Analisi del testo: Giovanni Succi dei Bachi da Pietra ci spiega “Come mi vuoi?” di Paolo Conte

02/09/2015 di Giovanni Succi

Molti autori hanno il merito di aver scritto almeno un paio di capolavori nel genere, ciascuno a modo proprio. Tuttavia la mia reazione a pelle al concetto di canzone d’amore italiana resta quella di un avvocato di Asti:

“Le frasi dell’amore sempre uguali / le stesse ormai per tutti / questa stanza si è annoiata” 
 (Paso Double, 1987)

Stando al repertorio di Paolo Conte trovo almeno una ventina di mie candidate, per cui sull’autore non ho dubbi. Eleggo “Come mi vuoi?” (1984) soffrendo per le escluse. Ne ho pubblicata una mia rilettura in “Lampi per macachi” (LP Wallace Rec. 2014), con Francesca Amati alla voce, Glauco Salvo al banjo e Mattia Boscolo alla batteria.

Possiede tutti i requisiti del mio modello di stile. Ne esistono diverse versioni, delle quali mi convincono meno alcuni arrangiamenti fioriti. Ma la sostanza è un capolavoro di sintesi e intensità che affonda come una lama di Hattori Hanzo nel ventre di burro di un impiegato del catasto.



Parole e musica. Li riporto per comodità come segue, con accordi semplificati per chitarra.

Mib7 / Sib7 / Fa7 / Sib / Do- / Re7 / Sol-

1. Come mi vuoi...
2. Cosa mi dai,
3. Dove mi porti tu?

4. Mi piacerai...
5. Mi capirai...
6. Sai come prendermi?

Mib7 / Sib7 / Fa7 / Sib // Do- / Re7 / Sol-
Mib / Fa / Sol- / Sol7 // Mib / Fa / Sib // Mib / Fa / Sol- / Sol7 

Mib7 / Re7 / Sol- / Fa // Mib7 / Fa7 / Sib

7. Dammi un sandwich e un po’ d’indecenza
8. e una musica turca anche lei,
9. metti forte che riempia la stanza
10. d’incantesimi, spari e petardi,

   1. Ehi, come mi vuoi?

11. ...Che si senta anche il pullman perduto
12. una volta, lontano da qui
13. e l’odore di spezie che ha il buio
14. con quei due dentro il buio abbracciati...

   1. Ehi, come mi vuoi?

Struttura e metrica. Un mondo in 14 versi, se si escludono le due ricorrenze del titolo preceduto dall’interiezione (“ehi”) che funge da ritornello. Quasi un sonetto rovesciato di metrica libera (che non significa casuale) dal ritmo costante. I primi sei versi sono quadrisillabi, gli altri sono decasillabi con la sola eccezione di un novenario (v.12). Due sole rime (“piace-rai / capi-rai"; “indece-nza / sta-nza”), una sola parola doppia oltre al titolo (“buio” v.13 e v.14); assonanze. Totale assenza dei cliché amore e cuore e diecimila punti di bonus sul mio flipper.

Contenuto. Abbiamo una coppia, forse estranei o forse amanti recidivi, in una stanza; l’incontro ha il sapore della fuga, dell’azzardo, di “indecenza” in arrivo dopo un panino, ...nemmeno una cena. La parola “musica” (vero soggetto del brano?) irrompe al v.8 ed è motore di tutto, generando il seguito. La musica ci stordirà, evocherà il passato, ci riporterà al presente. Attenzione, non la musica della canzone stessa (che resta sommessa e discreta, quasi tappezzeria), ma quella “musica turca” (la canzone dentro la canzone) che possiamo immaginare che i due ascolteranno. La sequenza si chiude con un abbraccio, ma niente di casto. L’andamento narrativo è prodotto da una sola gittata logica eppure ha la leggerezza e l’apertura di un pensiero o di un sogno.



Attacca così, con sei domande da un milione di dollari.

1. Come mi vuoi.
2. Cosa mi dai.
3. Dove mi porti tu.


Non sappiamo se dette o pensate; nemmeno a chi dei due appartengano. La canzone può essere interpretata da voce maschile o femminile senza cambiare di una virgola il testo. Nella mia visione appartengono ad entrambi (infatti nelle mia versione le due voci coesistono dall’inizio alla fine). Conte lascia come sempre moltissimo spazio all’ascoltatore fornendo detonatori di immaginazione molto potenti. A ben guardare non è specificato nemmeno se siano un lui e una lei: ciascuno potrà immaginarsi la coppia che preferisce. In ogni caso è l’amore messo a nudo nella sua essenza profondamente egoistica. Come vuoi che io sia per essere amato? Quanto me ne verrà in cambio? Ma soprattutto: ...e poi? Quale prospettiva?

