28/07/2002 di



01.

Parigi. Al binario 5 di Gare du Montparnasse sono le 19:05 quando si chiudono le porte e il TGV per Rennes parte.

Lo guardo andare via, ma non solo, diciamo che resto poi a fissare il punto dov’è scomparso all’orizzonte per almeno mezz’ora - nel frattempo parte un altro treno diretto chissà dove. Di certo alcune mamme avranno salutato i loro figli, coppie si saranno scambiate baci e lacrime e promesse, pendolari avranno lasciato al vento forfora e malumori di secondascelta - Non mi accorgo di niente. Mezz’ora. Sul binario 5 di Gare du Montparnasse con lo sguardo fisso all’orizzonte. Dopodiché mi volto e mi incammino verso la metropolitana. In assoluto stato di trance.

Circa 3 ore più tardi, al binario B di Gare du Bercy, si ripete la stessa scena: si chiudono le porte e un TGV parte. Solo che questa volta è il TGV per Milano, con me sopra, a lasciare la stazione. Lo stato di trance del sottoscritto è il medesimo, la prospettiva dell’andare/restare ribaltata: Parigi resta dov’è, lo sguardo rivolto all’orizzonte, ma molto più in là di un TGV per Milano. Come descriverlo? Lei è così.

“ J'ai senti un peu de tristesse dans ta voix
le bonheur de savoir que tu es avec moi
ne te remplace pas
il y a toujours ce manque
c'est le plus dure”

Vi ho un po’ commosso?

Passa una notte tra puzza di piedi e russare e loschi figuri senza passaporto sbattuti giù dal treno alla frontiera e catarro di vecchio e lacrime che non si vedono e sveglie che suonano e .

Passa una notte a leggere ‘Tropico del Capricorno’ di Henry Miller.

Passa una notte di pensieri che non si slegano, di ricordi appena incartati e messi via in dispensa, conserve di marmellata e baci e poesia per resistere al gelo dell’inverno che prima o poi verrà a bussare alle finestre del nostro entusiasmo, con la faccia stanca e il cappotto logoro, chiedendo d’entrare, giusto un paio di giorni, solo il tempo di un caffè, che fare ? ma sì, anche se poi non se ne vorrà più andare, “non do fastidio” e poco alla volta pretenderà di portarsi via tutta quanta la nostra estate. Ma noi sappiamo e quindi resisteremo, sarà il nostro autunno di fuoco, a far le barricate alla stanchezza e alla noia. Un appunto mentale, prima di abbandonarsi al sonno: mettiamo via munizioni e provviste. Serviranno.

Quando il treno arriva in Stazione Centrale a Milano sono quasi le 9 di mercoledì mattina, ho dormito poco e male. Ci si accorge subito di come tutto è esattamente identico a come l’avevi lasciato: il vuoto pneumatico pressoché compatto, la Nevrosi come una spina elettrica di benvenuto che l’uomo invisibile si appresta subito a infilarti nel culo in modo che tu non possa sfuggire. E sei di nuovo connesso, altro che fibre ottiche. Milano è un grande quanto insignificante e svalvolato organismo biomeccanico di cui i clacson in strada tengono malamente il tempo.

Giusto il caldo sfuoca un po’ i contorni dell’ingranaggio.

Dov’è il cielo azzurro di Parigi?

Avanti, non c’è tempo per nostalgie da ricchi. C’è un lavoro da fare (o una missione da compiere, è uguale)
La 60: via Vitruvio, via Plinio, *, corso 22 Marzo, piazza 5 Giornate, corso di Porta Vittoria. Scendere. Il portone di legno marrone, la vetrata liberty, il cortile ‘sbaraccato’ e i panni stesi che ogni volta mi sembra d’essere ritornato a Madrid, 6 rampe di scale senza ascensore. Due giri nella serratura di mezzo e uno in quella superiore. Nessuno nell’appart, coinquilini tutti al lavoro. Via le infradito, via i pantaloni, via le mutande, via la maglietta. Acqua ghiacciata a rinfrescare collo e palle e ascelle, una tazza di the bollente a bruciare il palato, spremuta d’arancia da frigorifero, con questa camicia si suda, aprire le finestre, caldo/freddo senza soluzione di continuità, svuotare la borsa, riempire lo zaino con i pochi indumenti puliti, certo però questa maglietta proprio non si abbina alle calze, meglio lasciarla a casa, piuttosto quella felpa nera che di notte alla Love Zone fa freddo, un rapido conto dei soldi: la bellezza di 52.35 euro, comprese le monetine da 1 centesimo, troppo dentifricio in bocca, sputare, cambiare le scarpe, il rasoio non lo porto, meglio una biro nera in più che una parola (bella) scritta in meno, dovrebbe esserci tutto, zaino in spalla, non pesa nemmeno tanto, e allora usciamo ma prima un’occhiata allo specchio
…per fortuna la vanità dell’occhiata allo specchio in corridoio…
Cazzo !

