Se prendi un punto a caso nella cartina italiana, è molto probabile che gli España Circo Este ci abbiano suonato nell'arco della loro carriera, e lo stesso vale nel caso in cui prendiate un atlante. È da più di dieci anni che la band formata da Marcello, Ponz, Don, Jimmy e Pablo gira i palchi di tutto il mondo per suonare, tanto che possono vantare più di 700 concerti all'attivo. Chi meglio di loro, quindi, per analizzare la stortura che il mercato dei live sta avendo negli ultimi anni, con una malsanissima ossessione per il sold-out in venue gigantesche? Da qui nasce "Boicotta il palazzetto", brano pubblicato in collaborazione con il Duo Bucolico e che celebra proprio quella gavetta che ha permesso agli ECE di suonare su qualsiasi palco desse loro una possibilità. Ci siamo fatti raccontare la loro vita in tour, puntando i riflettori sui loro concerti più significativi, dai bar scrausi della provincia ai club in cui tutti prima o poi sognano di passare.
Tutti noi prima di stare sopra ad un palco siamo stati frequentatori maniacali di concerti (tuttora lo siamo); non eravamo solo pubblico, ma veri e propri abitanti di club, centri sociali e circoli del nostro territorio: sentivamo per questi luoghi un senso di appartenenza fortissimo. Ognuno di noi è cresciuto in parti diverse del nord Italia, ma incredibilmente tutti ci siamo formati nella stessa maniera: vedendo concerti dentro luoghi magici. E quando dico crescere, non intendo solo come musicisti, ma come persone. I club delle nostre zone sono stati i nostri romanzi di formazione.
Jimmy, che è romagnolo, è stato più al Vidia Club di Cesena e al Rock Planet di Cervia che in casa di sua nonna. Marcello ha passato dai 14 anni ai 18 tra il New Age di Treviso, il CSO Rivolta di Marghera e il Morion di Venezia. Matteo e Paolo, della provincia modenese, sono cresciuti fra le mura dell’Off, della Tenda e del Vibra.
Quando ci siamo incontrati e abbiamo deciso di suonare insieme volevamo arrivare a suonare in posti come quelli. Niente Sanremo, niente stadi, niente palazzetti nelle nostre mire: l'obiettivo era suonare nei rock club e nei centri sociali più belli d’Italia.

Abbiamo cominciato nei bar: niente palchi, impianto portato da te, cene fredde, birrette e posti inculatissimi, grandi feste, grandi ubriacature, pochissimi soldi, a volte neanche quelli per la benzina. Questi bar sono spesso un faro per le province più isolate: in modo molto semplice e genuino fanno vivere la musica nei posti più lontani, di vera provincia. Non saranno club, ma per la storia che dobbiamo raccontare è giusto citarli come prima pagina del nostro libro. Questa foto ci ritrae al “Bar Rino” locale lungo l’E45 più precisamente a Sarsina (FC) nel 2014. Quella sera bevemmo troppe grappe e dopo lo show Marcello vomitò tutto nella cucina del locale. Il gestore, Stefano, sembrava più divertito che scocciato. Grande serata.

Lo step successivo ai baretti sono stati i circolini (nella foto suoniamo al Sottoscala9 di Latina, nel 2015). Questi posti avevano già una grossa differenza rispetto ai bar: la figura del direttore artistico. Nei circolini infatti dovevi essere accettato dalla persona che col suo gusto dava identità a quel posto, appunto, il direttore artistico. Sara, al Sottoscala9, fu una delle prime a farci sentire accettati e richiesti da questa scena. Riuscire a suonare in questo genere di posti quindi, era una piccola conferma per una band agli esordi, significava che la tua musica valeva qualcosa e che tutto sommato potevi continuare a credere in quello che stavi costruendo.

La vera prima volta che siamo arrivati a suonare in un club, ovviamente, è stata come apertura. Ne abbiamo fatte tante, tantissime: Lo Stato Sociale (nella foto sopra suoniamo prima di loro al Deposito Giordani di Pordenone), Nobraino, FASK, grazie a queste aperture abbiamo finalmente messo piede nei palchi dei club: Estragon di Bologna, Velvet di Rimini, Apartaménto Hoffman di Conegliano, finalmente eravamo nei posti dove volevamo stare.
Ovviamente queste occasioni erano importantissime per due ragioni: primo suonavi davanti a più gente del solito e ad un pubblico più attento, voglioso di musica, e secondo ti facevi vedere dai promoter, dai direttori artistici e dagli addetti ai lavori. Suonare è sempre stata la forma più diretta per incontrare qualcuno; i concerti in fondo sono veri e propri luoghi di incontro.
La sera del Deposito eravamo davanti ad un Lo Stato Sociale in splendida forma, riuscimmo a scambiare un paio di parole con Albi: chi lo avrebbe mai detto che pochi anni dopo sarebbe stato coautore di una nostra canzone e che saremmo entrati nella stessa etichetta?

