Dove sono finite le band italiane che cantano in inglese?

Qualche tempo fa le band italiane che cantano in inglese andavano forti. Anche oggi, ma se ne parla di meno.
01/04/2019 15:22

Qualche anno fa, le band italiane che cantavano in inglese sembravano avere finalmente trovato la via per l'affermazione in Italia e all'estero, i tour mondiali nei club stavano diventando la regola e non l'eccezione, la qualità della musica si stava facendo sempre più alta. Oggi? È ancora così, solo che se ne parla di meno. Il nuovo pop italiano è diventato così celebre da prendere ogni spazio e oscurare quel poco concesso alle band che suonano più internazionali e cantano in inglese, che nell'immaginario collettivo sembrano quasi sparite e invece sono piene di salute e viaggiano un po' dove vogliono. 

Quel che è sicuro è che, a occhio, girano meno soldi da investire nelle band in inglese, quindi col tempo molte di loro si convertono all'italiano, a sonorità più commerciali oppure rinunciano, perché non è facile suonare in giro e mantenere un lavoro "normale" nella vita di tutti i giorni e non tutti possono permettersi di investire anno dopo anno un sacco di soldi in strumenti, studi di registrazione, agenzie stampa, booking, annessi e connessi se prima o poi non arriva una qualche conferma di stare facendo la cosa giusta

Quest'ultima riflessione vale anche per quelli che hanno band che cantano in italiano e non ce la stanno facendo, ma almeno questi ultimi possono coltivare la segreta ambizione di sfornare un singolo spacca Spotify, cosa che raramente accade se fai elettronica sperimentale o dream pop con le chitarre distorte e in pochi conoscono i tuoi testi. Due esempi lampanti: Cosmo sarebbe diventato ccosì popolare se avesse continuato coi testi in inglese nei Drink To Me (autori del pezzo più bello degli ultimi 10 anni [per me, non vi scaldate], Future Days)? Stessa cosa per Giorgio Poi coi Vadoinmessico. I Virginiana Miller hanno recentemente subito la gogna dei fan perché hanno pubblicato il loro ultimo album in inglese dopo una carriera in italiano, per dire.

Eppure, di band italiane che cantano in inglese e girano il mondo ce ne sono un bel po', grazie anche al supporto di Italia Music Export, una realtà nata da pochi anni che già ha promosso e finanziato la diffusione di un sacco di musica italiana di qualità all'estero, basti pensare ai vari Giungla, Birthh, Be Forest, La Terza Classe, Her Skin, Damien McFly, Rev Rev Rev e Baseball Gregg, tutti al SXSW ad Austin, Texas lo scorso marzo.  

Oltre le band sopracitate, ce ne sono un sacco che vale la pena conoscere e ascoltare: dai ritmi africani di I Hate My Village alla furia di Lags o Bee Bee Sea mischiata con la dolcezza di Urali, passando per la classe di Any Other, i beat elettronici di Nava e quelli con gli strumenti di Malihini, Tropea o Aquarama, il downtempo dei BowLand, i singoloni di Kharfi e Santii, le linee elettoniche sinuose di Aftersalsa, LIM, Wicked Expectation, Lndfk, Technoir, Ginevra o Sequoyah Tiger, le trame oscure degli Starcontrol e il pop stralunato di Joan Thiele, giusto per citarne alcuni. 

Non è semplice districarsi tra scene che, a livello di similitudini formali, spesso hanno solamente la prerogativa del cantato in inglese, ma è lì che si gioca gran parte della sperimentazione musicale o testuale e, tra l'onda lunga della trap e l'itpop sempre più omologato, potrebbe venirvi voglia di conoscere qualche talento italiano che fa i concerti in giro per il mondo ma che, a casa sua, non riesce a sfondare quanto dovrebbe.  

Tag: opinione

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