Jennifer Gentle - Banale - Padova Live report, 20/03/2002

10/04/2002 di



Chi ha passato i 30 ricorderà quel vecchio programma di Raidue, “Odeon”, che alla fine dei '70 snocciolava servizi sulle avanguardie musicali dell’epoca. Fu il primo a mostrare in Italia i Sex Pistols, ad esempio. O il Bowie berlinese. Buttando là quella frase: “Bowie non passa indifferente: o lo si ama o lo si odia”. Parole sante. Con cui si contrabbandava la grandezza dell’artista. E che si adattano benissimo ai Jennifer Gentle, next big thing del rock italiano. Altra musica, certo. E non facile, di sicuro. Che separa e divide il pubblico, di netto. Ma i nostri un loro seguito di massa - sudore e sangue sul palco - se lo sono costruito.

Lo si è visto mercoledì 20 marzo al "Banale" di Padova, zeppo di pubblico accorso per la tappa nel borgo natìo del tour nazionale della band. Certo, mica il gruppetto della parrocchia. Ma spopolare nel Veneto 'alternativo', in cui dominano spocchia e presunzione pure da parte dell’ultimo cane e la mancanza d’ironia è come il cellulare - ce l’hanno tutti, non è cosa da poco. Il concerto? All’altezza delle attese. La band è sempre più matura, con un’idea di pop psichedelico radicata nella tradizione sixties ma lietamente personale.

Sul palco, oltre ai quattro Jennifer, Max Trisotto, fonico di Estra e di K, in veste di musicista aggiunto dal vivo e scatenato come delirante direttore d’orchestra. Ma toccante nel delicato e sommesso crescendo di tastiere che accompagna il rosolio rococò di “Wondermarsh”, puro Mc Cartney 1967. Marchio della serata lo spettacolo 'light & vision' alle spalle della band, evocando il clima delle serate della “Factory” di Andy Warhol - in versione lo-fi vagamente debitrice degli anni 80 - ha avvinto con la sua magia il pubblico. Che si spella le mani: Marco Fasolo canta in un microfono su cui è fissato uno scheletro, che quasi ne fa scomparire l’esile corpo, dando vita agli incubi horror che corrodono dall’interno il mondo da Cappellaio Matto dei Jennifer. Smantella con l’ironia del suo fare infantile il suo ruolo da piccola rockstar. E sì che ne ha la stoffa. Naturalmente.

E poi questi ragazzi, giovanissimi, non sbagliano nulla. Si scambiano gli strumenti. E comunicano dal profondo. Quando a metà concerto partono due lunghissime improvvisazioni a metà tra la musica indiana e i Velvet Underground, il silenzio del pubblico è totale, sacro. L’incanto prosegue fino alla fine. Certo, è per molti. Ma non per tutti.



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