A volte invece che essere gruppi di apertura, avevamo la fortuna di essere headliner, magari in dei club un po’ più piccoli ma ugualmente fichissimi, non ci sembrava vero, ma spesso quei locali erano pieni e la situazione caldissima, ricordiamo per esempio il nostro primo stage diving al Biko di Milano (nella foto).
Puoi fare bei reel, puoi avere una strategia forte social, puoi avere un produttore all’ultimo grido ma se suoni bene a casa di un promoter e questo si innamora di te, molto probabilmente ti farà suonare di nuovo e soprattutto parlerà di te ad altri direttori artistici e addetti ai lavori, non c’è niente che possa sostituire l’intesa che si crea tra due esseri umani durante un concerto.
Così grazie ai promoter, ai direttori artistici, a concerti suonati per spaccare i culi, è arrivata La Tempesta Concerti ( il nostro primo booking con cui abbiamo fatto centinaia di concerti), la Treid nostro management per tanti anni e la nostra prima etichetta, Garrincha Dischi di Matteo Romagnoli.
FOTO5 CSO PEDRO PADOVA (2015)

Alcuni dei posti che più si sono affezionati a noi e a cui noi più siamo legati sono i centri sociali, come il CSO Pedro di Padova, il Leoncavallo di Milano, il CSO Rivolta di Mestre, il Laboratorio Sociale di Alessandria, il TPO di Bologna, il Bocciodromo di Vicenza e tantissimi altri.
Ci abbiamo sempre trovato un pubblico curioso e partecipe che sa vivere i concerti appieno e che ci ha sempre dato la fiducia di ritornare, anno dopo anno, serata dopo serata. Oggi prende piede la narrazione dei centri sociali come luoghi di disagio, spaccio di droghe e violenza, quando invece è l’esatto opposto: sono il recupero di spazi abbandonati, luoghi di incontro e scambio, aggregazione e cultura, palestre di formazione ed educazione civica. Oltre ad offrire a prezzi popolari concerti fighissimi organizzati da tecnici e promoter professionisti, centinaia di volontari pieni di passione e un pubblico sempre caldissimo.
In questa foto suoniamo per la prima volta nella sala grande del CSO Pedro, dopo aver suonato due volte in quella piccola, indimenticabile.

Questa scena è sempre stata anche megafono di idee, culture e valori bellissimi. Questo è l’INDIE PRIDE di Bologna, una serata con l’obiettivo di debellare il bullismo, il sessismo e l’omofobia attraverso la musica. Eravamo ospiti noi, Blindur, Management del Dolore Post Operatorio e Fast Animal and Slow Kids. Fu una grande festa che si è protratta per ore dai camerini alle vie notturne di Bologna.

All’ingresso distribuivano biglietti colorati, di diversi colori, quattro colori, uno per ognuno degli artisti che si sarebbero esibiti. I bigliettini erano numerati e non capivamo a cosa servissero. Non appena finimmo di suonare, ancora fradici di sudore e puzzolenti, si fiondò in camerino la presentatrice della serata, ci guardò e disse “Uno di voi sul palco! Ora!” L’occhio di tutti ricadde su Matteo, era il nuovo arrivato e nessun altro si sarebbe presentato in quelle condizioni, quindi, ignari di tutto lo facemmo salire sul palco.
Sul palco c’erano lui, la presentatrice e una ragazza del pubblico, un po’ in imbarazzo. Davanti a loro centinaia di persone iniziano a gridare “BACIO BACIO BACIO!” Si trattava di una lotteria dell’amore! Sceglievi il tuo artista preferito e se estraevano il tuo numero potevi dargli un bacio, purtroppo non abbiamo mai più avuto contatti o notizie della ragazza in foto, lanciamo un appello: due biglietti per il nostro tour a chi ci aiuta a ritrovarla!
FOTO7 EUROPA (BADEHAUS - BERLINO) (2018-2019)

Erano anni bellissimi fatti di grande fermento; idee, energia e fantasia, sono stati veri e propri propulsori che ci hanno spinto fuori dall’Italia e fatto girare i club di tutta Europa: Germania, Spagna, Francia, Olanda, Repubblica Ceca, Ungheria, fino ad approdare oltre oceano al SXSW festival in Texas. Abbiamo scoperto un mondo di club e abbiamo capito che quell’underground fatto di club e centri sociali esisteva anche fuori dallo stivale.
In quegli anni abbiamo scritto canzoni che parlavano di noi, degli ormai tantissimi km, di chi ama viaggiare, da lì sono nati Macchu Picchu e Ushuaia, i nostri dischi successivi.
In Italia si andava in una direzione diversa, i social iniziavano a dettare le nuove mode e si preferiva anche nei concerti andare sul sicuro, con artisti già conosciuti. Diversi artisti iniziavano a lasciare i club per tentare il grande passo: i palazzetti, inseguendo il sold out in una corsa eterna a chi vende più biglietti.

