A Toys Orchestra - Banale - Padova Live report, 12/01/2005

31/01/2005 di



In una serata che più nebbiosa non si può – e quindi davvero magica, per quel sospiro di fantasma sul volto mentre cammini, per le nuvole di zucchero filato che avvolgono le cose – arrivano a Padova i salernitani A toys orchestra, una delle novità dell’anno, per il gran parlar bene che si è fatto del loro secondo cd “Cuckoo boohoo”. Prima serata live anche liberi dal fumo. La legge Sirchia avrà intaccato il numero degli aficionados indie che si nutrono di live? No. La quarantina di persone presenti – neanche una fuma, benedetto sia Sirchia – supera ampiamente la media padovana – città fin troppo snob, che si concede con diffidenza alle novità, per poi amarle perdutamente – riservata a degli emergenti. Iniziano timidi, gli A toys orchestra, un po’ dopo le 23, con una “Morphius dream” tratta dal primo lavoro “Job” del 2001 che lì per lì non mi impressiona favorevolmente. In sintonia col look da veri shoegazer, sguardo basso e neanche un saluto al pubblico, un pezzo via l’altro, un po’ malinconicamente, che neanche Ian Mc Culloch l’ha mai visto così a muso duro. Però però. Pian pianetto, con la forza delle canzoni, quelle nuove, il pubblico lo conquistano e un posticino nel mio cuore anche. Quando arriva “3 minutes older” coi suoi larghi accordi di piano e il suo giro di chitarra acustica che mi racconta le cose che mi diceva tanti anni fa Neil Young, ma nella lingua degli Sparklehorse, qualcosa piacevolmente muore. “Loco motive” mi porta a bere una tequila a casa dei Calexico dopo un bel viaggio in treno con Elliott Smith. La tastiera di “Panic attack #1” mi riporta piacevolmente alla mente il momento in cui sentii per la prima volta gli Yuppie flu posseduti da Stephen Malkmus di “Splinder”. Il colpo al cuore però la band di Agropoli me lo dà con “Hengie: the queen of the border line”, con quel bellissimo passaggio da Fa maggiore e minore alla fine della strofa, che me li fa immaginare con un piede in Uk e l’altro in Usa e con la stupenda “Peter Pan syndrome”, veramente una outtake di Elliott Smith. Il pubblico si spella le mani: è il momento migliore dello show, che comprende ancora la delicata filastrocca di “Asteroids” e la pianistica “Elephant man”. Poi il gruppo cala, anche se fa sensazione lo scambio di strumenti sul palco, e gli ultimi brani, tra cui altri due dal primo album (“God’s board” e “Bamboozelem”) stufano un po’. Però si va via contenti, si compra il cd (“a prezzo nebbioso”), con la sensazione che Enzo Moretto sia un grande autore di canzoni, in crescita notevole rispetto alla prima prova, e che nel momento in cui riuscirà a rifondere totalmente le sue influenze in un blocco unico il suo valore sarà assoluto. A toys orchestra: bravi bravi bravi. Benvenuti in quel gruppo di indie italiani che pare costituire una nuova scena, dieci anni dopo l’ondata Vox Pop / Mescal.



1. Morphius dream
2. 1000 flaming dragonflies
3. 3 minutes older
4. Loco motive
5. Panic attack #1 6. Hengie: the queen of the border line
7. Radio tsunami
8. Peter Pan syndrome
9. Asteroid
10. Elephant man
11. Panic attack #2
12. God’s board
13. Bamboozelem
14. Modern lucky man

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Perché "Brunori a teatro" non è solo un altro concerto di Brunori Sas