Stavo dimenticando di cambiare la Maschera. Tutta ‘sta fretta per poi dimenticarsi di cambiare la Maschera.

Pirandello non me l’avrebbe mai perdonata.

Ritorno in camera, comodino di fianco al letto, apro il primo cassetto, non c’è, apro il secondo cassetto, non c’è, apro il terzo cassetto, non c’è. Ma dove cristo l’ho messa? Apro l’armadio, sposto un paio di slip melange, un maglione verde militare macchiato, un gilet bordeaux, eccola ! Proprio sotto la maglietta dei Misfits: La Maschera di Fiz Inviato Speciale Ad ArezzoWave. Me la rigiro sorridente tra le mani. Un po’ di polvere ma sempre ben conservata, d’altronde durante l’anno qualche giro all’aria aperta glielo faccio sempre fare. Un concerto, un’uscita galante, una sbronza. Ce l’ho d’abitudine: le Maschere non devono mai stare troppo senza il contatto con l’aria, altrimenti alla prima occasione si sgretolano. E’ una cosa che so per certo perché l’ho sperimentato sulla mia pelle.

In corridoio, davanti allo specchio allora. Sfilo la maschera che indosso e metto Fiz Inviato Speciale Ad ArezzoWave, un’unica nota peraltro marginale: mi sta un po’ larga, evidentemente sono davvero dimagrito tantissimo nell’ultimo periodo. Ma non è nulla, bastano alcuni minuti d’adattamento, premere leggermente coi polpastrelli, un po’ di sapone e voilà. Perfetta! Davvero il teatro magico non è mai per tutti?

Si (ri)parte.

Milano. Stazione Centrale. Intercity delle 11:20 arrivo previsto per Arezzo 15:29.

Il viaggio è interminabile. 4 ore come 4 giorni di pioggia passati in casa con 4 linee di febbre.

Guardo fuori dai finestrini e Parigi è a ogni binario più lontana.

Tutto è così pesante. L’aria così ferma. La domanda arriva perentoria e si fissa al centro del cranio molto prima di quanto m’aspettassi: Perché sono tornato ?

“e così continuava, un giorno dopo l’altro, e senza ragione, tranne che tutto il paese era storto, e quel che racconto io succedeva dappertutto, su scala maggiore o minore, ma la stessa cosa dappertutto, perché era tutto un caos, e tutto senza senso” (H. Miller - Tropico del Capricorno)

Una sigaretta per favore. Grazie.

Il sonno sarebbe come sempre l’antidoto migliore, ma evidentemente in questo momento non sono abbastanza ricco per potermelo permettere. Continuo a leggere:
“… gli uomini sono poveri dappertutto - lo sono sempre stati e lo saranno sempre. E sotto la terribile miseria c’è una fiamma, di solito così bassa che quasi non si vede. Ma c’è e se hai il coraggio di soffiarci sopra divampa”.

E allora
Il sole è alto in cielo. Non siamo soli.

Un giro di ruota
Allez ! Porcaputtana! Allez !

E allora
“Arezzo, stazione di Arezzo”, si scende dal treno e sono un po’ emozionato, non ho problemi ad ammetterlo, perché anche quest’anno vaccaeva alla fine eccoci qui, nonostante tutto, a guardarsi intorno: altri ragazzi come me che sono scesi dal treno, quanto sono giovani alcuni, quanto vecchi altri, le facce che hanno, gli zaini e le tende, cercare la speranza nei loro occhi, trovarci anche molte (mancate) prospettive, Non basta, affina lo sguardo: quanto goffi e inadeguati alcuni, quanto elastici e violenti altri. Ancora: assolutamente senza spinta, ripetitivi, poco originali, riciclatori di sogni scaduti quanto folli e vibranti e pazzi e disperati. Nessun senso di contraddizione. Va bene. Alzare gli occhi al cielo, senza tirare in ballo dio o gli angeli, guardare il sole. La verità, nient’altro che la verità: hai paura? Un po’. Se dovessi scoprire guardandomi a quello ‘specchio di aria e luce’ che è Arezzowave, di non avere più le parole per raccontarmi ?

“tu ne dois pas avoir peur pour l'article du festival
écris les choses simplement
comme elles te viennent
et sincèrement
il n'ya que cette recette que je connaisse
et en plus elle marche!!!!”

E allora
Il sole che brucia in cielo e accende i colori è il miglior riflettore che questo pazzo circo potesse sperare per iniziare lo show. Fin troppo retorico ma può andare. Tanto ormai non c’è più tempo per stare a rifinire o ripassare la parte.

È il momento di andare in scena.

Si, ci siamo. Un respiro profondo. Un sorriso.

Si va ad incominciare, questa volta per davvero:

Fiz, Arezzo Wave Love Festival 2002 :
Let’s talk about Good Vibrations

Musica maestro.

>> 02. <<



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