero. Non potevo non dirvelo

La nottata ad Elettrowave è lunga colorata e sudata. La moquette azzurra attutisce gli spigoli e obbliga al buonumore, le C**a-Cole-Addicted fanno il resto. C’è un momento in cui mi accorgo che sto camminando come se fossi su un tapis roulant: rido. Il momento dopo sono in un harem circondato da ragazze bellissime tutte in uniforme nazista e la cosa mi provoca un’erezione istantanea e difficile da nascondere. Teo ha ballato in quel modo in cui balla lui (e solo lui) e poi si è addormentato contro il muro della sala denominata Cabaret Electronique. Bjorn ha resistito un’oretta in più poi lo ha raggiunto. Io continuo a seguire le onde multicolor della musica che rimbalza da una sala all’altra. James Murphy si succede a uno dei 2 Many Dj’s senza soluzione di continuità, l’atmosfera è alle stelle - l’illusione delle chicche di arrivare in verticale come un dio - Sto bene. Mi sorprende il distacco con cui lascio passare fotomodelle sorridenti senza colpo ferire. Le mie gambe reggono benissimo, il fegato non si lamenta, i polmoni sono a tempo con il respiro dell’Elettrowave. Non c’è un ritmo che il mio corpo non sembri disposto a seguire. Semplicemente “sono”. Così, fino alla fine della notte.

Per rientrare ad Arezzo facciamo l’autostop su un’aiuola spartitraffico. È l’alba. L’asfalto è rosa, il cielo argento.

"Ci sentivamo figure alla deriva, come stelle cadenti in vecchi libri d'avventure a fumetti. Pensavo che i testi scientifici non rivelano mai quanto il corpo aneli a una sensazione di casualità e cambiamento perpetuo, qualcosa di al di fuori di un regolare fluire tranquillo: la strada, il lavoro di routine, le notti insonni su umidi materassi solitari." (David Wojnarowicz, da "Hotel Waterfront")

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Venerdi 15 luglio

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