Bambine, ragazze, dive. Tutte le donne dei Baustelle

Disegni di Stefano Disastro - instagram.com/chebeldisastro - Disegni di Stefano Disastro - instagram.com/chebeldisastro -
19/01/2017 di

Martina, Virginia, Monica, Anna, Laura, Marta, Eva, Jenny, Francesca, Angela, Katia, Ines, Cristina, Paola... non è un appello e non è una richiesta di consiglio per il nome da dare a una nascitura, bensì un sommario (non completo) delle donne che popolano l'universo dei Baustelle.
Non è una band ordinaria, quella di Montepulciano, e per più di un motivo, fra cui sicuramente la ricercatezza e l'originalità dei testi che proprio per questo generano spesso dibattiti. Una delle caratteristiche più peculiari della loro scrittura è l'elevato quoziente di “narratività”. Negli ultimi 30 anni le canzoni pop hanno parlato di emozioni in prima persona, oppure hanno utilizzato termini generici per affrontare temi personali o sociali, ma non è così comune che la trattazione di un argomento (dall'essere lasciati alla fame nel mondo) venga esposta fra le righe di veri e propri racconti. Cosa che invece capita spesso nelle canzoni dei Baustelle: storie, fatti, luoghi e, soprattutto, i personaggi che ne sono protagonisti, tra i quali spiccano quasi sempre le donne, che non a caso campeggiano in quasi tutte le copertine dei loro dischi. È di loro che ci ricordiamo di più se pensiamo alla discografia della band, ed è soprattutto a loro che siamo stati tentati di dare una faccia e un corpo ascoltando brani come “La canzone del riformatorio” o “Groupies”.

Poi, come succede sempre quando si è di fronte a un immaginario molto forte e definito, si possono trovare dei caratteri in comune fra i personaggi, si può tracciare un tipo, un'idea di donna che si cela dietro pur differenti gesti e personalità. In questo caso, il personaggio femminile cantato dai Baustelle è complesso, affascinante, a suo modo romantico, quasi sempre dannato e decadente. Praticamente è la perfetta sintesi della stessa musica dei Baustelle, incarnata forse nella ragazza raccontata ne “La guerra è finita”: il fatto che sia una delle poche a non avere un nome la rende probabilmente ancora più simbolica, quasi un archetipo:

Emotivamente instabile
Viziata ed insensibile
Il professore la bollò
Ed un caramba la incastrò
Durante un furto all'Esselunga
Pianse e non le piacque affatto

Un concentrato di disagio esistenziale e vitalità sublimata in autolesionismo e relazioni sbagliate che si conclude con un gesto estremo sceneggiato come in un film della nouvelle vague:

Vivere non è possibile
Lasciò un biglietto inutile
Prima di respirare il gas
Prima di collegarsi al caos
Era mia amica
Era una stronza
Aveva sedici anni appena
Con una bic profumata
Da attrice bruciata
La guerra è finita
Scrisse così



Schegge di questa personalità borderline e in qualche modo incapace di affrontare la normalità si ritrovano nella maggior parte dei testi, ma leggendo più in profondità si riesce ad andare oltre lo stereotipo dell'adolescente bella e maledetta: un'evoluzione del punto di vista, che cambia di pari passo con la crescita umana e musicale del narratore.

Guardiamo alle ragazze del “Sussidiario illustrato della giovinezza”: qui la Martina della canzone omonima e Virginia di “La canzone del riformatorio” sono raccontate con gli occhi di un coetaneo. C'è condivisione e immedesimazione, il narratore è un compagno e a volte uno specchio, ne condivide i turbamenti e gli eccessi giovanili. In “Martina” c'è il classico (in senso baustelliano) incontro di amore e morte:

piccole catastrofi per minuti intimi
tutto ciò significa scavare in profondità
tutto ciò significa
anche tu mi ucciderai
un rasoio inciderà
le mie vene ora
ridi dietro lenti scure riderai