Era febbraio 2020, avevamo un disco pronto a uscire e un club tour bellissimo già annunciato: Ohibò a Milano, Locomotiv a Bologna, New Age a Treviso, CAP10100 Torino e Spartaco a Roma etc.. Questo, dopo tante avventure in giro per l’Europa, sarebbe stato il nostro ritorno nei club italiani. Purtroppo non avevamo fatto i conti con l’arrivo del Covid.
Oggi possiamo dire che il Covid ha davvero cambiato il mondo della musica, soprattutto nel panorama indipendente. Tantissimi locali, live club e circoli hanno dovuto chiudere, strozzati dalle spese e per lo più invisibili alle istituzioni, abbandonati a loro stessi per mesi senza aiuti e finanziamenti. Quei due anni sono stati una prova durissima per un mondo che spesso già stava a galla (economicamente parlando) per lo più grazie a bandi e piccoli finanziamenti pubblici. I promoter, vogliosi di musica e di fare chiasso, cercavano in ogni maniera di organizzare eventi, seppur contingentati, che dessero respiro a pubblico e artisti.
Questa foto ci ritrae ad Arcella Bella a Padova, in uno dei pochi eventi di quegli anni, è stata scattata da Fabio di Posso Farti una Foto, un nostro carissimo amico.

Negli ultimi anni siamo finalmente tornati nei club che ci stanno regalando grandissime gioie e inattese sorprese. Una di queste sorprese è stato un mercoledì sera al Monk di Roma, avevamo paura di suonare in un infrasettimanale ma il concerto andò benissimo. Non essendo il weekend, il locale chiuse abbastanza presto, verso l’una, ma alla fine del concerto eravamo ancora tutti carichissimi ed insieme alla gente demmo inizio a un bellissimo post-serata, iniziato nel parco che circonda il Monk e finito all’alba, con dieci irriducibili, con una chitarra, un violino e una fisarmonica cantando stornelli e canzoni davanti al cancello del locale. Un concerto dopo il concerto che ha abbattuto ogni barriera tra noi e il pubblico. Serate come questa ti emozionano, ti fanno capire che quella voglia di realtà, di incontro e di contatto esiste ancora!

La scena indipendente che nasce e vive nei live club di tutta Italia ha sempre significato unione e appartenenza, questi posti sono stati e sono ancora teatro di serate pregne di significato. In questa foto cantiamo insieme ai Sick Tamburo la canzone “Un Giorno Nuovo” al Parlami Per Sempre, un evento organizzato da Gian Maria Accusani dei Sick Tamburo e dal Capitol di Pordenone, che ogni anno chiama a raccolta moltissimi artisti da tutt’Italia per ricordare Elisabetta Imelio, bassista dei Sick Tamburo. Le serate come questa ti fanno sentire qualcosa di speciale: ti fanno capire che non stai semplicemente suonando in una band ma che sei parte di una rete di persone, di canzoni, di luoghi che formano la colonna vertebrale di una sub-cultura italiana, che riesce a collegare leggende della musica indipendente con nuovi artisti.

Abbiamo capito quanto per noi, ragazzi poco più che ventenni, sia stato fondamentale crescere in questo tipo di luoghi: club, centri sociali, circoli, sale concerto...
Senza di loro non saremmo chi siamo, non tanto come musicisti, ma come esseri umani. Quante persone abbiamo incontrato in questi anni? Quante città abbiamo visto? Quante storie abbiamo sentito?
Crescere nei club vuol dire questo, significa scontrarsi con quella che per noi è forse la più bella forma di aggregazione e crescita che ci sia. Il valore sociologico e culturale che risiede nei club è insostituibile, e impossibile da trovare altrove. Si tratta di ambienti in cui si coltiva appartenenza, si sperimentano linguaggi nuovi e si tiene viva una forma di socialità che oggi appare sempre più minacciata.
Per questo abbiamo deciso di lanciare la provocazione “Boicotta il Palazzetto” insieme ad una band come il Duo Bucolico, che come noi da anni si esibisce e milita in questo tipo di posti. Siamo stanchi e preoccupati di vedere la musica misurarsi solo col parametro del sold-out, degli streaming e dei social. Il racconto di palazzetti pieni è diventata la misura del successo: comunicare il tutto esaurito, anche se magari con migliaia di biglietti invenduti o biglietti regalati (come diverse inchieste giornalistiche hanno dimostrato), attraverso operazioni di marketing che deviano l’attenzione dalla musica e dall’esperienza.
Un palazzetto può essere una figata se arriva alla fine di un percorso vero, fatto di persone, di incontri, di musica, di serate che non finiscono mai, di fan, di promoter, di amicizie, di km in furgone, di concerti pieni e di concerti vuoti, di arricchimento e di crescita umana.
Solo nei club, secondo noi, potrà formarsi una nuova generazione di artisti, una nuova scena, fatta di persone che amano quello che fanno, e non di numeri e statistiche. Aver vissuto per dieci anni sui palchi dei club per noi non è stata gavetta, è stata vita: il nostro vero e proprio romanzo di formazione.
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L'articolo "Boicotta il palazzetto": a noi del sold out non ce ne frega niente di España Circo Este è apparso su Rockit.it il 2026-01-21 14:22:00

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