4. Mi piacerai?
5. Mi capirai?
6. Sai come prendermi?


Questo teatro varrà la pena? Capire è una parola grossa, dal latino càpere, cioè prendere. E dopo il v.5 proprio lì va a parare l’ultima domanda, che cambia marcia, dal futuro ipotetico torna al presente e apre una sfida. Da saprai comprendermi a “sai come prendermi”. Ma il silenzio è troppo denso adesso, va sciolto aprendo le danze.

7. Dammi un sandwich e un po’ d’indecenza

Slogan assoluto. Chi dei due chiede un panino al volo, con un inglesismo per darsi un tono? La vita è un morso. Una cosa veloce, di contrabbando, un appetito carnale di belle indecenze fino a quell’istante soltanto immaginate. Ora è tempo di mordere. Serve una musica folle.

8. e una musica turca anche lei

Anche qui ognuno è lasciato libero di immaginarsi la propria, sparata a palla e che prometta cose turche anch’essa. Quelle per le quali siamo qui in questa stanza. È tempo di illudersi. Le domande iniziali erano così pesanti da dover esser lasciate lì, sulla porta, per forza. Non più riprese nell’arco di tutto il pezzo (chiunque altro ne avrebbe fatto un ritornello).

9. metti forte che riempia la stanza

Pump up the volume. La musica che chiedono sarà il centro di tutto. Riempire la stanza di suoni per svuotarla di questioni: in Conte i pieni e i vuoti sono sempre perfettamente calibrati nel testo. Musica e azione.

10. d’incantesimi, spari e petardi

Il climax discendente di questa triade vale da solo il prezzo del biglietto: passeremo dal fiabesco (“inacantesimi”), al poliziesco (“spari”), alla farsa (“...petardi”, grado zero dei fuochi d’artificio) in tre mosse. È la parabola discendente di molte storie d’amore in un verso di dieci sillabe. Quei due ne sono consci? Magie da quattro soldi, ma ce le faremo bastare, siamo qui per non pensare. E invece...

11. Che si senta anche il pullman perduto

E invece ci portiamo addosso tutto, anche quello che è andato storto. A Conte basta “un pullman perduto”, non si sa da chi, dove, come, quando, perché. Una musica, un ricordo ed ecco si apre un mondo alle spalle di quei due. Un pullman: l’autobus di linea, il più umile mezzo di trasporto della provincia. In quel “perduto” e non banalmente “perso”, risuona qualcosa di conscio e di esistenziale. Occasioni mancate per sempre. Non sappiamo da chi. Da me e da te, probabilmente.

12. una volta, lontano da qui

Flashback. Il passato è racchiuso nei versi 11 e 12 e quest’ultimo ne racchiude gli elementi narrativi essenziali condensati in nove sillabe: “una volta” (C’era una volta, molto lontano...); “lontano”: termine e concetto chiave assai ricorrenti in Conte, fulcro immaginario di tutto il suo repertorio di esotismi e di vie di fuga. Infine “da qui”, che ci riporta al presente, nella stanza, dopo il flashback, al piano sequenza ininterrotto fino al v.11, che ora riprende.

13. e l’odore di spezie che ha il buio

Il buio e la luce in Conte hanno sempre odori e sapori (confondere i sensi è una delle lezioni poetiche del Novecento), ma qui la sinestesia è tripla: ...metti forte che si senta (udito) l’odore di spezie (olfatto) che ha il buio (vista). Da brividi. Da manuale di antologia. E dentro la bolla odorosa del buio, il contenuto sono loro.

14. con quei due dentro il buio abbracciati

Nient’altro da aggiungere. Lasciamoli fare.

Giovanni Succi è un cantautore astigiano. Dopo i Madrigali Magri, il suo primo gruppo con cui ha inciso quattro dischi, ha formato insieme a Bruno Dorella i Bachi da Pietra e, a fine mese, pubblicherà il nuovo album “Necroide”. Due anni fa ha collaborato al progetto La Morte con Riccardo Gamondi e agli Spam & Sound Ensemble insieme a Ivan Rossi, mentre l'anno scorso ha pubblicato "Lampi per macachi", il suo personale tributo a Paolo Conte.

Tag: analisi del testo

Pagine: Paolo Conte Bachi da pietra Giovanni Succi

Commenti (3)

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  • Peter Gilmour 03/09/2015 ore 11:35 @peter.gilmour.520

    Grazie Paolo, grazie Giovanni.

  • Riccardo Scaioli 03/09/2015 ore 21:41 @riki.scaio

    meraviglioso

  • giambu 07/09/2015 ore 19:47 @giambu

    Magistrali, pezzo e interpretazione.

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