“La canzone del riformatorio” e "Noi bambine non abbiamo scelta" non sono da meno quanto a violenza e crudeltà tagliate con la fragilità dell'adolescenza e una promiscuità tormentosamente ingenua:

sotto le luci mi piacevi
sai Virginia
erano giorni di vita dura
mi sorridevi senza pietà
e non vedevi che la paura mi portava via la libertà
di non amare ed è per questa pena d'amore
che ti ho ferito in un pomeriggio storico
era una dose tagliata male
mi sconvolgeva l'umidità
ma conservavo un certo stile ti guardai
con la felicità irrazionale
con la carezza dell'eroina
che mi cullava. Mi perdonerai Virginia?

Mi telefona promette che mi rapirà
mi porterà al cinema
è la mia droga non mi può far male
non abbiamo altro
non abbiamo scelta noi bambine

Crudeltà è la parola anche in "La moda del lento", anche lui popolato di ragazze tossiche come le sigarette di "Réclame"

L'amore mio s'arrotola e non finisce più
il filtro glielo strappo via
la donna mia è una Bis
ed ha il veleno di una Kim
oppure di una Camel Light
è come una Lucky Strike
e non la spengo

velenose come un ultimo amplesso prima dell'abbandono ("Mademoiselle Boyfriend"), intriganti come un frutto acerbo ("Il seno")

Riconoscerò
Il sapore tiepido
Di un suicide
Ti stravolgerò
La chiusura-lampo
Ti toccherò
Come i garçons
Mia piccola
Elettroschock
Triste
Telegiornale
Happy
Dei miei ricordi
Mademoiselle Boyfriend
Fammi venire

Mettiamo che tu voglia avvicinarmi
Solo perché sei fatta
Ed hai vent'anni
Mettiamo che ti chieda di seguirmi
In macchina
Mi daranno vent'anni



Dal terzo album “La malavita” il cambiamento e la maturazione si fanno gradualmente più visibilì. In particolare quando incontriamo Monica, nel brano “A vita bassa”: lei è, di nuovo, un'adolescente, ma si racconta a un adulto, ed è un adulto quello che le parla, in un dialogo intergenerazionale sull'apparire e l'omologazione:

Professore lei non sa
dice oggi Monica
che la personalità
se la può permettere
se la può concedere
solo una piccola elite: il cantante, l'attore, eccetera, eccetera...
E l'antidoto che ho al futuro anonimo
è la scritta Calvin Klein, è la firma D&G tatuata sugli slip
sopra la vita dei jeans che quest'anno va bassa

Nel successivo “Amen” le donne sono cresciute, ma (com'è prevedibile) la maturazione è stata tutt'altro che indolore: Anna, la protagonista di “Il liberismo ha i giorni contati”, è piena di amarezza e disillusione e vive nel rimpianto di una rivoluzione mai scoppiata, osservando con amarezza un presente che non può portare ad altro che a una catastrofe:

Anna pensa di soccombere al mercato
Non lo sa perché si è laureata
Anni fa credeva nella lotta,
adesso sta paralizzata in strada
Finge di essere morta
Scrive con lo spray sui muri
che la catastrofe è inevitabile

A questo punto, anche se non sono certo sparite le ragazze alla ricerca smaniosa e tormentata di amore, calore e riconoscimento (La bambolina), prevale ormai nei ritratti femminili un tono nostalgico e disincantato. Ne I mistici dell'occidente:

equipaggi persi in alto mare
forse il presidente non lo sa
che cosa ti porti dietro di questi tempi
e per il viaggio Marta che indosserà
sua madre le comprerà il cappotto contro venti e neve
e quel cappellino della pubblicità

In “Fantasma”, “Cristina” è uno spettro in un mondo di spettri:

Come stai?
Che vita fai?
Chiede Cristina
Cos’è che provi adesso?
Gli spettri abitano dimore gotiche
Come succede in Edgar Allan Poe.
Ma quelli che fanno più paura sono qui
A ricordare il tempo agli uomini.
Gli spettri agitano coscienze storiche
Fatti epocali, stragi piccole
Colpe e peccati e scie di cenere
Ciò che ci fa paura siamo noi

e Paola (“L'orizzonte degli eventi”) è il ritratto di una generazione allo sbando:

