Africa Unite - Babylonia - Biella Live report, 31/12/2001

15/01/2002 di



Quando si dice un Capodanno reggae. Quando lo si dice, e lo si fa, non c’è nulla di meglio – almeno in Italia – che gli Africa Unite. E se questi ultimi rievocano l’acre candore di quel Bob Marley che tutt’oggi riesce ad emozionare e cambiare la vita di tante persone, allora il concerto può diventare un evento. E anche se non lo diventa, almeno ci prova: mica come quei concertini che, nonostante le attrezzature, i palchi, i vestiti, le paillettes e le urla partono perdenti in partenza. Ma non teneri perdenti: perdenti pessimi, quelli che la musica non sanno cosa sia. Ed è una cosa grave, nonostante tutto il chiacchiericcio odioso che attornia questa questione.

Si parte con un intro strumentale dal sapore vagamente psico-blues, che precede l’entrata di Bunna (e dei suoi lunghi dreadlocks) e di “Lively”. E il capo comincia ad ondulare assieme al volto del vocalist, che con il suo movimento lentamente etereo diffonde un po’ di magia sul pubblico. E così per tutta la prima parte del concerto, dedicata interamente al più grande ‘rastautore’ di tutti i tempi, con gli apici di intensità in “Jammin'” e “Get up stand up” – che scatenano un pubblico non proprio numeroso, ma affezionato, visto anche l’alto costo del biglietto – e nella magnifica “Concrete jungle”, per poi concludere con “War”, non una canzone a caso.

Quindi il combo rientra nel backstage, per poi rioccupare il palco. E fin qui nulla di strano. Ma dove sta, allora, la stranezza? Forse non c’è, e allora, purtroppo, viene a cadere l’artificio letterario. Peccato.

Ma la seconda parte invece, c’è stata. Seguendo infatti il concept di questo lungo tour che ha portato gli Africa in giro per tutta Italia per la promozione di “20” (l’album tributo a Marley), la seconda parte del concerto è dedicata alle proprie canzoni. Canzoni che hanno portato al successo i Nostri in tutto il Bel Paese, con il loro reggae venato di elettronica, dotato di parole italiane e squisitamente melodico.

Un bel concerto, dunque, ma non un evento. È mancato quel ‘quid’ che avrebbe reso attonite le pareti, quel ‘quid’ che avrebbe alchemizzato l’adrenalina in un vortice assetato di contatto, quel ‘quid’ che avrebbe reso una serata magica in un avvenimento da porre nei primi posti dei capodanni trascorsi.

Ma d’altronde non si può avere tutto dalla vita – questo non ve lo vengo a dire io – ma un Capodanno così è comunque una parte importante di quel tutto. E non è mica male come situazione.



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