Umberto Maria Giardini (ex Moltheni) - Banale - Padova Live report, 02/02/2005

09/02/2005 di



Che ci fosse molta attesa per la ricomparsa, dopo due anni di oblìo, di Moltheni, lo conferma il centinaio di persone presenti al Banale. Quando sale sul palco, dopo un lunghissimo raga indiano, Umberto Giardini saluta: “Buonasera”. Il pubblico, che un po’ spiazzato rimane in silenzio, si sente apostrofare duro: “Mi aspettavo un applauso”. Detto, fatto. Esauriti saluti e ringraziamenti, Moltheni, in duo piano e voce con Pietro Canali presenta “Dio non esiste”, uno dei tre inediti che faranno capolino nella serata e che forse sono tratti dall’album perduto dell’artista di Porto Sant’Elpidio, quel “Forma Mentis” dalle sonorità dure e quasi epiche alla Queens of the Stone age, rimasto nel cassetto per volontà dei discografici.

Sia come sia, del suono dei QOTSA nel live che illustra il nuovo “Splendore terrore” non c’è nulla: Moltheni ha optato per un suono scarno, essenziale, fatto di chitarra acustica, wurlitzer e batteria che al limite può richiamare Vincent Gallo, Black Heart Procession, Tindersticks. Anche i vecchi brani sono stati riarrangiati in maniera notturna e desertica: quando arrivano “Zenith” e “In me”, dal secondo album “Fiducia nel nulla migliore” anche il nucleo duro dei vecchi fan stenta a riconoscerle di primo acchito. Ma il pubblico mostra di gradire, e gli applausi arrivano, tanti, anche sulle successive “La ragazza dai denti strani (humana)”, primo estratto da “Splendore terrore”, “Natura in replay” e “Flagello e amore”, entrambe dal primo disco. Si fa notare il batterista Gianluca Schiavon, davvero bravo e in possesso di un ottimo gusto, capace di arricchire con notevoli sfumature coloristiche i brani.

Arrivano quindi gli strumentali “Bue” e “Tutta la bellezza dell’istinto materno degli animali”, e qui veramente il pubblico si spacca: la maggior parte è rapita, ma si distingue negativamente un gruppetto di tre-quattro persone che sghignazzano vociando dei fatti loro. Moltheni, su “Bue”, per sola chitarra, si ferma un attimo, ma un attimo; guata – letteralmente guata- i tizi. Che capiscono l’antifona, prendono e se ne vanno. È così, il Moltheni di “Splendore terrore”: senza compromessi, più duro che se suonasse come un gruppo rumorista giapponese: o sei con lui e sei contro di lui. Prendere o lasciare. Il live, infatti, costruito tutto sullo stesso passo intimo, è come una corda tesa che rischia di spezzarsi ogni momento, o come il ronzìo della corrente elettrica: massima tensione, ma estrema possibilità di rimanerne scottati. Estremamente suggestivo, ma a tratti soporifero, direi. Ma questa è una mia impressione personale, che trova qualche riscontro, ma in generale è smentita dal silenzio quasi religioso con cui il pubblico segue il concerto e dagli applausi che tributa in Moltheni. Forse sono semplicemente io che non sono in serata, o forse è eccessivo tenere lo stesso passo per un live di quasi due ore. Perché i pezzi del nuovo disco, ascoltati e riascoltati i giorni successivi alla radio (sì, esistono radio che passano a nastro l’intero “Splendore terrore”), brillano di bellezza.

E alcuni di tanta lucentezza hanno rifulso anche dal vivo: “In porpora” esibisce una melodia che dire splendida è poco, degna della migliore Mina anni 60, con un testo intenso e prezioso come al solito. Vien da pensare che se Moltheni fosse andato a Sanremo quest’anno, con questo pezzo, avrebbe vinto. E vien da pensarlo non perché Sanremo sia una consacrazione (è una vetrina, e lui c’è già passato nel 2001 con “Nutriente”). Ma perché si tratta di una di quelle canzoni così belle che travalicano generi e pubblici, e sentirsela qualche mese su tutte le radio invece dell’ultima boiata di Renga non sarebbe stato male. E in più una consacrazione a grande autore – anche con le possibilità economiche che ne seguono - penso non sarebbe dispiaciuta né a Moltheni né a chi lo segue da sempre.

Per “Tatàna” Moltheni chiama sul palco Sara Nina Brugnolo, sua morosa a quanto pare, visti i bacetti nel dopo live: e lei, con notevole coraggio artistico, intraprende un recitativo per un brano che ha più cose in comune con un reading che con una canzone, con tanto di urla finali. Un po’ alla Massimo volume, insomma. Anche qua, o piace o non piace, senza via di mezzo. Dal canto mio, rispetto e ammiro il coraggio artistico, ma non gradisco affatto. Gradisco assai invece la seguente “Nel potere del legno”, bella e commossa, dedicata allo scomparso Francesco Virlinzi – ma lui non lo annuncia, lo saprò nel dopo live.

Poi, due inediti, “Eternamente nell’illusione di te” e “Gallo”, seguiti da “Limite e perfezione” e “Fiori di carne”, rispettivamente video e singolo: già perché Moltheni ha deciso di avere un video differente dal singolo in promozione sulle radio. Si chiude con “E poi vienimi a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi”, seguita da grandi applausi. Moltheni e i suoi scendono dal palco, ma gli applausi continuano: il pubblico chiede il bis – cosa rarissima a Padova per uno che non è famoso al grande pubblico. Così Moltheni rientra, e regala prima “Il bowling o il sesso?”, dal secondo album, e poi “Suprema”, dall’ultimo. Titolo azzeccatissimo: una delle più belle canzoni d’amore che io abbia mai sentito, coronata da un’interpretazione che dire intensa è poco, con Moltheni che urla disperato per tutta la coda del pezzo. Fine, davvero, tra applausi scroscianti. Meritati per un concerto di rara intensità.



Scaletta live:
1. Intro (Dio non esiste)
2. Zenith
3. In me
4. La ragazza dai denti strani (humana)
5. Natura in replay
6. Flagello e amore
7. Bue (strumentale)
8. Tutta la bellezza dell’istinto materno degli animali
9. Splendore terrore
10. In porpora
11. Tatàna
12. Nel potere del legno
13. Eternamente nell’illusione di te
14. Gallo
15. Limite e perfezione
16. Fiori di carne
17. E poi vienimi a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi
18. Il bowling o il sesso?

19. Suprema

Formazione:
- Moltheni: voce e chitarre
- Gianluca Schiavon: batteria
- Pietro Canali: wurlitzer
- Sara Nina Brugnolo: voce recitante in “Tatàna”

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