Paola lascia casa. Il ragazzo, la famiglia, una gatta.
L’Inghilterra o la Germania, questo sì.
Questo si che è sicuro. Un lavoro anche di merda lo si trova.
Paola lascia tutto e non saluta nessuno.
Disillusione per disillusione, meglio la maleducazione che una
canna di pistola alla tempia



E ancora, nel nuovo album “L'amore e la violenza”, incontriamo Justine in “Eurofestival” (Vieni, Justine, in questo mondo d'amore e violenza) e Marta (“La vita”). In entrambi i brani lo scenario è quello di una raggiunta maturità, con la speranza che deve farsi strada fra tragedia e nichilismo:

Ti chiedo “Marta come stai?”
va tutto bene è tutto ok
ma tu hai già preso la tua decisione
non ce la fai più
lo so, la vita è tragica
la vita è stupida
però è bellissima
essendo inutile

E poi c'è il passaggio definitivo dell'etè adulta: la paternità raccontata - con tenerezza, ma ovviamente non senza mostri e inquietudine - in "Ragazzina":

Biancaneve fra milioni di maiali
orsi buoni e rime giuste da rappare
guardi il mondo che ti sbuccia le ginocchia e ti fa sanguinare
sua la bora che ti spettina i capelli
sua la vipera che ti farà inciampare
ma tu invece lo continui ad abbracciare
non lo lasci più

e però c'è anche “Betty”, a riportarci, aggiornandolo alla realtà dei social, a quel maledettismo dei primordi che è probabile i Baustelle indosseranno sempre come un'aura vestigiale di giovinezza. Come tutti noi, d'altronde, che i residui di adolescenza ce li teniamo dentro, più o meno occulti, fino alla morte:

Finge quando sorride
manda messaggi al mondo
quando le va di uscire
che bel profilo
e quante belle fotografie
Betty è bravissima a giocare con l'amore e la violenza
Betty ha sognato di morire sulla circonvallazione

Anche se ci sono delle eccezioni, come Laura in "L" (una visione nella strana sci-fi lovesong, definiamola così), e la leggerezza delle “Groupies” Eva, Jenny, Francesca, Angela, Katia, Ines, in tutti i casi i personaggi principali del romanzo cantato dai Baustelle restano loro, le giovani o meno giovani donne che navigano tra nostalgia e tragedia; mentali e sentimentali, incasinate, lunari e ammalianti come possiamo immaginarci una “Lili Marleen”, intriganti come attrici in film d'altri tempi.

E a questo proposito è d'obbligo una parentesi dedicata ad altre presenze femminili ricorrenti nel canzoniere della band: le dive, appunto. Basta una carrellata sui nomi per notare come a sedurre siano icone eccentriche, sfuggenti, dal fascino e dalla bellezza non scontati. Da Saffo che s'è ammazzata per noi (“Baudelaire”) ad “Amanda Lear”, da Juliette Greco a Brigitte Bardot, Jackie Kennedy, Marylin, Anouk Aimée...

C'è chi trova irritante, quasi caricaturale, questo continuo far riferimento a un'estetica "vintage", alla fantasia di vivere in un film degli anni '60, e bisogna ammettere che ci sono momenti in cui il manierismo incombe. Ma è anche vero che se in molti nelle canzoni parlano di donne, in pochi hanno saputo dare vita a un mondo così netto e allo stesso tempo cangiante, sviluppando figure – non figurine – dalla femminilità sfaccettata, elegante, moderna anche quando guarda a modelli del passato, misteriosa, mai passiva. È una cosa che può riuscire solo a chi le guarda con amore e interesse sinceri, e vede la bellezza in ogni piega del corpo e della mente. E un po', la invidia.

 

Tag: storie opinioni

Commenti (1)

  • vittoriabonacci 01/02/2017 ore 11:50 @vittoriabonacci

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