"Masters": perché abbiamo ancora bisogno di Lucio Battisti, dopo vent’anni

24/10/2017 di

Quando Lucio Battisti è morto, il 9 settembre 1998, mi sono messa a piangere seduta sul divano di casa guardando il loop di trasmissioni speciali che tutte le emittenti avevano costruito intorno alla sua scomparsa. All'epoca avevo 13 anni e ricordo perfettamente di aver pensato che nessuno nella mia famiglia era ancora morto e che Lucio Battisti era la prima persona che avevo in qualche modo sentito vicina e che non c'era più. Certo, ero stata molto fortunata ma io amavo davvero Lucio Battisti. Quando iniziai a studiare chitarra, la mia insegnante, fatte le presentazioni, mi domandò cosa mi sarebbe piaciuto suonare e io, in modo del tutto istintivo, risposi: "Voglio suonare Battisti". Volevo imparare a suonare per poter suonare Lucio Battisti, non La canzone del sole, certo, anche lei, ma Perché non sei una mela, Luisa Rossi, il blues malefico di Eppur mi son scordato di te, e poi La luce dell'est e La collina dei ciliegi. Volevo cantare come cantava lui, scoprire il perché scientifico di certe progressioni armoniche che all'epoca non sapevo si chiamassero così, volevo cercare di riprodurre quella magia che avevo ascoltato sulle musicassette fino a, letteralmente, distorcerne i suoni, in un modo che non fosse da falò, ma impeccabile, tecnico.

Se sembra che questi siano solo fatti della mia piccola vita, ecco un errore: Battisti, l'ho capito prestissimo, non è di nessuno ma è, effettivo, assoluto, innegabile, statuario patrimonio della nazione e il motivo è proprio questo: lui è il re dei falò ma è anche l'unico chi può, in modo essenziale, insegnare a un ragazzino musicalmente ai primi amori, a ricercare forme di rigore e filologia nella conoscenza di questa forma d'arte.

Abbiamo bisogno di Battisti, dopo 20 anni mi sento di poterlo dire a gran voce, ed è per questo che Battisti non finisce mai, che volerai più in alto e volerai più in basso nei tuoi ascolti, scoprirai i fondali della musica italiana e ci ritroverai perle sconosciute, ti perderai nei languori sintetici del pop e ascolterai De André pensando a ragione che sia il numero uno ma, alla fine, tornerai da lui, aprirai le braccia e ti sentirai, finalmente, in un posto caldo e sempre tuo. Ipotizzo, insomma, che parlando di Battisti si parli di qualcosa di strutturale, una specie di frammento del DNA di un umano nato in Italia che vive nella musica e che ha nella propria genetica un tratto che fa mettere i dischi di Battisti sul piatto (o dove volete), fa riconoscere Battisti nello svolgimento delle relazioni con altri umani e attraverso Battisti decifra il mondo, del tutto involontariamente, seguendo questo innato sentire Battisti. Non parlo di testi, non parlo neppure di suoni, parlo di una diversa materia ibrida, un intreccio e un'alchimia sorprendenti di cui non vedo repliche e che mi pare possano essere considerati come un vero e proprio alfabeto. “Masters” è una raccolta di 60 brani che ripesca nel suo repertorio scritto con Mogol e, in parte naturalmente inferiore, da quello composto su testi di Pasquale Panella. È uscito il 29 settembre scorso per Sony Music e non è un cofanetto come gli altri. Al suo interno ci sono versioni dei brani estratte direttamente dai master analogici originali, tutti completamente restaurati e rimasterizzati a 24bit/192KHZ, cioè quella che è attualmente attestata come la miglior definizione possibile oggi. La raccolta è uscita in CD e in vinile e può far venire l'acquolina in bocca, essenzialmente, per tre motivi:

- il collezionismo: la raccolta include un booklet di 24 pagine con interviste a collaboratori di Battisti come Geoff Westley, Alessandro Colombini, Franz Di Cioccio e Alberto Radius, nell'edizione più ricca i vinili sono bellissimi e colorati (8, per un centinaio di euro). Non ultimo poi, incluso nella confezione, a dire il vero non grandiosa, della raccolta, c'è un piccolo frammento di Master originale.

- Il desiderio di ascoltare in modo impeccabile le composizioni e la voce di un grande musicista la cui opera viene, discograficamente e tecnicamente, trattata per la prima volta con il dovuto rispetto.

