Baci dalla provincia: i Three in one gentleman suit raccontano Finale Emilia Rubrica

23/07/2015 di

Come sono le piccole realtà di provincia o le città italiane poco famose, viste dagli occhi dei musicisti che ci abitano o che ci sono cresciuti? Lo abbiamo chiesto direttamente a loro, che per una volta, invece di suonare diventano guide turistiche piuttosto particolari. Oggi i Three in one gentleman suit ci portano a Finale Emilia, in provincia di Modena.

Qual è il luogo della tua città da visitare assolutamente?
Premessa. In questo caso non si parla di città, piuttosto di un insieme di cittadelle accomunate dal medesimo fattore: la piatta pianura che si stende tra Modena e Ferrara. È un’area, non una città, un qualcosa di molto diradato che copre un raggio di 30 km. I rapporti sociali qui fanno i conti con queste distanze e, se davvero i luoghi li fanno le persone, allora siamo tutti cittadini di un posto non di un urbe. Quindi le cose belle sono poche e sono le effettive attrazioni uniche dell’area.
Nel disastro di fabbriche buttate a caso sulla pianura c’è il Bosco della Panfilia a Sant’Agostino (FE) che è l’ultimo brandello di bosco nativo che un tempo si intervallava alle paludi, ci sono anche le vipere, me lo ricordo perché da bambino quando si facevano le gite era la cosa che mi rimaneva più impressa. Pantaloni lunghi e bastone, mi immaginavo di venir assalito da fiumi di serpenti velenosi. All’interno del bosco c’è un’ansa del fiume Reno; i nostri nonni ci andavano a fare il bagno, oggi lo sconsiglierei. A Finale Emilia c’è il cimitero ebraico che è una specie di orgoglio paesano. Sul cancello d’entrata la parola “Shalom” è scritta in ebraico dentro ad una stella a cinque punte (cinque e non sei… nessuno sa perché). Poi a San Martino Spino (MO) ci sono i Barchessoni: degli strani edifici poligonali nati per ospitare cavalli e maniscalchi dell’esercito napoleonico. Ce ne sono alcuni all’interno di un’area naturalistica-agricola e hanno tutti un nome: il meglio tenuto è il “Barchessone Barbiere” dove ci sono ancora i cavalli e si fa pet-therapy; il “Barchessone Vecchio” dove si fanno ancora concerti all’esterno perché l’edificio è scassato dal terremoto del 2012 ed altri Barchessoni che erano scassati anche prima del terremoto.

In quale posto si mangia meglio?
“Da tua Nonna” a Finale Emilia, località Apostolica. Il nome dice tutto. Super tradizionale con quello spunto in più perché è gestito da giovani in maniera molto amichevole e cordiale, poi ha il prato fuori, si sta bene.
Altrimenti al “Barchessone Vecchio” c’è il chiosco che fa lo gnocco fritto con gli affettati; ti siedi a un tavolo sotto gli alberi, mangi cibo buono ma assolutamente non dietetico, bevi del lambrusco e mal che vada ti addormenti lì dove sei, satollo. Unico rischio: morire dissanguato dalle zanzare, ma ne vale la pena.

Qual è la storia o leggenda metropolitana più assurda che si racconta nella tua zona?
Ce ne sono tante, ma vengono meglio se raccontate in dialetto, e non mi sembra il caso. Mi è rimasta impressa quella, che risale circa agli anni ’80, di un gruppo di ragazzi che hanno teso un’imboscata a un agente SIAE un po’ troppo zelante. L’hanno aspettato dietro ad un angolo, gli hanno infilato un sacco in testa e lo hanno riempito di calci nel sedere prima di sparire. Politicamente scorretto ma estremamente liberatorio credo.

(Barchessone)

Descrivi in tre parole la gente del posto.
Cocciuta (in accezione positiva e negativa), attiva, socievole.

In quale negozio di dischi ti sei fatto una cultura musicale?
Play Loud a Cento (FE). Leo (che lo gestiva) era un Appassionato (“A” maiuscola) di musica tout court. Aveva rarità, andava ai concerti e appendeva le foto, aveva attenzione anche per le realtà underground, metteva dei simpatici post-it antesignani degli odierni “#tag” sui dischi di band meno conosciute del tipo “Per gli amanti di… “, “Side project di… chitarrista dei…”. Microrecensioni che ti facevano venir voglia di ascoltare. Ha chiuso più di un anno fa. Perché adesso c’è internet, lo streaming, il download e nei computer centomila dischi che non verranno mai ascoltati con quel minimo di curiosità che serve. Amen.

Cosa si fa il sabato sera?
Si spera ci sia qualche concerto a meno di cinquanta chilometri di distanza. Se così non fosse ci si beve una birra in compagnia e magari ci si mette d’accordo per organizzare un concerto, o un festival.

Dove si ascolta / ascoltava la musica dal vivo?
Si ascoltava all’Aquaragia di Mirandola che è stata distrutta dal terremoto, al Renfe (Ferrara) che è stato distrutto da una gestione assurda, allo Zoo (Finale Emilia) che faceva concerti-paura (Karate, At The Drive In, quando ancora non se li filava nessuno…) e poi si è trasferito ed è diventato una discoteca e adesso non c’è più. Ora c’è il Pasteggio a Livello a San Felice sul Panaro (MO) che fa un po’ di concerti, la sede di Manitese a Finale Emilia ogni tanto, il “Barcson Vecc’” a San Martino Spino (MO). Altrimenti si va in città, ma questa è un’altra storia.

Dove hanno la sala prove le band del paese?
Al Circolo Musicale LatoB oppure al Circolo Musicale LatoB. Come vedi c’è molta scelta.

Quale band è diventata punto di riferimento per i gruppi locali?
Beh, fondamentale era e rimane la Flower’s Blues Band che ha sempre fatto rhythm’n’blues e soul. Ora sono dei venerabili ultra cinquantenni (e sessantenni), tra gli ’80 e i ’90 facevano fuoco e fiamme, ma anche ora continuano a suonare e hanno del muscolo. Loro sono stati i fondatori del Circolo Musicale LatoB e hanno lanciato l’idea e il gusto di fare musica assieme.
Più che una band è stato fondamentale il movimento creato da Fooltribe dalla fine degli anni ’90. Era una specie di associazione con a capo Tiziano “Bob Corn” Sgarbi e, oltre al festival “Musica nelle Valli”, organizzava un sacco di serate nei locali qui attorno. Chi c’era all’epoca ha visto band italiane e straniere suonare concerti fichissimi molto prima che salissero agli onori delle cronache (Explosions in the Sky e Perturbazione per citarne un paio).

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