- il mito.

Partendo da qui, insomma, si deve un attimo parlare del silenzio che ancora avvolge quest'autore: schivo, riservato, persino picchiatore di giornalisti e paparazzi troppo indiscreti, Lucio Battisti ha deciso all'inizio degli anni '70 - circa in concomitanza con la nascita del suo unico figlio, Luca, il 25 marzo 1973 - di sparire progressivamente dalle scene. La sua immagine mediatica è stata, da allora, sempre meno presente e questo, insomma, lo sappiamo quasi tutti. Eppure, anche oggi, viviamo direttamente una sua nuova forma di sparizione - diciamolo, dolorosa: l'assenza di Battisti da tutti i sistemi di streaming musicale. Per dirla in modo immediato: per ascoltare Battisti in mezzo a una strada, a oggi, ottobre 2017, si possono usare mp3 illegali e YouTube. I suoi vinili, che ora Sony farà nuovamente uscire piano piano uno per uno, anch'essi in ristampe originate dai master dell'epoca, sono quasi tutti presenti solo nelle stampe del tempo o in pessime ristampe 80s, per la maggior parte non si trovano nei grandi store ma, più facilmente, nei mercatini. Non discuto quanto tutto questo sia più o meno giusto né quanto sia sacrosanto - e io ritengo assolutamente che lo sia - che gli eredi di un artista scelgano di gestire come meglio credono un patrimonio artistico, ma una cosa è certa: tutto ciò non fa che accrescere smisuratamente il mito Battisti. In un momento storico in cui in Italia - ormai, invero, da anni - non si fa che andare a ripescare il suo lascito artistico (da Dente a Colapesce passando per Iosonouncane e molti altri ancora), Battisti vive una fase di grande riscoperta, costituisce la piena della marea che ci ricorda l'ovvio: quanto sia stato fondamentale, e quanto sia seminale oggi più di quanto accadeva vent'anni fa: vent'anni in cui la musica d'autore italiana ha visto la propria rinascita e la propria riscoperta - dopo il boom delle band - e in cui ostinatamente o pigramente, ha tentato di scoprire le proprie nuove direzioni. Insomma: Lucio Battisti, ora più che mai, è un culto, uno di cui possedere i dischi e uno che tutti vorrebbero poter ascoltare sul tram. Immaginiamo, allora, questo aspetto che si combina con quella forma di appartenenza nella trama del DNA che dicevamo su e con la sua, dicevamo dolorosa, assenza dai circuiti d'ascolto.

Ecco il risultato: "Masters" funziona immediatamente, raggiunge le vette delle classifiche delle vendite, il ritorno - se così si può dire - del vinile, fa il resto. Ma ha senso, lasciando per un attimo da parte il discorso feticista che riguarda i cultori e gli appassionati dei dischi, entrare in possesso di questa raccolta? Ebbene, la risposta è decisamente sì, perché "Masters" non è (solo) un'operazione commerciale ma è davvero Battisti come non lo avete mai ascoltato prima.

L'ho ascoltato in cd e in vinile: a casa, in auto, a casa di amici, l'ho ascoltato con la giusta attenzione e con la necessaria distrazione, l'ho isolato e inserito in un ambiente, tra le voci di altri e nel silenzio. Quello che accade è una evidente uscita più accurata e profonda dei particolari: per esempio gli archi di Emozioni sono nettissimi così come le percussioni di Nel cuore e nell'anima e, in generale c'è un'evidenza maggiore delle influenze, in primis quella beatlesiana e r&b. Pur con un ottimo impianto, è chiaro, non tutto ne esce ugualmente forte di rimasterizzazione, ci sono pezzi dove è difficili scoprire la differenza. In generale si nota però che, per tutti i brani, è stato fatto un lavoro in grado di non lasciare costantemente la voce in prima linea e far invece risaltare dei particolari perduti, ogni singolo strumento ne esce più nitido e presente e il timbro è molto più chiaro, soprattutto sulle frequenze alte.

Sia chiaro: non è detto che questo cofanetto sia per tutti ma è senz'altro un antipasto interessante, che apre appunto alle ristampe remastered dei singoli album, per ogni attento musicofilo battistiano dotato di uno stereo in grado di mostrare il gioco o di un'automobile con un buon impianto – è infatti in auto che in molti casi ho notato piccole ma sostanziali differenze timbriche.

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